Gli asili nido? Cosa vuoi che sappia io degli asili nido. Non ne so mica niente. Ma quando? Aah, ma è stato tre o quattro anni fa. Sì, mi avevan chiamato, e c’ero anche andato, ma dire che sapevo qualcosa, non sapevo niente. Sì, ma gliel’ho detto, la prima cosa che gli ho detto: Io vi ringrazio molto di questo invito, ma non ne so niente. Son contento di esser venuto, son contento di sentirne parlar degli esperti, che poi gli asili nido è anche un argomento interessante, e soprattutto la figura paterna, a chi non interessa la figura paterna negli asili nido? Vi ascolto molto volentieri, solo non fatemi parlare che non ne so niente. E invece loro hanno insistito che avevan previsto il mio intervento, che mi pagavano, anche, allora ho parlato. Mica perché mi pagavano, oramai ero lì, ero anche di strada. Venivo da Bassano del Grappa, che ero andato a un convegno sul traffico. Eh. Sì. Sul traffico. No guarda, non ho neanche la patente. Difatti. Sì. No, gli ho detto che io vado in treno. No, dopo ho parlato. Mica di traffico. Cioè, in un certo senso, di traffico, ma in un certo senso. Che anche lì, io gli ho detto: Io vi ascolto volentieri, che il traffico è un argomento, poi qui siete tutti degli esperti, è meglio che parlate voi che io vi sto a sentire, gli ho detto io, solo che loro, non c’è stato verso, che io avevo già accettato, hanno detto, che c’era già anche lo stanziamento approvato, ho dovuto dir qualcosa anche lì. Eh, cosa vuoi che gli abbia detto, subito avevo pensato di parlare del traffico dei treni, solo che, cosa vuoi che sappia io del traffico dei treni? Cioè, qualcosa, a pensarci, lo trovavo, sul traffico dei treni. Che io, dei treni, c’è quella cosa lì, che io non l’ho mai capita, che i treni quando stanno per arrivare in stazione, non so se ci hai mai fatto caso, prima di arrivare in stazione, le stazioni grandi, a Bologna, ma anche a Firenze, a Milano, anche, prima di arrivare in stazione i treni si fermano. Che è una cosa che è strana abbastanza, a pensarci, è come se uno che va, non so, in tabaccheria, a piedi, o in bicicletta, dieci metri prima di arrivare in tabaccheria si ferma e sta lì quattro o cinque minuti poi riparte e entra in tabacchieria e prende le sigarette. Ecco io avevo pensato: adesso gli parlo di queste fermate, che poi delle volte ci sono sia quando arrivi che quando riparti, ci sono dei treni che arrivano in orario e poi a ripartire ci mettono dei venti minuti che a quelli che son dentro al treno gli viene su un’ansia che te senti proprio il nervoso che vien su dalla gente che li vedi che stanno attenti al minimo rumore, che tutti i rumori vorrebbero che fosse il fischio del capotreno che dice che il treno può ripartire e poi dopo, lì, quando riparte davvero, magari con venti minuti di ritardo, si sente il sospiro di soddisfazione, non che si senta con le orecchie, si sente, non so come dire, con le antenne, è una cosa che è un po’ così, di atmosfera, che la gente, è come se senti le teste che si rilassano, e son tutti contenti che non gli sembra vero, cioè sono contenti che il treno è partito che è una cosa che non dovrebbe essere mica una cosa che la gente è contenta, cioè un treno arriva, e dopo parte, dovrebbe essere una cosa normale, e invece loro, che poi dovrei dire noi perché dentro ci sono anch’io, noi siamo contenti. Ecco. Io pensavo di dirgli una cosa del genere. Perché quella cosa lì che si fermano, i treni, e che poi fan fatica a ripartire, è per via del traffico, no? Cioè io perlomeno mi immagino che sia per via del traffico. Di preciso non lo so, ma io mi immagino che c’entri, un po’, il traffico. Eh. Comunque dopo non gliel’ho detto. No perché, l’intervento, lì, era previsto che io parlavo un’ora. Eh. Guarda, non lo so, loro hanno detto che io avevo accettato, che c’era anche lo stanziamento e tutto che era proprio uno stanziamento da un’ora, allora io non potevo, capisci, cioè il traffico dei treni, va bene, se era cinque minuti, ce la facevo, un’ora mi sembrava un po’ troppo. Allora dopo, gli ho parlato di una cosa tutta diversa. Eh, ho improvvisato. Che è stata una cosa stranissima. Cioè io di solito, quando vado, che mi chiamano, mi preparo tutto, cioè io vado là che ho tutto scritto, non dico una parola di più, non mi invento niente, io arrivo lì, non son neanche io, cambio anche voce, hai capito? Delle volte non mi accorgo neanche di quel che c’è scritto, difatti poi spero sempre che non mi facciano delle domande e se mi fanno delle domande io gli rispondo sempre nello stesso modo, cioè io gli dico: La rigrazio per la domanda che è molto interessante, purtroppo io però non so rispondere.
Che in un certo senso, hai capito?, gli do anche soddisfazione, difatti alla fine poi sono contenti, la cosa più strana è che sono contenti, anche lì a Bassano del Grappa, io sai di cosa gli ho parlato, alla fine? Gli ho parlato dei bambini piccoli, della nascita di un bambino piccolo come forma di traffico, che quello lì è un traffico, hai dei figli te? Ecco, allora lo sai. Solo che non ero mica tanto convinto che valesse, come traffico, allora alla fine gli ho parlato anche un po’ degli asili nido. Intesi come traffico di mamme, cioè come concentrazione di giovani donne in un dato cronotopo, lo sai te cos’è il cronotopo? Eh, anch’io non lo so mica tanto bene, significa Spazio tempo, credo, ma non sono sicuro, però m’è scappato, che cronotopo è una di quelle parole che nelle conferenze ti vengono fuori senza che tu te ne accorgi. Cronotopo, ho detto, e ho alzato la testa, li ho guardati, non diceva niente nessuno, Si vede che va bene, ho pensato, e sono andato avanti. E dopo ho finito con quella cosa lì, con la concentrazione di mamme, in certi orari, davanti a certi portoni, e tra loro, ma rara, qualche timida figura paterna che trascina la sua solitudine, devo aver detto una cosa del genere, che ho pensato intanto che la dicevo: Ah, andiam bene. Solo che loro, oh, io non so cosa dirti, eran contenti. Cioè sembravan contenti. Cioè sembran sempre contenti. Eh. Anche secondo me. Ah, guarda, non lo so. No, perché uno proprio se lo domanda: Ma cosa ci vado a fare?
No perché poi mi chiamano a dir delle cose, l’altro giorno, per dire, sono andato a Trento a un convegno sulla letteratura della DDR.  Credi che io ne sappia qualcosa, della letteratura della DDR? E secondo te non gliel’ho detto? È stata la prima cosa che gli ho detto, Guardate che io non so neanche com’è pitturata, la letteratura della DDR, solo che loro mi han detto che volevano proprio qualcuno che non ne sapeva niente, che loro eran degli anni che ci lavoravano che l’avevan studiata da tutti i punti di vista, la letteratura della DDR, che, cosa vuoi che ci sia da dire, è durata quarant’anni, volevan sentire una voce nuova, e mi avevan chiamato a me che potevo parlare di quel che volevo. Allora, io, lì, no, no, ho inventato. Cioè io ho fatto un discorso, ma tutto immaginario, cioè io mi sono immaginato un ipotetico romanzo della DDR che racconta di un padre che nella sua solitutine, sulla sua utilitaria, passa il tempo davanti a un asilo nido, che io non lo so neanche se c’erano, gli asili nido, nella DDR, a interrogarsi sul cronotopo cosa vuol dire. Cioè lui si dice: questo posto qua dove sono, un abitacolo di un’utilitaria della DDR in un parcheggio della DDR davanti a un asilo nido della DDR è uno spazio. E fin qui ci siamo. E il tempo, adesso son già passate due ore che sono qui, abbiamo anche il tempo. Allora, si chiede lui, è un cronotopo, questo? Che io dico: si può andare in giro a dir delle cose del genere? No, ma difatti. No, ma anche secondo me. E poi non è mica finita. No perché quello lì, della DDR, dopo, cioè praticamente, io non sapevo più cosa dire, allora lo facevo star lì tanto, tipo tutto il pomeriggio, cioè te ti immagini un pomeriggio in un parcheggio della DDR, su un’utilitaria della DDR, davanti un asilo della DDR, una figura paterna della DDR con la sua solitudine? Eh, lo so anch’io, però qualcosa dovevo pur dire, e poi dopo, c’era il problema di come finire. Eh. E sai come ho finito? Lo vuoi sapere? No, io se non vuoi non te lo dico. Te lo dico? Eh. Ho finito che lui stava lì tutto il giorno, praticamente, davanti all’asilo nido, e dopo quando veniva ora andava a prendere la figlia, la caricava in macchina, davanti, che nella DDR non c’era questa abitudine che c’è adesso di mettere i figli di dietro sul seggiolino, no, la caricava davanti e partivano, senze cinture di sicurezza, e la figlia aveva in mano un pennellino, che si vede che avevan pitturato, lì in quell’asilo della DDR, oppure il motivo non lo so ma era così, aveva in mano questo pennellino, la macchina partiva, la bambina cominciava a spennellare il cruscotto, dopo gli diceva, al suo babbo: Papà, la tua macchina è tutta polverizzata. Eh. Ho finito così. E niente. Dopo sono andato a dormire, gli ho detto che cenare, no, grazie, facevo anche a meno, sono andato in albergo. E poi son ripartito, al mattino presto. E nell’andare in stazione ho visto un ombrellone, di quelli verdi, che si muoveva come se tirasse un gran vento, e invece il vento non tirava. E sotto l’ombrellone ho visto un signore con una camicia rossa e nera a righe sottili, e dei capelli grigi, tirati indietro, e tenuti insieme a ciuffi dalla brillantina, ma secca, e eran le sette del mattino, e era lui che apriva l’ombrellone. E sono entrato nel suo bar, ero il primo cliente, e il caffè l’avevo già preso in albergo allora gli ho chiesto qualcosa di salato, e lui m’ha detto Posso farle un toast, e io gli ho detto Va bene, e intanto che metteva su il toast è entrata una signora e gli ha chiesto il solito cappuccino. E il bar era grande, con dodici tavolini con sopra dodici tovagliette blu con disegnati dei pesci, dei disegni che io li avevo già visti sui tappetini per i mouse del computer. E in alto per aria c’era un filo tirato con appese ventritré bandierine di Italia Sizzera Svezia Inghilterra Austria Germania Olanda Francia Stati Uniti, e poi ancora Italia Svizzera Svezia eccetera, fino a ventitré, si finiva con l’Austria. E è entrato un immigrato, sudamericano, sembrava, con un giubbetto chiaro e un ombrello nero, e delle scarpe da ginnastica bianche, e gli ha chiesto un caffè. E è arrivato il toast, e l’immigrato ha guardato il toast e ha chiesto al barista: Quanto costa questo? E il barista ha detto Due euro e cinquanta. E dopo non ho sentito cosa si son detti perché erano già entrati altri tre o quattro, si eran messi a parlar tutti insieme. E io ho preso il toast e l’ho mangiato, e dentro era freddo, non si era scongelato del tutto, e dopo ho pagato sono uscito dal bar e mi è sembrato che cominciasse a piovere appena, ma poi ha smesso subito, e poi tutto il mattino ho avuto in bocca l’odore salato del toast non scongelato.


Paolo Nori


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