Un corso di giardinaggio on line (o il Mito del Dialogo)

di Concita De Gregorio su 12 mesi - Smemoranda 2019





“E allora se non vuoi più studiare perché lo studio “non ti corrisponde”, come dici, che cosa vorresti fare, amore?”.
La voce della Madre era stata dolce come sempre, dolcissima, la testa leggermente inclinata, il sorriso attento. Dolce fino all’ultima parola: amore. Strano, no? Proprio dentro la parola amore la Madre aveva sentito un retrogusto di pianto, qualcosa di nuovo e di sconosciuto, violento. Una specie di rabbia. Ma un attimo, era stato un attimo.
Il Figlio, occhi bassi, continuava a consultare lo smartphone.
“Non lo so. Niente. Non lo so”.
“Dai, amore. Non ti scoraggiare. Vediamo insieme. Che cosa potremmo fare? Niente no, pensa quanto ti annoieresti. Vogliamo cambiare scuola? Eh? Magari ti piacerebbe imparare a fare un lavoro con la musica: pensa, per esempio, il fonico, eh? Ti ricordi quella volta che mi hai detto che avevi conosciuto quel ragazzo che faceva il fonico, ti era rimasto tanto simpatico. Ti ricordi?”.
“Non ci sono scuole per fonico”.
“Ma certo che ci sono! Andiamo subito a vedere. Dai, cerchiamo su Internet”.
“Dopo ma’. Ora no. Ora ho da fare. Ti dico io quando”.

Tre mesi dopo, la Madre aveva preso appuntamento col Professore. L’illustre pedagogista esperto in “gestione del conflitto parentale”. L’autore del best seller “Il Mito del Dialogo”, seicentomila copie vendute, dodici edizioni in sei mesi. Il coach del celebre gruppo di autoaiuto per genitori in ansia da prestazione, “Educare se stessi”, e star di youtube: le sue lezioni video erano condivise da milioni di utenti. La Madre le aveva viste tutte. Anche se non facevano al caso suo, anche se parlavano di bambini piccoli e non di ventenni. Erano proprio interessanti. Le aveva viste e riviste anche, forse, per via di quei titoli che la facevano sempre sorridere e un po’ ripensare al passato. La lezione 7, per esempio. “Se non fate dormire il pomeriggio vostro figlio di tre anni perché lui non vuole”. In effetti, se lui non vuole come si fa a farlo dormire, aveva pensato la Madre nessuno dei cui figli aveva mai fatto il riposino, neppure una sola volta nella vita. Nel video il Professore – un tipo con il taglio degli occhi leggermente all’ingiù, il viso tondo, l’aria mite, doveva avere sui sessanta – parlava per 5.48 minuti con frasi brevi e secche, lunghe pause tra una frase e l’altra. Pause, immaginava la Madre, per lasciar depositare l’informazione appena ricevuta. “Il bambino fra due e tre anni ha bisogno di riposare. Il suo cervello, il suo organismo ne hanno bisogno per ragioni di evidenza scientifica incontestabili. Dormire elimina l’eccesso di neuroconnessioni: è indispensabile alla corretta maturazione delle facoltà cognitive”. Pausa. “Il genitore non fa un referendum, non apre un dibattito, non negozia. Il genitore accompagna il figlio in camera, lo lascia sul lettino, chiude la porta, esce”. Pausa. Non fa un referendum. “Se il bambino non vuole dormire farà altro. Starà in silenzio, avrà un amico immaginario, attenderà la fine di quel tempo pregustandola. Si annoierà, inventerà un gioco”. E se piange? Pausa. “Il bambino che piange crea un disagio ai genitori, sono loro che non sopportano di sentirlo piangere. Lo fanno cessare per il loro benessere, non per quello del figlio. Il pianto di sofferenza è un pianto silenzioso. Il pianto rumoroso ha bisogno di un pubblico. In assenza di pubblico cessa. Il bambino che piange rumorosamente sa di essere ascoltato”. Fine.
Molto interessanti anche la lezione 12 (“Se a dieci anni è libero di dormire nel lettone coi genitori”), la lezione 13 (“Se entra in bagno mentre voi lo state occupando”) – vasca, doccia, water, bidet: qui il Professore passava in rassegna le fattispecie di uso del bagno da parte del genitore, e le sue reazioni all’ingresso del figlio. Infine la lezione 18, la preferita della Madre. Brevissima, 3.52 minuti. “Se vi chiama al telefono in qualsiasi momento per fare domande inessenziali”. La lezione era solo una sequenza di domande possibili – “dove sei?”, “cosa stai facendo?”, “quando torni?”, “mi potresti comprare un goniometro?”, “hai mica visto i miei pantaloni blu?” – che da sola, senza alcun commento, faceva veramente ridere.

Prendere appuntamento non era stato semplice, la lista d’attesa arrivava a dicembre ma la Madre aveva avuto fortuna. Una rinuncia “per trasferimento”: i genitori di cui aveva ereditato il posto, quel giovedì alle 17, si erano trasferiti all’estero per seguire il figlio, preso nel vivaio di una importante squadra di calcio. L’incontro era durato 45 minuti. Nei primi cinque la Madre aveva esposto quello che continuava a chiamare “il nostro problema”. Il professore prendeva appunti. “Non riusciamo a trovare niente che ci appassioni davvero”. Qui lui l’aveva interrotta. “Signora, mi sa dire perché usa il noi? Il problema di appassionarsi a qualcosa è suo o di suo figlio?”. La Madre, sorpresa, aveva risposto: nostro, suo e dunque anche mio. E così il Professore aveva potuto riassumere in poche frasi, accompagnandosi con dei disegni, la celebre sua tesi sul “tragico mito del dialogo, l’illusione che gli adulti possano determinare il benessere dei figli con la disponibilità ossessiva. L’illusione che prevedere e soddisfare i loro bisogni li renda felici”. Mi segue, signora?

Cosa ti ha detto, allora?, le aveva chiesto il Padre, la sera.
“Ma niente”.
Come niente?
“Abbiamo parlato del suo libro. Tutte cose che sappiamo. Ma tu l’avevi letto, poi, il libro?”.

Da “Il Mito del dialogo”. Introduzione.
“Il registro di conversazione, in famiglia, ha assorbito letteralmente quello educativo. Il tragico mito del dialogo ha prodotto l’idea che educare i figli sia parlare con loro. E’ cresciuta una generazione di genitori che anziché decidere per il figlio decidono con lui, rinunciando al rischio della scelta e alla fatica del diniego. Genitori per i quali è inconcepibile procurare un dispiacere ai propri figli. Ma questo è un bisogno narcisistico dell’adulto: ai bambini ciò che serve per crescere è la verità del conflitto, non l’apparente sua assenza. Senza conflitto non li mettiamo in condizione di affrontare la vita che presto, non protetti, li troverà deboli. Un danno enorme”.
Da “Il Mito del dialogo”. Capitolo terzo. L’invadenza digitale.
“Un marketing manipolatorio si rivolge a bambini sempre più piccoli e fa leva sulla disponibilità ad accontentarli dei genitori. L’uso della tastiera sotto i nove anni è un errore. La Finlandia, che ha pensato di andare verso il futuro con l’uso dei tablet nella scuola primaria, vede ora i danni formativi: certificati, misurabili. La tecnologia va benissimo, se guidata. Non se la ragione occulta è quella di far vendere sempre prima e sempre di più un prodotto. Un adolescente non può dormire con dispositivi led accesi, che lampeggiano e vibrano. E’ un rilevo igienico: è come dormire nudi al freddo. Ci si ammala. Le interferenze magnetiche luminose e sonore mandano al cervello segnali capaci di fuorviare le attività cerebrali”.

Il Figlio, un paio di settimane dopo, aveva manifestato interesse per un corso di giardinaggio on line. “Una cosa bellissima, amore. Ma perché non pensi di farlo andandoci di persona? Sai, le piante hanno odori, forme che se le tocchi secondo me capisci meglio. Vuoi che ne parliamo anche con papà?”.
Non voleva.

La Madre aveva detto al Padre, quella sera, che temeva che il Figlio fosse depresso. “Dovremmo portarlo da uno specialista. Magari dovremmo andarci tutti insieme. Farebbe bene anche a noi”. Il Padre aveva letto il libro. Sospirò. Poi disse, alla Madre: “E se invece andassimo dieci giorni in vacanza noi due?”.

Da “Il Mito del dialogo”, Epilogo.
“Continuiamo a certificare disturbi cognitivi, ma è irrealistico pensare che un ragazzo su quattro sia malato. La diagnosi dà al sistema una percezione di efficienza. Senza mai mettere in dubbio che il difetto sia in chi educa, non in chi è educato. Che l’errore sia non nella mente dei figli ma nella capacità di chi li cresce”.


Concita De Gregorio


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