Non lo capivo, perché ancora non potevo capire niente, ma quella del 1977 sarebbe stata la mia prima estate. E forse per certi versi fu l’unica.
Mia madre si era spostata in collina, da giugno a settembre, sopra Torino, e mio padre faceva su e giù dalla città.
Così ce ne stavamo lei e io, io e lei. Mangiava ciliegie e biscotti al miele per colazione, a pranzo pasta fredda e ancora ciliegie, ascoltava Lou Reed e leggeva Verlaine sul dondolo, in veranda. Poi, quando cominciava a calare la sera, si prendeva cura della grande pianta di agapanto che cresceva in giardino. Ripuliva il terreno dalle erbacce, prometteva ai boccioli che tutto sarebbe andato bene e che presto sarebbero cresciuti forti e blu, confidava ai fiori che già erano forti e già erano blu i suoi segreti. E poi chiudeva gli occhi e respirava quel profumo. Una, due. Mille volte. Mentre io sempre dietro: o meglio, dentro.
Ecco perché per certi versi sarebbe stata l’unica estate, quella: la sola in cui avrei saputo davvero chi era mia madre.

Che cosa pensava, in generale.
“… sai, agapanto mio, mi sono sempre, sempre sforzata per riuscirci,
ma niente… Non ce la faccio a sentirla meno addosso, questa vita. Sento la sua violenza, sento tutta l’ingiustizia. E come farò a difendere mia figlia da quello da cui non sono mai riuscita a difendere neanche me stessa? Me lo dici tu, come farò?” Certo, sento anche, addosso e forte, la tenerezza di cui la vita è capace. La sua fantasia… Ma che razza di madre potrà essere una donna che si fida molto più della fantasia che della realtà?

Che cosa pensava in particolare: cioè di me.
“Devo dirla tutta? E va bene. Quando, alla seconda visita, cinque mesi fa ormai – dio come passa veloce il tempo, come passa veloce questo tempo – non si è sentito il battito del cuore, beh… Beh, pure il mio di cuore mi sembrava che non battesse più. Torni fra una settimana, signora, ci sono buone possibilità che si sentirà, perché magari c’è solo un piccolo ritardo, ha detto il ginecologo.” “Buone possibilità cioè quante?”, ho chiesto io. Lui la prendeva larga, diceva chi lo sa, è la vita che sceglie, sembra assurda ma ha una sua saggezza, se dentro di lei non si formerà è perché non ci sono le condizioni per formarsi, ma magari la prossima volta…, buone possibilità cioè quante?, insistevo io, bisogna fidarsi della vita, insisteva lui, quante?, io, e alla fine ho vinto: il cinquanta percento delle possibilità, ha finalmente risposto. E mentre il mio cuore si fermava, qualcosa invece da un’altra parte, ma non saprei esattamente dirti dove, ha pensato: perfetto. Anzi: meglio. Se la vita dentro di me non si formerà, perché non ci sono le condizioni per formarsi, meglio. Continuerò a essere una ragazza e basta, sarò una ragazza e basta per sempre. Non dovrò smettere di fumare. Continuerò a viaggiare con Giorgio per tutto il mondo, sennò in Australia chissà quando riusciremo ad andare: altro che quella triste casa in collina che avevamo intenzione di affittare per l’estate…Ecco che cosa ho pensato quel giorno. E spiegamelo tu, bell’agapanto, perché. Spiegami tu se è mai possibile avere così tanta paura di perdere quello che più desideri al mondo, da arrivare a convincerti di essere tu a non desiderarlo, per sopravvivere.

Quanto amava mio padre.
“Dormi già? Ma no, niente…Volevo solo dirti… Niente: non volevo dirti niente. Volevo solo vedere i tuoi occhi aperti. Ecco cosa volevo.”

Come facevano l’amore.
Perché i miei lo facevano tantissimo, prima che io nascessi: o almeno tutte le sere di quell’estate in collina potrei assicurare che l’hanno fatto. A letto, sulla veranda, sul tavolo della cucina: tutte le sere, e anche qualche mattina. Mio padre si svegliava, le accarezzava la pancia e mentre lei ancora dormiva prendevano a baciarsi.

Avrei ascoltato che cosa si diceva con Patrizia, quando mio padre andava a Torino, a lavorare, e lei si sdraiava sul dondolo e parlava al telefono in vivavoce, libera, come se non ci fosse nessuno ad ascoltarla. E invece c’ero io.
“Patrizia, mi tradirà.”
“Ma non lo vedi che è pazzo di gioia per la bambina? Ieri l’ho incrociato sotto il suo studio e aveva in braccio un mazzo enorme di agapanti, perché dice che tu li adori ed era così orgoglioso di avere trovato un fioraio che ne avesse tanti…”
“Sì, certo… Adesso. Adesso è pazzo di gioia. Ma poi? Mi ha parlato in
un modo strano di una nuova collega… E se?… D’altronde cosa ci può trovare uno come lui in una come me? Me lo sono chiesto dal primo giorno, lo sai…”

Dopo tre mesi, sarebbe finito tutto: sarei nata.
Avrei scoperto che cos’è la luce, il freddo, il latte, avrei compiuto un anno, avrei vissuto la mia seconda estate, la prima fuori dalla pancia di mia madre e nel mondo, ne avrei vissuta un’altra, altre dieci, venti, sarei arrivata a trentasette. Mia madre avrebbe continuato ad ascoltare Lou Reed, ma da sola. Da sola avrebbe telefonato a Patrizia e da sola avrebbe fatto l’amore con mio padre. Da sola, un maledetto giorno della mia quinta estate, avrebbe preso la macchina e avrebbe fatto quell’incidente.
Sarebbe diventata una donna diversa dalla donna che, quell’estate del settantasette, si dondolava sulla veranda? Magari no. Sarebbe rimasta la stessa.
Magari invece avrebbe avuto meno paura e si sarebbe convinta che mio padre l’amava, perché continua ad amarla anche se da trentadue anni non c’è più.
Io comunque sono diventata la donna che sono oggi.
Una donna a cui manca sempre un pezzo per sapere chi è e che cosa vuole.
Una donna che, per trovare quel pezzo, forse dovrebbe tornare a quell’estate: ma di quell’estate non può ricordare niente.
Una donna che cambia umore ogni giorno, ma all’improvviso, quando arriva giugno, viene sempre investita da una specie di pace. E dal profumo intenso dell’agapanto in fiore.
Chi lo sa perché.


Chiara Gamberale


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