Tu mi conosci, ma non sai il mio nome. Potrei anche scriverlo in fondo a questa lettera, e non ti direbbe niente. Anzi, te lo dico subito: mi chiamo Ariele. Colpa della fantasia di mia madre… ma questo non ti interessa.
    Mi conosci, perché mi vedi ogni giorno. E io vedo te.
E’ passato giusto un anno dalla prima volta. Sai, Flavia, questa lettera avrei potuto scriverla anche un mese fa, ma mi piaceva l’idea di aspettare l’anniversario del tuo ingresso nella mia vita. Il 19 luglio. Milano torrida, deserta, brulicante di facce nuove. Tu avevi una maglietta rossa, jeans neri, sandali dorati col tacco, i tuoi meravigliosi capelli castani lunghi, più lunghi di come li tieni adesso.
Dio santissimo, mi sono detto. Ma da che pianeta arriva questa dea? Dove ha parcheggiato l’astronave? Ed è scesa dal cielo per venire proprio qui?
A ogni passo modificavi l’aria, i contorni delle cose nella via. Il seno si muoveva, sotto il cotone leggero, e cantava la sua canzone. Mentre tu camminavi, e cambiavi la mia vita per sempre, i ciechi tornavano a vedere. Te lo dico io, Flavia, mi puoi credere. Io ho visto i ciechi aprire gli occhi e ho sentito i muti parlare. Mi sono rivolto a un sordo, gli ho detto a bassa voce: “Quella donna è stupenda, e io l’avrò.” E il sordo ha annuito. Mi aveva sentito. “E svegliati, allora!”, mi ha incoraggiato uno dei muti. “Fa’ qualcosa!”
Inutile nasconderlo: ho notato subito anche l’escrescenza maschile che ti spuntava da un braccio. Nel tuo braccio lasciato nudo dalla manica corta, forse un po’ sudato, appena umido, si innestava una mano dal dorso peloso, adorna di orologio e bracciale, e il resto del corpo di tuo marito ti camminava al fianco, con quell’aria da padrone, quell’espressione di chi semplifica il mondo fra tuo e mio, fra piacere e fastidio. Una fata che ha sposato uno yeti, ho pensato. Com’è possibile? Non che non se ne vedano, eh.
Tu sei passata, quasi sfiorandomi, e mi hai guardato. Fra uno yeti e un ragazzo carino come me, il confronto è presto fatto. Non lo dico per vantarmi.
Sei passata, e il tuo culo, il tuo culo, scusami ma devo scriverlo ancora una volta: il tuo splendido culo alto, pieno di promesse, pieno di verità taciute, stretto nei jeans, ha cominciato a danzare. A ogni passo una piega si formava nella tela nera, sotto le tasche; una a destra, poi una a sinistra, ritmiche, alterne, mentre sopra queste linee orizzontali, questo alfabeto Morse del desiderio, la rotondità compatta del culo sembrava una sfida. Quel culo faceva rivivere i morti. Infatti un morto mi ha appoggiato una mano sulla spalla, in quel momento; anche lui ti guardava, e io gli ho detto: “Quando vedo un culo come quello, sotto una cascata di capelli bruni, divento cattivo. Mi sento spuntare denti da vampiro, e non so se vorrei vedere il mio sguardo allo specchio, perché forse vedrei gli occhi di un lupo”. Lui ha mandato fuori dei versi da quella che mi sembrava la bocca. Insomma, mi è parso che fosse d’accordo.
Ho messo sulla porta del negozio il cartello “Torno subito”, e vi ho seguiti. Ho visto dove abitavi, ho perfino sentito nell’aria quell’odore di casa nuova, di lavori appena fatti, che si mescolava con la scia del profumo che i tuoi capelli lasciavano. Ti ho vista sparire dietro il portone. Mi sono avvicinato, ho letto i vostri cognomi sul citofono; facile capire quali erano i vostri, c’era l’etichetta appena incollata. Ho alzato gli occhi e ho pensato che forse, fra un minuto, appena arrivati su ed entrati, tuo marito ti avrebbe toccata. Ho visto che una tapparella veniva abbassata al terzo piano. Sì, il cavernicolo stava per toccarti, forse ti stava già baciando. Il mio cazzo innamorato, chiuso nei jeans, ha riflettuto sulla cosa, mentre io stavo lì sotto con il cuore accartocciato dal dolore, e ha detto: “Lei dev’essere tipo la sua segretaria. Era la sua segretaria, si è fatta sposare dal principale. Oppure si sono conosciuti in discoteca. Lei è bellissima, ma povera di famiglia. Questo qua è arrivato col Ferrarino, ha fatto il brillante, lei cosa poteva farci, poveretta?”
Da quel giorno tu sei diventata il mio chiodo fisso, il mio amore, e il mio hobby.
Ho cominciato a seguirti. Ho scoperto molte cose di te.
Alcune importanti, come i colori che preferisci indossare, il tuo nome ripetuto dal prestinaio, il tuo numero di scarpe: le scarpe del 38 in cui infili i piedini che bacerò per ore, come un vero schiavo-padrone pazzo di te… ti ha mai baciato le caviglie, il tuo degno consorte? Immagino che si lanci subito sul bersaglio principale, grufolando di gioia.
Altre meno importanti, come la tua passione per le azalee, il mestiere di tuo marito (ci avevo quasi azzeccato: lui è il direttore di una ditta di Como specializzata in borsette, cinture e accessori vari; tu non eri la segretaria ma una delle modelle delle telepromozioni con cui lui vende queste schifezze, e mi sa che devo anche averti vista in tv, qualche volta) e il fatto che da tre mesi, ogni mercoledì, durante quella che per lui dev’essere la pausa pranzo, un uomo viene a casa tua a trovarti.
Questo significa poco per me. E’ come se l’invidia che provo per il tuo legittimo e pelosissimo usufruttuario, per quell’animale del tuo coniuge, assorbisse tutto, senza lasciare spazio a gelosie accessorie. Potrei perfino simpatizzare con il tuo amante, provare complicità. Certo, Flavia, i tuoi gusti…! Anche questo, quando cammina sembra che penda da una parte perché gli pesa il portafoglio. Non gli hai detto di evitare le sgommate con la BMW, quando riparte alle 14,30 precise? Un po’ di discrezione, insomma! Non è soddisfatto dei segni che ti ha lasciato addosso, i succhiotti e il resto? Deve per forza deporre sull’asfalto mezzo chilo di gomma bruciata, che poi non ti dico l’odore?
No, a me comunque non importa di quest’uomo. Verso di lui mi sento generoso, concessivo e tollerante. In una prospettiva cavalleresca, potrei stringergli la mano e bere con lui un bicchiere di vino sincero, celebrando la tua bellezza.
Ma forse a tuo marito sì. A lui importerebbe.
Capisci, vero?
Forse, dico forse, se io telefonassi in ditta a tuo marito e gli dicessi con voce soave di tornare a casa all’ora della pausa pranzo, il prossimo mercoledì, e pazienza se per questo deve fare una corsa giù da Como… forse, dico forse, sentiresti il suono più terribile del mondo, quello della chiave che entra nella toppa mentre ben altro è entrato in te, e nel giro di pochi secondi una tempesta di urla, rabbia e vergogna si abbatterebbe sulla tua vita. “Una scena tremenda, sarebbe” mi ha confermato stamattina una maniglia, perché quando tu cammini e le linee dei tuoi fianchi mandano anelli concentrici nell’aria, come un sasso gettato in acqua, be’, gli oggetti si animano. “E poi,” ha insinuato la maniglia, “immaginati lei bellissima, scarmigliata, magari l’amante le ha fatto tenere le autoreggenti…” “Ma no!” ho ribattuto io. “Quello è un troglodita come il marito, figurati…” “Sì, invece!” insisteva la maniglia. “Io ci scommetto che lui le sfila una calza, le bacia il ginocchio, la coscia, le solleva le gambe e la prende così, lasciandole addosso l’altra calza, e sente su una spalla la pelle nuda e sull’altra il nailon profumato…”
Arrivo al dunque, Flavia. Non scherzo più.
Se non vuoi che tuo marito ti piombi in casa e faccia un macello, perché mi sembra il tipo, tu hai davanti due alternative. Solo queste due, attenzione, perché mollare adesso lo sgommone della BMW non ti servirebbe. Lo so che glielo avrai detto in tutte le lingue di stare attento a non farsi vedere, ma due settimane fa il cretino ha aperto la finestra della camera, si è affacciato offrendo il petto nudo al mondo, si è fatto fotografare dal mio modesto cellulare (ultima generazione, ma fascia economica) ed è tornato dentro. Due alternative, quindi.
La prima è che tu ceda al ricatto, congedi l’orango numero due e faccia salire me nella tua camera da letto, mercoledì prossimo.
Ho dovuto riscrivere due volte la frase, perché mi tremano le mani. Impazzisco solo al pensiero del tuo sguardo arrabbiato, umiliato, incuriosito. Perdo la testa all’idea di poterti ordinare quello che dovrai indossare. Svengo se penso a come abbasserai gli occhi, quando sarai davanti a me. Forse dirai: “No!” Forse mi chiederai di non farti del male, ma io non te ne farò. Sì, se fossi il tipo potrei fare la carogna, verificare fin dove sei davvero disposta ad arrivare pur di evitare lo smascheramento agli occhi del quadrumane tuo sposo, la sua ira, il divorzio, la catastrofe. Non dico di non averci pensato perché sai, quel certo diavoletto me lo porto dentro dalla nascita, come ogni maschio che si rispetti; e se anche non ci avessi pensato prima l’ho pensato adesso, scrivendoti. Ma non è questo che voglio.
Voglio averti mia, senza difese, questo sì, e poi ammazzarti di piacere, e basta. Voglio succhiarti l’anima in fondo alla spina dorsale e slinguarti il cuore. Voglio sfinirmi sul tuo collo, le tue ascelle, i tuoi ricordi, i tuoi pensieri. Mi basterà, non chiedo altro a te e alla vita.
Ecco, questa è la prima alternativa. La prima, allettante, affascinante alternativa.
La seconda alternativa è che tu non ceda. Che tu mi dica no, mi mandi al diavolo, minacci di rivolgerti alla polizia, ai carabinieri, alla mafia, perfino a lui; o semplicemente che tu ti chiuda in un silenzio sdegnato. E, immagino, preoccupato.
Sai cosa succederà, in quel caso?
Niente.
Ma non perché avrei paura della tua reazione, no. Non dirò niente a tuo marito, perché non merita di sapere. Non ti accadrà nulla, Flavia. Continuerà tutto come prima. Io non voglio farti male, e non te ne farò.
“Sei matto” mi ha detto oggi il vento, perché quando tu cammini il vento ti avvolge, s’infila, ti dà brividi di cui sono geloso, e nessuno ti sa toccare come lui. “Tu sei matto! Perché dovrebbe accettare di vederti, se non rischia niente?”
“Accetterà” ho risposto io. “Accetterà.”


Raul Montanari


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Smemoranda 2011


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