Nicola e la libertà

di Elasti su 12 mesi - Smemoranda 2019





“È andato via.”
Nina non capì. Il suono del cellulare aveva fatto irruzione nel suo sogno: era in macchina diretta alla stazione, una cliente profumata di vaniglia sul sedile posteriore. Il trillo, prima lieve, si era trasformato in boato e aveva fatto detonare l’abitacolo, scaraventandola nel suo letto, alle 8 di un sabato mattina.
“Mamma, aspetta. Che stai dicendo?”
“Tuo padre.”
Si mise a sedere di scatto. Nicola Forte, 63 anni, se ne era andato di casa.
“Ti avrà dato una spiegazione, no?”
“Non c’è bisogno che gridi.”
“Hai provato a chiamarlo al cellulare?”
“Non risponde.”
“Hai idea di dove possa essere andato?”
“No. Sai com’è papà…”
“Avete litigato?”
Silenzio.
“Allora?”
I bisticci tra i coniugi Forte erano iniziati l’anno prima, quando alla chiesa di San Terenzio sotto casa, era arrivato Don Sirio, il nuovo sacerdote. Nicola era convinto che fosse segretamente innamorato di Benedetta e che attentasse alla sua virtù ogniqualvolta ne avesse l’occasione. Dal canto suo lei, dopo anni di latitanza, aveva ricominciato a frequentare la parrocchia, alimentando la gelosia del marito. “È tanto solo, Don Sirio”, faceva lei compassionevole. “Non diciamo fesserie.” “Dobbiamo invitarlo a cena una sera di queste”, insisteva. “Sul mio cadavere devi passare!”
“Ché quella è un póco leggerina”, spiegava Nicola alla figlia con la sua cadenza barese impermeabile ai 40 anni trascorsi a Milano.
“Papà, Don Sirio ha almeno quindici anni meno della mamma”, tentava di rassicurarlo Nina. “E che fa? Tua madre è rimasta ragazza.”
“E soprattutto Don Sirio è gay.”
“Quella è una copertura.”
Messa alle strette da Nina, Benedetta aveva ammesso di avere discusso la sera prima con il marito per colpa di un messaggio Whatsapp inviatole dal sacerdote. “Ti aspetto domani per la pizzata del circolo ricreativo parrocchiale. Non puoi mancare”, diceva.
“Era un invito collettivo ma tuo padre non capisce queste cose, pensava fosse solo per me e ha dato di matto.”
Così quel sabato mattina Nicola, carico di rancore, si era svegliato presto ed era uscito di casa, mentre la moglie ancora dormiva.
“Ha lasciato un biglietto.”
“Cosa dice?”
“Anch’io ho bisogno della mia libertà.”
“E poi?”
“Basta.”
“Ma, secondo te, cosa significa per papà essere libero?” domandò Nina.
“Lo conosci, è un bastian contrario: libertà per lui è far di testa sua.”

Il piano delle due donne era semplice: Benedetta sarebbe rimasta a casa. Per quello che sapevano, Nicola sarebbe potuto rientrare in qualsiasi momento. Nina invece lo avrebbe cercato nel quartiere e, se non lo avesse trovato, avrebbe allargato il raggio d’azione. Ma in quale direzione?
“Tu e papà vi capite da sempre. Sai quello che gli passa per la testa molto meglio di me! Se non lo trovi tu, non lo trova nessuno”, era convinta la madre. “E Giovanni? Non vogliamo avvertirlo?” “Neanche per idea! Poverino, ha già tanti pensieri. Lasciamolo tranquillo. Senza contare che se lo chiamiamo ci ritroviamo tutta l’Arma in casa.” La solita storia, pensò Nina. Suo fratello, il primogenito, il maschio andava sempre protetto per sua madre. Giovanni-poverino, un indissolubile e demenziale binomio che lo teneva al riparo da qualsiasi seccatura domestica. Tuttavia su una cosa la madre aveva ragione: il figlio, maresciallo dei carabinieri, avrebbe immediatamente mobilitato le forze dell’ordine e al momento non era il caso.
Nina si avviò a piedi. Sarebbe partita dal palazzo in cui abitavano i suoi genitori. Si sarebbe affacciata dal pesante portone di legno e da lì avrebbe guardato il mondo con gli occhi di suo padre.
Chi era Nicola Forte? Cos’era per lui la libertà?
Era lieve, taciturno, sognatore, candido nel suo idealismo quasi infantile. Era felice? Forse un tempo lo era stato. Arrivato a Milano ventenne dalla Puglia insieme al fratello maggiore, dopo dieci anni in fabbrica, aveva comprato macchina e licenza di NCC. Voleva essere il solo padrone di se stesso. Si era accomodato al posto di guida e ne aveva fatto ufficio, casa, mondo. Aveva clienti fedeli che gli volevano bene. “Quando guido sto una bellezza” diceva con il suo sorriso disarmato. Sì, era stato felice Nicola Forte. E anche libero perché per lui libertà era fare ciò che amava.
Poi aveva cominciato a perdersi. “Demenza senile precoce”, il verdetto.
“Prenditi tu il lavoro, Ninetta”, le aveva detto un giorno. Si era arreso alle parole, ai luoghi, ai gesti, agli oggetti che quotidianamente scivolavano via. La sua testa funzionava a intermittenza ed era la luce ancor più che il buio ad atterrirlo. Fatta eccezione per una passeggiata solitaria, la mattina presto, a cui non rinunciava mai, Nicola trascorreva le giornate in poltrona, a fare cruci-puzzle sempre più difficili per lui e a guardare documentari del National Geographic sulle scimmie, per cui aveva una passione.
Nina del padre aveva gli occhi verdi e il corpo lungo e spigoloso. Aveva la sua ruvidezza, la stessa resistenza testarda e coriacea.

Arrivata sotto casa dei suoi, fece un lungo respiro e avanzò i primi passi nei panni e nello sguardo di Nicola.
Entrò nella panetteria dove ogni mattina lui comprava, su preciso ordine di Benedetta, due panini all’olio per il pranzo. “Questa è paglia! I milanesi il pane non lo sanno fare, mannaggia a loro” si lamentava decantando la sublime semola di grano duro, sconosciuta in “questa terra di barbari”. Carlo, il fornaio, non lo aveva visto quel giorno però aveva una cosa da restituirgli. “Ringrazialo e digli che aveva ragione: i bonobo sono fantastici”, le disse porgendole un DVD del National Geographic. “Noi due facciamo gli scambi culturali”, si giustificò, sotto lo sguardo inquisitorio di lei. “Mi porta i documentari sulle scimmie e io gli do…”
Carlo in cambio gli dava un pugno di pasta madre che Nicola portava a Nadia, la giornalaia che gli regalava vecchi cruci-puzzle e un pacchetto di figurine dei calciatori che Nicola lasciava a Benito, un senza tetto juventino che le raccoglieva nell’album e aveva eletto il sagrato della chiesa di San Terenzio a domicilio.
Il fornaio, l’edicolante, il senza tetto sapevano della malattia? O forse l’interazione con loro – il baratto, la conversazione, i calciatori – era un modo per resisterle, per essere libero?
“Sono la figlia di Nicola Forte. È uscito stamane di casa. Cercava la libertà. L’edicolante mi ha detto che forse lei…”
Benito la guardò in tralice. “Hai portato le figu?” “No, niente figurine. Sto cercando mio padre.” “Lo puoi trovare qui, magari.” L’uomo estrasse dalla tasca un vecchio Nokia, il telefonino di Nicola. “Stamattina era di fretta. Mi ha chiesto di tenerlo. ‘A me non serve. Pesa e devo viaggiare leggero. E poi ho dimenticato come si usa questo aggeggio’, ha detto”. Nina prese il cellulare dalla mano sudicia di lui. “Non sa dove è andato?”. “Dal suo amore, è ovvio.” Benito scoppiò in una grassa risata e non aggiunse altro.
Nina non sapeva nulla di quei giri quotidiani, di quei sassolini che Nicola disseminava sulla sua strada sghemba. Cos’aveva in mente suo padre? E a che punto del suo cammino si sarebbe perso? Perché prima o poi si perdeva sempre.
Controllò il registro delle telefonate. C’erano tre nomi, sempre gli stessi: Benny, Giò, Ninetta, Benny, Benny, Ninetta, Giò… e poi, in fondo, M. Una lettera sola. Leggera come il viaggio di Nicola.
Nina chiamò M e ascoltò con il cuore in gola, uno, due, tre, cinque squilli. Stava per riattaccare quando rispose una voce maschile. Lei esitò qualche secondo.
“Nicola, so che sei tu! Fa’ no il pirla!”
Riconobbe Marietto, l’amico di una vita, il meccanico di fiducia che si prendeva cura della Mercedes Classe E che prima guidava il padre e ora la figlia. Se c’era una persona che conosceva Nicola Forte era lui.
“Lui si sentiva libero quando era nella sua automobile, quando guardava fuori dal finestrino e vedeva la strada…” mormorò Marietto interrogato.
Da un anno non guidava più. Era rischioso, aveva detto il dottore. Eppure, forse… Nina cominciò a correre verso il garage. E se avesse…? “Per andare dove?” domandò trafelata. Marietto era ancora all’altro capo della cornetta. “E che ne so?”
Cadde la linea. Non c’era tempo. Se veramente si era messo al volante bisognava trovarlo e fermarlo subito.
Nina tirò un sospiro di sollievo. In garage era tutto come lo aveva lasciato la sera prima. Si sedette al posto di guida, senza pensare, mise in moto e partì.
Nicola cercava la libertà, voleva viaggiare leggero e, secondo il suo bislacco amico sul sagrato della chiesa, andava da un amore.
Perché era salita in macchina? Dove si stava dirigendo?
Ogni tanto Nina riusciva a cogliere tra le pieghe dei sedili, nei vani del cruscotto, in un angolo del portabagagli, il profumo di suo padre: sapone di Marsiglia, dopobarba, baby shampoo, casa. Inalò a lungo per catturare Nicola e capirne la fuga.
Eccolo. Il suo odore era lì, a un passo da lei. Il tempo prima si fermò, poi cominciò ad arretrare. Nina smise di pensare e si lasciò portare dalla scia evanescente del profumo e dalla strada che avevano percorso insieme.
Parcheggiò la macchina in divieto di sosta. E cominciò a correre.
“Scappiamo, Ninetta”, diceva guardandola con i suoi occhi furbi e sottili. Lei, bambina, lo guardava da sotto in su. “Partiamo tu e io soli, senza dirlo a nessuno. Dobbiamo viaggiare leggeri, altrimenti ci scoprono” le bisbigliava all’orecchio. La meta era sempre la stessa.
Nina salì le scale a perdifiato, due a due, facendosi largo tra le persone che venivano in direzione contraria.
“Meh. Dove andiamo?” le domandava di fronte al tabellone delle partenze.
“Binario quattro”, rispondeva lei, con la sicumera dell’infanzia.
“Sempre il quattro? Non vogliamo cambiare per una volta?”
No, non voleva cambiare.
Nina raggiunse il piano delle partenze, superò i viaggiatori in fila, incurante delle loro proteste, riuscì a superare i controlli. Binario quattro. Era il suo numero preferito da piccola.
Insieme, si sedevano su una panchina di marmo sempre la stessa.
“Dove andrà oggi questo treno?” chiedeva lui.
“In Cina”, rispondeva lei.
“E allora ci tocca partire per la Cina”, concludeva lui.

Lo trovò lì, lo sguardo verde perso nel vuoto, una polo azzurra compratagli da Benedetta al mercato la settimana prima, le gambe lunghe e magre dentro un paio di jeans troppo larghi, le scarpe da ginnastica. Gli si sedette accanto, sulla loro panchina. Ritrovò il suo profumo.
“Dove andrà oggi questo treno, Ninetta?”
“In Cina.”
Lui le prese la mano, si alzò. “Portami a casa.”


Elasti


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