È in quel momento che l’Ariston si apre perfettamente in due. Le due metà si allargano là in fondo fino a formare una struttura ad anfiteatro e a lasciare, di fronte a te, una sezione vuota a fetta di torta. Nessuno dei presenti mostra segni di sorpresa, nessuna distrazione; continuano a fissare te. Il nuovo spazio si presenta uniforme di un grigio cenere piatto. Poi emergono alcune sfumature e una sensazione di profondità comincia a prendere piede. Ora è una nebbia scenografica, come sparata dalle macchine del fumo. Solo tu guardi in quella direzione. Gli sporadici commenti dalla sala hanno ancora te come bersaglio. Dalla caligine comincia a farsi largo un’immagine che ha la forma di una copertina. Subito pensi a quella di Sgt. Pepper’s, poi ti sembra quella di una certa edizione della Divina Commedia. È un “tableau vivant”, le figure al suo interno sono in loop, intrappolate nello stesso schema di movimento.
    

    E ora le distingui. E sono tuo padre, tua madre, tua sorella ancora viva, sono Modugno ed Endrigo, Battisti e Mina, sono inferno, purgatorio e paradiso senza distinzione né separazione, sono i due figli che ti nasceranno, Eleonora che viene, sono Bindi, Lauzi e De André, tuo nonno che scatarra sul pavimento in cucina, Mia Martini, la banda del tuo paese, la vicina di casa nave scuola, l’autista che ti investe di striscio, Lucio Dalla, tua nonna che alza l’amplifon alla lettura delle estrazione del lotto, Enea che hai deluso più di tutti, la faccia da culo che ti dice di aspettarti all’uscita di scuola, l’anestesista che ti fa il countdown, un coro, Celentano, Gaber e Jannacci, il don dall’aria smarrita, gli altri tuoi nonni vestiti bene su una barchetta sul lago, Giulia e il primo maldestro pompino, Nada Malanima, una giuria, Bonucci che ti consegna un prontuario di accordi e ti dice arrangiati, i ragazzi ancora illesi del tuo primo gruppo protopunk, il pastore tedesco che ti insegue e ti lacera la camicia con un morso, Patrizio e l’epilessia e poi tu nel tuo spaventoso lancio da quella roccia in Gargano e quel movimento che non ti permette mai di toccare acqua ma solo di andare su e giù a elastico in un perenne salto nel vuoto.

    Forghieri, con la sua bacchetta, attende un tuo cenno d’intesa. Glielo dai. Allora lui fa partire gruppo e orchestra ma, nonostante ogni musicista mimi di suonare la propria parte, dove doveva esserci musica c’è ancora silenzio.
Nessuna nota, da nessuno. Nessuno borbotta, nessuno mugugna, nessuno sembra respirare. Ora finisce l’intro che nessuno ha mai sentito.
    Solo pochi minuti, pensi, e l’Italia passerà ad altro.
    Gli ampi gesti di ogni musicista a suonare il silenzio.
Guardi in camera, fissi negli occhi chiunque se ne stia di là in mondovisione. Sono pronti. Sei pronto. Apri la bocca.

Testo tratto da: Luciano Ligabue, Scusate il disordine, Giulio Einaudi Editore 2016


Luciano Ligabue


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