Ciao… sai cosa vuol dire ciao!

di Enrico Bertolino su 16 mesi - Smemoranda 2019





Pare che il significato originario di “ciao” derivi da un’antica forma di riverenza molto in voga nella Venezia dei dogi dove, quando ci si incontrava per strada, si usava dire: “Vi sono schiavo” che, in dialetto veneziano, diventava “sciao”, fino al nostro ciao.

Da una forma di sottomessa cortesia, questa parolina è diventata il modo più semplice per aprire un dialogo, rompere il ghiaccio, ma anche per congedarsi velocemente o chiudere definitivamente con qualcuno senza spiegare altro.

Ciao funziona perché è facile, pratico, snellisce le formalità. Ciao non è salve, a mio parere il più freddo e impersonale dei saluti. Salve, ovvero non ti conosco (e nemmeno ci tengo tanto) ma ti saluto…

Ciao non è buongiorno o buonasera, che non sai mai quando iniziare a usarli, se dal pomeriggio alle 14 o prima…

Ciao è anche un modo per dimostrare che voglio andare oltre, per esempio con la tipa che incontro in ascensore, o con quella della classe a fianco, che vedo ogni giorno in metrò, sull’autobus e che per mesi ho evitato di guardare negli occhi fissando lo smartphone anche se scarico o spento. Poi la vedo lì, in fila al bar della scuola e mi sorride e sembra dirmi con gli occhi: “Ma cosa aspetti?” Di tutto il bel discorso che mi ero preparato, l’unica cosa che mi viene è: “Ciao, come butta? Come va?” Insomma, dài, è un inizio, certo si può fare di meglio, ma almeno è un inizio!

Ciao può essere anche il modo di salutarsi quando ti accorgi che con lei o lui non hai più un granché da dire, quando vedi che sono più i messaggi scritti e letti da solo che i sorrisi fatti insieme, allora meglio un ciao e via senza sceneggiate inutili… di nuovo pronto a lanciare altri “ciao” o aspettarne di nuovi.

Il Ciao, per quelli della mia generazione, era anche un motorino, il primo che avresti voluto avere per andare in giro senza meta, quello che si avviava solo pedalando, ma costava troppo, per cui un bel ciao al Ciao e via a piedi…

Per concludere vorrei citare un poeta contemporaneo, Vasco Rossi, che interrogato sul perché salutasse raramente prima di andarsene ha risposto così: “Mi piace andar via senza dire niente a nessuno. Perché quando saluto mi viene una tristezza pazzesca. I saluti non li sopporto. Chiedo scusa e anche comprensione per questa faccenda, ma mi mettono tristezza. Volete darmi tristezza? No, volete darmi gioia. Allora lasciate che non vi saluti quando vado via… tanto torno!

Ecco, vale anche per me…


Enrico Bertolino


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