“È successo tutto laggiù” *

di Chiara Gamberale su 12 mesi - Smemoranda 2012





“Piano, girati piano” dice all’improvviso la mia amica Maddalena, al ristorante, l’altra sera “Girati piano: al tavolo dietro il nostro c’è l’uomo più perfetto che tu possa avere mai visto.”
Mi giro, piano. Lo vedo. Biondo, ma con la faccia intensa e maleducata che di solito hanno i mori, gli occhi accesi, il sorriso intelligente e divertito. Accanto a lui (com’è giusto) una specie di elfo alto e sottile, fasciato in un abitino bianco, di quelli così aderenti che solo a immaginarli a chiunque verrebbero in mente tutti i suoi piccoli difetti messi in evidenza: ma l’elfo difetti non ne ha.    
Faccio per commentare con Maddalena la visione, e: “Chiara!” una voce mi chiama, alle mie spalle. Mi giro di nuovo. “Chiara!” ripete la voce: è sua. Sì, dell’uomo perfetto. Com’è possibile: lo conosci? Mi chiede Maddalena con lo sguardo, ed è lo stesso che io rimbalzo su di lui: com’è possibile, ti conosco?
L’uomo perfetto si rivolge  al suo elfo: “Chiara Gamberale, te la ricordi? Te ne parlava mia madre, all’ultimo pranzo di Natale, quando si è messa a raccontarti che da piccolo io mi dannavo e non riuscivo a dormire la notte per questa ragazzina che proprio non ne voleva sapere di me…Dai! Ha anche tirato fuori una nostra foto di classe, in prima elementare, per fartela vedere.” Poi, di nuovo a me: “Chiara, sono Luigi Favella!”
Luigi Favella? Luigi Favella. Il bambino col caschetto biondo che si ostinava a volermi tenere la mano, quando dovevamo metterci tutti in fila per due per uscire da scuola. Il bambino che mi scriveva bigliettini d’amore a ogni ricreazione, con su sempre la stessa frase, “Fidanzata mia sei come una Golia ti mangerei”. E io? Io li strappavo quei bigliettini, non la volevo tenere quella mano e piangevo e dicevo a mia madre basta! non lo sopporto più. Un po’ perché ero una piccola disturbata, un po’ perché amavo Claudio Righi, che se non stava zitto, il che accadeva molto raramente, balbettava e più si vergognava di esistere, più a me che esistesse pareva fantastico. Ma che naturalmente a sua volta amava Serena Orsini, la mia luminosa compagna di banco.
“Luigi!”
“Chiara!”
Come stai, che fai, e tua sorella? tuo fratello? io lavoro per Vogue, faccio il modello, sì, ma hai più visto quello? e quell’altra? sei sposata? a proposito, scusa, lei è Veronique, è francese, oui, ma parlo italiano, anch’io modella, anch’io per Vogue, Luigi e io ci siamo conosciuti tre anni fa a una sfilata.
E mentre parla il suo impeccabile italiano mi fissa, Veronique: ed è evidente quello che pensa. Quella bambina che la madre del mio Luigi mi ha fatto vedere, nella foto di classe della prima elementare, poteva diventare qualsiasi cosa, qualsiasi donna, pensa. Finché: voilà! È diventata questa piccoletta bruna, affettuosa e simpatica per necessità, che al ristorante con un’amica spia i tavoli delle altre persone. Eppure ventisette anni fa si permetteva di rifiutare Luigi: incredibile, la vita…
“Incredibile, la vita.” Mi fa Maddalena, una volta in macchina, tornando a casa. “Com’è possibile che da bambino il Favella non promettesse già tanto bene?”
Non prometteva tanto bene lui, promettevo meglio io: non ha mai senso ragionare così. È che Maddalena a volte sembra essere rimasta a Dublino, nella vacanza studio dove ci siamo conosciute.
Avevamo sedici anni. Tutte e due eravamo di Roma, ci faceva schifo la Guinness ma almeno un sorso ne buttavamo giù per non farci prendere in giro dal resto del gruppo e soprattutto condividevamo l’ossessione per le nostre reciproche frangette che dovevano rimanere sulla fronte, corte e scolpite, ma che il vento d’Irlanda disturbava di continuo.
Camminavamo con la mano a mo’ di visiera, per proteggere i nostri capolavori intrisi di lacca, Maddalena e io, e mentre le nostre compagne di corso non vedevano l’ora di farsi disordinare i capelli e la vita, noi prendevamo tempo.
“Io voglio un fidanzato che sia mio, solo mio. Qualcuno che sia speciale e che faccia sentire speciale me, anche nelle più microscopiche cose: qualcuno che…che ne so? Che se piove prima ancora della polmonite che si prenderà, prima ancora di tutto, si preoccupi per la mia frangetta. Come fa mio papà, insomma.”
Diceva Maddalena.
Che ancora lo dice.
“Sono uscita a cena con un tipo. Mi piaceva abbastanza. Poi però: che fa?
Quando arriva il conto lo guarda. Capisci? Lo guarda! Invece di allungare la carta di credito e via: ho speso quello che ho speso, l’importante è che con me ci sia la donna che amo.”
Inutile ribattere a Maddalena che ai conti è sempre comunque meglio gettare un occhio e che degli uomini capaci di innamorarsi al primo appuntamento non è generalmente consigliabile fidarsi.
“Mio papà il conto non lo controlla mai se mi porta fuori.” Chiuderebbe la questione lei.
Rocco ci provava, a farglielo capire: “Maddalena, hai più di trent’anni, vuoi essere la donna di un uomo o vuoi fare per sempre la bambina di tuo padre? Eddai, basta. Terapia d’urto: via tutti quei pupazzi orrendi che tieni in macchina! Via quelle camicette da prima comunione! Tu hai solo bisogno di uno che prenda e ti salti addosso. Ma se ti conci così nessuno lo farà.”
Eppure io ho sempre creduto che lui sì, l’avrebbe fatto, perché nel fondo del fondo di sé Rocco non aveva mai dimenticato Maddalena.
L’aveva vagamente corteggiata all’università, ma poi avrà indugiato un istante di troppo con una carta di credito: e niente di fatto. Però erano diventati amici.
Quello che più strappa il cuore, a pensarlo lì, a lezione di Antropologia Culturale vicino a Maddalena, è che non poteva immaginarlo Rocco: no. Non lo poteva immaginare, mentre prendeva appunti, più o meno fiducioso in quello che stava annotando, e provava a distrarsi dall’odore buono dello shampoo di Maddalena. Non lo poteva immaginare che dieci anni dopo il più stupido incidente in motorino del mondo se lo sarebbe portato via, una notte come tante, una notte come tutte, in cui un attimo prima avrà pensato domani alle sedici e trenta devo andare dal dentista. E un attimo dopo non c’era più.
“La vita non ha senso, devi fartene una ragione.” Mi ha accolta a casa Emanuele, dopo il funerale di Rocco. Perché? Perché fa così? Perché non è capace di stare male? Me lo chiedo soprattutto quando c’è da stare bene, siccome si sa: il pacchetto è completo.
“Siamo a Maui, tu e io, in un’isola che a disegnarla non verrebbe così meravigliosa: com’è possibile, Emanuele? Com’è possibile che proprio adesso, proprio qui, faccia a faccia con questo tramonto fosforescente, tu non senta qualcosa che un po’ ci s’avvicina, alla felicità?”
“Che ti devo dire? Sono sempre stato così. Ho come una goccia nera, dentro, che inquina tutto.”
“Da piccolo, quando andavamo in vacanza, lui passava le giornate a fissare l’orologio appeso nella stanza d’albergo, perché arrivasse il momento di tornare a casa.” Mi racconta sua madre che, come la madre di Luigi Favella all’elfo che ha per nuora, mostra a me una foto. C’è Emanuele bambino, a Carnevale. È mascherato da vigile urbano: o meglio, l’hanno mascherato da vigile. Perché ha già gli occhi allagati di melanconia e il lieve broncio di chi proprio non ce la fa a partecipare a quello che capita, anche e soprattutto se capita a lui.   
“Emanuele mi ricorda me quand’ero ragazzo.” Dice spesso mio padre, la domenica, a pranzo. “Dovevate vedermi: ero così triste e severo che  sembravo un vecchietto in miniatura. Non avevamo una lira e io di mattina andavo a scuola e di pomeriggio lavoravo in salumeria, proprio non avevo idea del fatto che ci si potesse anche divertire, nel frattempo. L’unica cosa che mi dava un qualche piacere era essere rappresentante di classe, che toccava ogni anno al più bravo e per tutte le elementari era toccato a me. Ma un giorno, in quinta, la maestra mi ha messo otto a un compito d’italiano e io che ero abituato a prendere dieci mi sono alzato e ho detto alla classe ‘Non sono più degno di essere rappresentante’.”
È l’aneddoto che fa più ridere mio fratello, questo.
“Dio mio che tristezza, manco Garrone nel Libro Cuore! Dai papà: raccontaci anche di quando sei finito sotto un autotreno a dieci anni perché non avevi il coraggio di dire ai tuoi che ti scappava la pipì e allora, per nasconderti, sei andato a farla sulle rotaie.” Ride, mio fratello, dei fotogrammi delle tragedie di quel bambino: e ride mia madre e da come mio padre la guarda e ride pure lui, capisco che è vero. Capisco che non mente, che non lo dice solo per farmi contenta, quando mi confida: “Se non avessi sposato la mamma e non foste nati voi due, non avrei mai avuto l’occasione di spezzare l’incantesimo e d’imparare come si fa a lasciarsi un po’ andare al bene che si può dare, a quello, ancora più complicato, che si può ricevere.”
Mia madre invece, quel bene già lo conosceva: eccola lì, adolescente. Amata da tutti, di tutto innamorata, bella e inconsapevole. Non ha nessuna voglia di studiare, le piace solo ballare. Ancora non può saperlo, ma presto incontrerà un uomo torvo e difficile.
Tradirà l’adolescente leggera e colorata che è stata, dedicando a quell’uomo la sua esistenza?
La premierà?
Certo la sorprenderà. 
Promettevamo di meglio, promettevamo di peggio. Non ha mai senso ragionare così.
Siamo bambini disturbati, non amati, amati troppo, amati male, siamo adolescenti che ballano, sognano, s’incazzano, siamo quello che siamo, non lo siamo abbastanza, siamo qui per un attimo, mi amerai per sempre? per sempre, giuro.
Siamo modelli di Vogue mascherati da vigili.
Cadiamo all’indietro: prendiamo rincorse.

* “È successo tutto laggiù” è una delle splendide frasi di “Tu, sanguinosa infanzia” di Michele Mari.


Chiara Gamberale


Vedi +

Smemoranda 2012


Vedi +