Con la bocca impastata e la testa confusa

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2006





Voglio uscire a camminare per le strade, devo respirare e cercare di diminuire questa sensazione di fallimento e di rovina. La Senna è ancora gonfia e tutta piena di fango per le grandi piogge, mi è sembrata attraversata da luci, forse sto cominciando a avere delle visioni. Mi metto lì a sentire il vento sulla faccia e guardo la corrente marrone e rapida e una specie di senso di rinascita mi sale su dallo stomaco, come uno stronzo desiderio di vivere ancora e di non mollare. Passa un bus con la pubblicità dei magazzini Printemps, entra dentro una pozzanghera e gli schizzi mi arrivano addosso, mi sporcano le scarpe e i pantaloni. C’è quest’aria che ha Parigi dopo che è stata lavata da un grande temporale, c’è questo sole che cerca di farsi largo fra le nuvole e comincia a far brillare con la sua luce fredda il grigio dei tetti e non è male. 
Ho camminato verso République e mi sono fermata in un bar per non andare subito a casa. C’è odore di piscio e birra e un paio di uomini e qualche ragazza, le ragazze hanno l’aria di avere appena finito di lavorare con i loro clienti. Questa mattina tutta l’umanità mi sembra sciatta e sinistra, mi sembra di non avere mai incontrato qualcuno capace di buttarmi giù quanto queste facce di puttane. C’è il barista, e i due alcolizzati con la sigaretta in bocca e le dita gialle, gli occhi appannati, la solita umanità che frequenta questo tipo di locali, ci si ficca dentro, ci si rifugia per stare a galla. Comunque è gente che conosco bene, non faccio finta di essere così lontana da loro, per me sono come dei fratelli. Quando sono sobria mi succede questo di curioso, mi sembra che non riesco più a stabilire nessun tipo di contatto a livello dell’intuizione e dell’empatia con gli altri, mi sento lucida e non so che farmene della mia lucidità, mi sembra di non emettere più le mie onde, come una radio con le pile scariche. O forse sono gli altri che non hanno l’attrezzatura giusta per ricevere queste mie onde?
Qui in questa mattina d’ottobre non c’è traccia di onde positive, non c’è traccia di entusiasmo da queste parti. Le persone hanno una brutta cera e non parlano, stanno tutti qui rinchiusi e appollaiati sui loro sgabelli e cercano di evitarsi.
Stamattina mi sono svegliata male, con la bocca impastata la testa confusa e tutti i muscoli del corpo che mi fanno male. Mi sono svegliata di colpo, mi sono chiesta dove cazzo ero dato che quello non era il mio letto. E con chi avevo dormito. Mi sono ricordata quasi tutto, quasi subito, mi sono tirata su e ho fatto un giro per un cesso di cucina alla ricerca della macchinetta del caffè. Intanto che butto occhiate disincantate, occhiate di chi non vuole cominciare a immaginare questo posto sotto una luce diversa, parto con una mia vecchia idea fissa, la cucina di un uomo dice sempre un sacco di cose su di lui. E questa cucina qui ne dice di cose, porca puttana, questa cucina è una specie di specchio paranoico dove io vedo riflesso lo stato della testa e della vita di quest’uomo con cui mi sono fatta due capriole stanotte. Certe volte le cucine si mettono a raccontare, sputtanano segreti. Molto più di quanto il tipo ha tentato di farfugliarmi ieri sera, mentre ce ne stavamo lì a rotolarci sul letto. Questo cesso di cucina è un posto confuso, pieno di tazze, bicchieri, bustine di tè usate, posate unte e pentole con resti di spaghetti incollati e spremiagrumi sporchi buttati nel lavandino, sul tavolo, sul ripiano sotto la finestra. Stanno lì come viene viene, sono stati adoperati, qualcuno li ha usati e poi li ha lasciati perdere, non se n’è curato, non ha avuto nessun pensiero di empatia verso questi oggetti. Dal numero di bicchieri e tazze e pentole con resti di spaghetti incollati ai bordi si capisce che in questa casa tira un clima ansioso e remissivo, senza nessuno stile. Il suo proprietario ha l’aria di avere rinunciato da un pezzo a un vero slancio di energia positiva, a fare un po’ di chiarezza sulle cose. Chi abita in questa cucina ha rinunciato per sempre a dare una forma al caos che gli abita nella capoccia. Ah lasciamo perdere.

Seduta sul mio sgabello, fra l’odore di piscio e di birra faccio il punto della situazione. Devo ricominciare tutto da capo. Sono libera, però se mi guardo intorno mi sembra di vedere solo rovine, quelle che stanno dentro di me e quelle fuori nel mondo. Non è un pensiero allegro, ma c’era da aspettarselo, mi dico: se continui a vivere nel mondo delle parole con tutto il resto non te la cavi granché, se vivi nel mondo delle parole appena cerchi di uscire nel mondo reale scopri che non sai fare, non sai bene cosa dire e quali sono le mosse giuste. Davanti alla vetrina passa un africano col suo vestito lungo e colorato, se ne va in giro senza calze, con i sandali anche se fa già freddo, lancia un’occhiata distratta a questa umanità che a quanto dicono dovrebbe passarsela meglio di lui. La parte fortunata dell’umanità, quella con le vetrine piene di cazzate, le automobili, le carte di credito. Il fratello africano sembra non darci peso, ha questo contatto con l’energia della terra, sa le cose che bisogna sapere, sa come procedere, almeno a me dà quest’idea.

Dò un’occhiata al biglietto che mi ha lasciato il tipo di stanotte, lo tiro fuori dalla borsa e leggo: Una notte strana, davvero sconcertante, non ci capisco niente. Ti confesso che non so spiegarmi perché sei venuta qui con me, io se fossi una donna non ci verrei mai qui con me stesso. Però senti, potrebbe continuare?
 
Quest’uomo è alla frutta, che cazzo di maniere di descrivere la scopata che ci siamo fatta. Strana e sconcertante. Ah, lasciamo perdere, non mi ricordo se gli ho dato il mio numero di telefono, cosa gli ho detto di me, spero niente. Merda, di colpo mi viene in mente una cosa che mi ha detto, a un certo punto lui ha parlato di co-terapia, io questa storia della co-terapia non l’avevo mai sentita, così mi ha spiegato che significa che lui è in cura da due terapeuti. Due psichiatri insieme che lo seguono. 

Nel bar è entrato un tipo grande e grosso, baffuto, pieno di capelli, ho pensato a Stalin, voglio dire alle foto di Stalin che conosco, e lui ci assomiglia, giuro. Lo guardo e lui viene a piazzarsi diretto vicino a me, mi guarda anche lui e mi sorride. Dopo qualche minuto mi fa: Forse ci siamo già incontrati. Non c’è cattiveria e non c’è rabbia nei suoi occhi, ha un paio di occhi dolci e semplici e così gli rispondo, gli dico che non mi sembra.
Facciamo che io t’ho già incontrata, che vengo spesso da queste parti e già ci conosciamo, facciamo che ti ho già vista da qualche parte, in questo modo posso mettermi subito a parlare con te, va bene?
D’accordo, dico,
Non so bene come si attacca discorso con le ragazze, ma forse è buono qualunque argomento, per esempio, il tempo,
Anche il tempo va bene,
O se vuoi qualcosa da bere, potrei chiederti se vuoi qualcos’altro da bere?
Anche, sì, 
Bene! vedo che capisci, va bene se resto seduto qui?
Va bene,
Si schiarisce un po’ la voce, dice ancora: Possiamo fare un commento su Parigi in ottobre, o su questo bar.
Io dico: E io posso spararti qualche cazzata su di me, tanto non ci conosciamo,
Ah sei simpatica, non lo sapevo che le ragazze francesi sono COSÌ simpatiche
Non sono francese,
Ah no?
No, per niente,
Libanese?
Perché proprio libanese?
Conoscevo un ragazza libanese, forse le somigli un po’, ti somiglia negli occhi scuri, nelle sopracciglia e nei peli sulle braccia.
Grazie,
Parli sempre con tutti?
Io no, e tu?
Io parlo volentieri con tutti, io sono russo,
Hai conosciuto qualcuno qui in Francia?
Quasi nessuno, io provo a parlare, attacco a parlare con le ragazze ma non mi cagano, c’è un cazzo da fare. Ci presentiamo, che ne dici? io mi chiamo Vladimir, tutti mi chiamano Vladi,
Vladi, dico io, e vorrei chiedergli qualcosa che ogni tanto penso di chiedere a qualche russo, e cioè come cazzo è la lingua del vecchio Dostoevskij, in originale. Voglio dire se se la tira se lavora con delle frasi ampollose e piene di infiocchettamenti o se va dritto al sodo e pesta tranquillo e fa la sua musica senza menarsela troppo. Vladi però sta parlando d’altro, mi dice: Quella mia amica, la libanese MMMMHHHH mi piaceva tantissimo, io ero molto innamorato di lei, le avevo dato tutto, le avevo dato tutto quello che avevo da dare, il mio cuore, il mio cervello, TUTTO, cristo, e quella… ah FERMATI VLADI,
Sì, fermati è meglio, e abbassa il volume, 
Bevi ancora qualcosa?
Eh?
Bevi qualcosa oltre al caffè?
Sì, perché no,
Bevi una birra,
Va bene,
Io posso offrirti anche la vodka,
Grazie,
Vuoi la vodka?
No, va bene la birra,
Lui ordina una vodka e una birra e mi dice: Mhh ti dico una cosa, posso dirti qualcosa di molto intimo della mia amica o mi trovi volgare, mi trovi uno stronzo di russo invadente?
Vediamo,
Jamila era calva tra le gambe,
Che significa?
Si radeva i peli, lì, nella sua natura,
Ho capito,
Se li radeva tutti, sembrava un uovo, però quando la carezzavo sentivo i peli che cominciavano a crescere, mi eccitava, poi non solo la sua natura si radeva, ma anche il culo,
Sul serio?
Sì, aveva il culo e la passera completamente lisce e rasate, come la faccia, no, anzi più della faccia, perché in faccia si vedeva una leggera peluria, come si dice, in controluce, capisci un leggera peluria sul viso, sotto il mento, poi aveva i peli sulle braccia, come te,
Ho capito,
Non ti offendi,
No,
Senti Vladi,
Dimmi,
Sei comunista?
Ooohhh,
Allora?
Ohhh! Il punto è che oggi tutti vogliono fare i soldi, tutti vogliono stare tranquilli col conto in banca e la loro casa, in occidente e dappertutto, per questo che non ci sarà mai il comunismo, dico sul serio,
Ho capito,
I francesi sono fissati con la finanza, quando sono arrivato qui è una delle prime cose che ho notato, ogni giornale ha le sue pagine di finanza, di soldi e borsa, mi è venuto un colpo, e poi tutti i tipi di giornali e i settimanali e anche i telegiornali danno consigli su come investire i propri soldi, sull’andamento della borsa eccetera, per questo non ci sarà mai il comunismo, ecco che arriva la birra e la vodka, senti dimmi una cosa,
Sì?
Cosa fai stasera? Hai da fare stasera?
Perché?
Perché ti volevo invitare da me, sai io non ce li ho i soldi per invitarti al ristorante, ma non sono da buttare via come cuoco e possiamo farci qualcosa da mangiare,
Senti Micha,
Sì,
LA TUA CUCINA,
Eh?
COM’È LA TUA CUCINA?
Oh, merda, casa mia è piccola, è un buco, ma se non sei una complicata ci ho della buona vodka, e non sono male come cuoco…
Sì, ma la tua cucina, me la sai descrivere?
È piccola, cazzo, ti dico subito che è piccola e tutta la casa è piccola, è una specie di baracca ricavata da un ex casino, per le scale è pieno di specchi, era un casino. Il fatto è che qui devi averci un sacco di grano se vuoi un buco decente,
Ho capito,
Però questione pulizia è un’altra cosa, io la mia cucina la pulisco sempre, certe volte anche se torno a casa mezzo ubriaco, o un po’ allegro diciamo, io mi metto lì e la pulisco sempre, almeno cerco, è una cucina piccola, ma c’è tutto quello che ci vuole,
Mh, 
Che ne dici, ci vieni?
Mi dico che forse è solo un compromesso quello che sta per succedere, e che non so niente di quest’uomo a parte il fatto che assomiglia a Stalin e che è solo. Ma non sembra un ansioso, e non ha l’aria di essere in co-terapia. Oh merda, forse non dovrei continuare a bere tutti questi caffè e poi la birra, non dovrei lasciarmi andare così, o forse sì.


Rossana Campo


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