Il vecchio sale per primo. Infila gli scalmi nei loro buchi, poi i remi negli scalmi.
-Vieni su,- dice, e io scendo dalla sponda con un saltello che fa rollare la barca, scontenta di sentirsi caricare di un peso diverso da quello del suo unico signore e padrone. Mi siedo e guardo i capelli a spazzola del vecchio, bianchissimi, pungenti come filo di ferro, e la faccia squadrata e dura, la bocca senza labbra come una linea sottile, gli occhi grigi impenetrabili.
È una sera dell’estate del ’66 e la piazza del porto è illuminata perché c’è la festa del paese: la gente balla al ritmo di un’orchestrina, altri sono appoggiati alla ringhiera e ci osservano. Qualcuno saluta il vecchio, con timidezza, e lui risponde con brevi cenni del capo, come un sovrano corrucciato che non ama concedersi ai suoi sudditi. Indossa una tuta da meccanico, eppure è questo che sembra: un re del suo mondo. La barca si allontana dalla sponda tracciando una scia che si allarga a V sull’acqua luccicante, e nel giro di un minuto i paesani sono ridotti a sagome, sullo sfondo di tutta la luce che invade il porto.
Il vecchio che pochi sono capaci di guardare negli occhi dà le spalle all’ombra, penetra alla cieca nel buio del lago. Quante volte mi sono chiesto come mai tutti remano all’indietro, senza poter vedere dove vanno? Io i remi non li ho mai presi in mano, non ho ancora scoperto che così si fa meno fatica. Perciò questo mi sembra un altro mistero, una delle tante cose insensate che costellano la vita degli adulti e che mi fanno chiedere se io, quando sarò cresciuto, mi ricorderò di evitarle.
Il monte Bregagno sale dietro di noi, schiaccia il paese fra la roccia e l’acqua. Il Legnone disegna il suo profilo sull’altra sponda, buio contro buio, e sotto baluginano i borghi della costa orientale del lago di Como: Dorio, Dervio e in mezzo Sueglio, piccolissimo.
Il vecchio silenzioso e terribile è mio nonno.
Quando d’estate i miei mi portano qui, dove c’è la casa dei genitori di mia mamma, il nonno mi accoglie con un ruvido abbraccio, pungendomi con la barba dura come i capelli e con l’odore di sudore e di officina della sua tuta. Sorride e mi accarezza le guance dicendomi qualcosa in dialetto e io, anche se non capisco, so cosa devo fare: chiudo gli occhi e porgo le mani. Subito sento qualcosa pesarmi su un palmo e quando schiudo le palpebre vedo il soldone. Il nonno chiama così la moneta d’argento da cinquecento lire che ha su un lato una caravella con le vele spiegate. Ogni volta che arrivo me ne regala una.
Chi non ha mai visto quelle cinquecento lire non sa cosa si è perso: erano meravigliose! Massicce, preziose, mai più eguagliate. Molti anni dopo, venni a sapere che di quelle monete ne circolavano alcune con un errore: la bandiera della caravella sventolava all’indietro, come se fosse montata su un’automobile o un treno, insomma un veicolo spinto da un motore a gran velocità; invece avrebbe dovuto stendersi in avanti, nel senso del vento che gonfiava le vele e spingeva lentamente la nave fra le onde. Forse un giorno il nonno mi aveva mostrato una di queste monete sbagliate, ma non sono più sicuro se questo sia un ricordo vero o un sogno o una fantasia.
Tantissime cose che in quegli anni devo avere solo immaginato si sono fissate nella mia memoria come se fossero accadute, e ormai non riesco più a distinguere il vero dal falso. Come quel ragno nero e peloso, grosso come un topo, che avevo visto – o avevo creduto di vedere – correre veloce su una parete e scomparire dietro la porta della cantina, dove da quel giorno mi rifiutai di entrare perché ai miei occhi si era trasformata in un covo brulicante di mostri dalle zampe ad artiglio. Oppure quel pesce enorme, maculato, che una mattina avevo scorto nelle acque del porto, mentre nuotava lento e sinuoso su un basso fondale di sabbia. Un luccio? A me era sembrato uno squalo.
Stasera il nonno si è alzato da tavola e ha buttato il tovagliolo sporco di vino accanto al piatto.
-Vieni con me,- mi ha detto.
La nonna gli ha fatto notare, in tono ansioso, che tutti erano vestiti a festa, o insomma almeno presentabili, e che era indecente uscire con la tuta sporca di grasso dell’officina! Ma lui le ha ordinato di tacere e mi ha preso per mano. Fra loro parlano nel dialetto che io non ho mai imparato, ma non è difficile capire quello che si dicono. Anche perché l’ultimo a parlare è sempre lui.
Solo molto tempo dopo la sua morte, mia mamma, scuotendo la testa per un rancore mai sopito, mi racconterà che quando lei era ragazza quella casa era un inferno, che il tiranno dagli occhi grigi picchiava sua moglie, picchiava la sua unica figlia, e le sue mani pesanti, cosparse di tagli e bruciature, dispensavano una giustizia iniqua. Tutti in paese avevano paura di lui, perché lui non aveva paura di nessuno. Di nessuno! Nella sua vita era stato affrontato da debitori e creditori, vicini di casa che lo detestavano, mariti furiosi di certe signore abbienti che erano state affascinate – così si diceva – dalla virilità terrificante dell’uomo in tuta, quando si era presentato nelle loro ville per saldare un cancello o montare un’inferriata. Tutti quelli che, per buone o cattive ragioni, avevano alzato una mano contro di lui alla fine erano dovuti scappare o gli avevano chiesto scusa sotto le botte. E ogni volta che i carabinieri erano venuti a chiedere spiegazioni, quelli che avevano assistito alle scene si erano sempre affrettati a testimoniare che lui, il padrone dell’officina, si era solo difeso.
Ma io stasera non so niente di questo. Il nonno non mi ha mai picchiato, tranne una volta che le meritavo davvero.
Sì, perché nel cortile della casa sul lago giocavo sempre con una bambina che abitava in cima alle scale, al terzo piano, mentre noi stavamo al pianterreno. Per questo a volte la mia amica, quando le scappava la pipì, invece di salire fin lassù si accucciava in un angolo e la faceva lì, guardandomi con un sorriso e coprendosi le ginocchia con la sua gonnellina a quadri. Così, stupidamente, un giorno avevo voluto imitarla: invece di fare quegli otto o dieci passi che dal cortile mi avrebbero condotto nel bagno del nostro appartamento, mi ero messo a zampillare contro il muro, di fianco alla porta. Il nonno era uscito proprio in quel momento, aveva spalancato gli occhi e mi aveva preso a sberle, chiedendomi cosa stavo combinando e se per caso fossi diventato scemo, bestia che non ero altro!, mentre io con una mano mi difendevo e con l’altra cercavo di rimettere dentro quello che non avrei mai dovuto tirar fuori, e la bambina terrorizzata si involava su per le scale.
Be’, quella volta il nonno aveva ragione, così penso anche stasera, qui sulla barca, ricordando l’episodio come se non riuscissi a credere che a schiaffeggiarmi imprecando e bestemmiando sia stato proprio lui.
Perché io fra le sue mani mi sento protetto.
Il suo silenzio è così diverso dalle chiacchiere che sento a Milano, quel cicalare continuo, fastidioso, e il suono assordante dei clacson, lo stridio delle frenate dei tram. Questo silenzio dell’uomo che ho di fronte a me è lo stesso del lago, e il vecchio mi sembra una creatura del lago, un dio forse, il torace quadrato nella tuta blu ormai immersa nell’ombra, il viso ugualmente quadrato che invece cattura la luce del paese, sempre più lontana.
Ora lui smette di remare. Appoggia le mani sulle ginocchia e rimane a guardare la sponda illuminata, a due o trecento metri da noi.
La barca gira piano su se stessa e si ferma. L’acqua è immobile, non tira un alito di vento. La brezza fresca che di notte scende da nord cova ancora laggiù dietro le montagne, quella più calda che a mezzogiorno sale da sud è cessata da almeno due ore.
Il nonno chiude gli occhi e sospira, come se un dolore senza nome lo opprimesse. Lo guardo, ma non oso chiedergli nulla. Anche questo sospiro è una cosa da adulto, che non mi appartiene.
Aspetto che lui dica o faccia qualcosa, e dopo un po’ mi distraggo. C’è un sasso sul fondo della barca, incastrato fra due traverse di legno. Comincio a toccarlo, a cercare di smuoverlo.
Il nonno non bada a me, il suo sguardo ora è perso fra le luci della festa alla quale non è andato. Spiandolo di sottecchi penso una cosa strana: che forse solo qui si è davvero vecchi. Che in città tutte le età sono provvisorie, irreali, e solo il lago dà loro qualcosa di definitivo. Lui non bada a me e continua a guardare lontano, forse per mezz’ora, un’ora. Non dice niente, eppure sento che è contento di avermi con sé.
Alla fine stacco il sasso. È più grosso di quanto mi aspettassi e mi pesa nella mano. Ci gioco un po’, poi lo lascio cadere in acqua con un tonfo.
-Cosa fai?- chiede il vecchio, riscuotendosi. “Cos’era?”
-Un sasso, rispondo.
-Non buttare niente in acqua!- ribatte lui, stringendo le mascelle. -Di notte non bisogna mai buttare niente nel lago, quando si è in barca. Si svegliano i morti.-
-Quali morti? balbetto.
Il vecchio abbassa la testa e si passa le mani sulla faccia. Poi riprende i remi, in fretta, e comincia a far girare la barca. -I morti sul fondo del lago, mormora. -Quando c’è buio, se butti qualcosa in acqua salgono a galla e vengono a cercarti.-
-Ma tu li hai visti?- chiedo, sentendo il cuore battermi forte nell’oscurità che di colpo pullula di sciacquii misteriosi, gorghi, voci dell’acqua.
Lui non risponde e punta verso il paese, veloce, remando a scatti, le labbra di nuovo ridotte a una fessura, mentre dal buio alle mie spalle mi sembra di sentir salire un gelo che mi costringe a rannicchiarmi come un coniglio sul fondo della barca.
Solo quando ormai siamo di nuovo immersi nella luce fra i suoni stupidi e confortanti dell’orchestrina, le risa sguaiate, richiami e strilli e latrati di cani, e applausi per non so chi, e qualcuno grida il mio nome e vedo la nonna agitare la mano seduta su una panchina – solo allora il vecchio abbandona i remi di colpo, ansimando, e mi trafigge con gli occhi.
-Sì, li ho visti,- dice. Mi fissa in silenzio, enorme sopra di me. -Non farlo mai più.-


Raul Montanari


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