Euphosca

Al ritorno dalle vacanze, lo scorso anno, ero alla ricerca di qualche nuova idea per il mio programma su Radio Deejay.  
In quell’ora quotidiana che ho a disposizione mi piace raccontare le mie storie, relazionarmi con gli ascoltatori cercando tutti i punti in comune nelle nostre vite e che, messi insieme, possano comporre un mosaico capace di legarci. L’idea migliore, però, come spesso accade, non è venuta a me ma ai miei collaboratori. Così, durante una chiacchiera sulla necessità di trovare un modo nuovo per raccontare gli anni della nostra adolescenza, scambiandoci pareri e spunti è venuta fuori quella miniera d’oro di momenti, fotografie ed emozioni che hanno accomunato i nostri anni ’90.
Lo scrigno che li contiene e di fatto la vera protagonista di quello che poi è diventato Euphosca – manco a dirlo – è la Smemo originale di Fosca.
Nelle prossime righe vi racconta quello che ci ha trovato dentro.

Ale

Nel 1993 avevo dodici anni, ero un’ex bambina ma non ancora una ragazzina. Frequentavo una scuola media di provincia: una come tante, ma aveva i muri esterni verde acidissimo ed enormi vetrate dalle quali, durante le ore di lezione, si potevano osservare neo-quattordicenni appena diplomati, alle prese coi loro motorini fiammanti e rumorosissimi.
I neo-quattordicenni, a noi ex bambine di prima media, ci affascinavano ma ci spaventavano anche. Alcuni lavoravano già e nelle loro pause pranzo venivano nel cortile della scuola a fare i galletti. Sputavano, dicevano le parolacce e stavano tutti lì in cerchio a parlare dei loro incredibili mezzi.
Noi ex bambine di prima media andavamo a scuola con la tuta e usavamo oggetti di cartoleria anonimi.
Le alunne di terza, quelle più fighe, quelle inarrivabili, avevano: jeans stretti, il bomber oversize, la matita sotto agli occhi, il mascara, dei ciuffi incredibili tenuti in piedi con ore di lavoro mattutino e fiumi di lacca Malizia, lo zainetto Mandarina Duck. E la Smemo.
Le alunne di terza, ne ero certa, avevano un sacco di storie da ricordare. Negli anni ’90, se volevi fermare qualcosa nel tempo, lo dovevi scrivere sulla Smemo.
Settembre 1994: finalmente, l’anno della mia prima Smemo. Gialla.
La mia trasformazione in ragazzina non era ancora completata e i contenuti personali scarseggiavano. Del resto avevo solo 13 anni: era difficilissimo per me riempire tutte quelle grandi pagine, che non mi sognavo comunque di contaminare con le faccende di scuola, tipo compiti e orari. Per quelle c’era e ci sarebbe per sempre stato il diario scrauso. Dal 1994 non ho mai più smesso di aspettarla, la Smemo, ogni settembre… e già dal mese di agosto mi chiedevo di che colore sarebbe stata.

Nel passaggio da ragazzina a ragazza e, infine – a donna, la Smemo è sempre stata con me.
Mi è sempre piaciuto scrivere, forse anche perché mi è sempre piaciuto leggere.
A quindici anni ho scoperto Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino* e l’ho riletto dodici volte di fila. Ero completamente ossessionata dalla vita di Christiane, la protagonista. Non era la faccenda della droga a tirarmi in mezzo. In quel libro Christiane parlava a cuore aperto e con una naturalezza disarmante della sua infanzia e della sua adolescenza.
I primi traumi, pesanti. I primi amori, fortissimi. Le prime amicizie, preziosissime. La musica e i locali bui, fumosi. I primi capi d’abbigliamento che hai scelto tu e non vuoi toglierti mai perché diventano parte della tua identità. Le tinte di colori eccessivi ai capelli. I comportamenti ribelli quando quello che vorresti davvero è solo sentirti normale.
Nel 1996 ho scoperto il Nautilus**: quello che succedeva lì dentro era pura emozione e, a tratti, mi sentivo un po’ Christiane.
Scrivere della mia vita fuori dalle cose che non mi piacevano era la mia via di fuga. Scrivevo in classe, la mattina, piegata sul mio ultimo banco durante le lezioni.
Scrivevo a casa, in camera mia, col vocabolario aperto davanti alla Smemo in modo che mia madre, entrando, potesse pensare stessi studiando e la musica appalla.
Scrivevo a letto, prima di addormentarmi, con le cuffiette del walkman*** nelle orecchie.
Tra il 1997 e il 1998 ho scritto così tanto che di Smemorande ne avevo due: una grande, che compilavo in classe e una piccolina che tenevo solo per me, ricca di riflessioni intime e private.
Euphosca è tutto questo, più quello che c’è stato prima e tutto quello che c’è stato dopo.

*È un romanzo del 1978 – ma anche e soprattutto un film omonimo, del 1981 – entrambi di culto, dove si racconta la dura storia di tossicodipendenza della protagonista, Christiane F.

**Il Nautilus era la tipica disco anni ’90: enorme, con tante sale e generi musicali diversi.

***Hai presente l’iPod? Una specie, solo che ci potevi ascoltare una cassetta per volta.


Alessandro Cattelan


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Smemoranda


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