1
M’innamorai dei suoi piedi mentre atterravamo all’aeroporto di Caselle.  Li vedevo appoggiati in modo indolente sullo schienale di fronte al suo vicino, e la immaginai rannicchiata con il broncio. Non erano piedi italiani, troppo sottili e bianchi, con le unghie dipinte di rosso fuoco. Allungai il collo per vedere meglio, ma riuscii a inquadrare solo il suo compagno di viaggio, una specie di Oliviero Toscani con un po’ meno anni, camicia svolazzante e capelli lunghi. Lei riuscii a vederla per intero solo dopo l’atterraggio. Sul metro e settanta, capelli neri, bella nel modo in cui lo possono essere le ragazze che non hanno bisogno di sembrarlo. Indossava un vestito chiaro da mercatino vintage e un paio di sandali dello stesso colore dello smalto. Il mio sorriso si infranse sui suoi occhiali a specchio, poi lei sparì lungo il finger con il suo uomo.
Li ritrovai entrambi quando un’ora dopo scesi dal taxi davanti al mio hotel: l’Art+Tech, un tripudio di cristalli, pulegge a vista e bottoni a sfioramento che aprono ascensori trasparenti. Entravano dalla porta girevole seguendo una matrioska di Vuitton spinta dal facchino come una pubblicità di Vanity Fair.
Nell’atrio li persi di vista, dovendo salutare un po’ di persone che conoscevo, tutti colleghi, in un modo o nell’altro, tutti parte della nube pulviscolare di agenti, scrittori e funzionari che avrebbero riempito per tre giorni la Fiera del Libro. Gli editoriali ridacchiavano fingendo di essere amici, i direttori prendevano sotto braccio qualcuno per parlare di strategie, le addette degli uffici stampa complottavano a bassa voce nei cellulari con l’aria grave. Appena possibile scivolai in camera a ordinare un film porno, che mi guardai sullo schermo piatto del  televisore a cristalli liquidi appeso alla parete, con i colori tutti sballati da copia pirata. I peli, schiacciati dai pixel, risaltavano neri e luccicanti come pagliette per le pentole, le vagine spalancate mostravano profondità color lampone. Solo immaginando la francese guardare lo stesso programma nella stanza accanto – lui nella doccia, lei vogliosa –, riuscii ad eccitarmi abbastanza per venire. Schizzai nella salviettina di carta per le mani come avevo fatto migliaia di volte in centinaia di alberghi, cessi di fiere, convention librarie, dibattiti, presentazioni, unica traccia del mio passaggio in quei luoghi a parte le foto ricordo. 

2

La rividi alla festa imperdibile della sera, la prima di una lunga serie di feste imperdibili. Questa era in un’ex fabbrica di cioccolato, ristrutturata come ristorante open space, con i camerieri in livrea e guardarobiere in minigonna, gelate dagli spifferi. Lei e il suo uomo erano al centro di un piccolo capannello accanto al buffet principale, dove almeno trecento invitati si accalcavano come i non morti di Zombie davanti al supermercato. Il tipo raccontava qualcosa ad alta voce gesticolando col bicchiere, lei ascoltava vagamente annoiata. Presi una fetta di panettone salmonato, poi raggiunsi un’agente che conoscevo di vista. Da giovane era stata piuttosto carina, e accalappiava clienti a colpi di fascino. Adesso fuori età, sbarcava il lunario con le letture a pagamento dei manoscritti. Finsi di baciarla sulle guance.
“Chi sono i due?” chiesi
Strinse gli occhi per mettere a fuoco. “Lui si chiama Jean-Paul Qualcosa”.
“Scrive?”.
“Non scrivono tutti?”.
“Di solito sì”.
 “Prima era un pubblicitario importante. Poi ha avuto una specie di svolta mistica”. Posò il bicchiere vuoto sul vassoio di un cameriere volante e ne prese uno pieno. “Viaggi in Africa e foto di bambini che muoiono di fame. C’è stata un’asta per il suo libro, Soldi di merda, mi pare si intitoli. In Francia ha sbancato. Da noi lo pubblica…”. Fece il nome di una casa editrice grossina e raffinata.
“Lei è la figlia?” chiesi.
“Ti piacerebbe”.
M’infilai nel gruppetto. Il tipo stava raccontando dei suoi viaggi, io incrociai lo sguardo della ragazza e le sorrisi. “Eravamo sullo stesso aereo” dissi in inglese presentandomi. Lei non si ricordava, naturalmente, ma mi strinse la mano con un certo vigore. “Sophie. Parlo italiano”.
Dietro il suo uomo continuava a ciarlare a voce sempre più alta in una sorta di esperanto inventato, i suoi interlocutori barcollavano storditi. “Perché è le sistem che è merda, capisci mon amì? E allora io parlo di merda, je ecriv di merda! Tanto, i lecteurs sono tutti ignorant! E anche gli editòr delle maison editrici”. Il suo editòr, accanto a lui, sorrideva con la mascella contratta.
Sorrisi alla ragazza. “E lo parli bene, direi. Quasi non hai accento”.
“Vengo spesso in Italia” disse Sophie. Poi gettò uno sguardo all’artista, e fece una smorfia. “Parla, parla, parla… non si ferma mai. Mon dieu”.
“Usciamo a fumarci una sigaretta?”.
“Non fumo”.
“A farci un po’ di cocaina?”.
Sorrise. “Ci vorrebbe davvero.” Poi perse il sorriso. “Non stai scherzando”.

Trovammo un angolo sulla scala antincendio, violando una porta vietata. Non avendo altro supporto stendemmo le righe su una copia delle poesie di Majakovskij che avevo fregato in fiera allo stand Einaudi. Lei si tolse i sandali e appoggiò i piedi sulla ringhiera, alla terza riga lasciò che li accarezzassi. “Ci vieni spesso?” chiese.
Deglutii il bolo amaro. “Tutti gli anni. Da dieci”.
“E sei uno scrittore”.
“Per qualcuno solo un cialtrone con un gran culo”.
“Anch’io vorrei scrivere un libro. Ho un’idea buona”.  Me la raccontò, non era buona per niente. “Bella”, dissi. “Quando hai cominciato a scrivere mandami i primi capitoli, che ti do un parere”.
Spazzolò gli ultimi granelli. “Adesso devo andare. Ci vediamo in questi giorni?”.
“Sicuro”.
La guardai ancheggiare via. Mi annusai la mano con la quale la avevo toccata.

3

Non dormii. Rimasi a guardare il Lingotto illuminato dalla finestra della mia camera. Nudo contro il vetro, smanioso. Senti che ti sto pensando, lo senti?

4

La giornata la trascorsi tra gli stand, cotto e stravolto. Feci un paio di dibattiti con poca gente e noiosi, firmai copie messe all’asta per beneficenza a favore dei bambini africani. Salutai visi conosciuti dai nomi sconosciuti. Vidi Jean Claude Qualcosa allo stand del suo editore, in piedi accanto alla gigantografia della sua copertina. Teneva un sigaro spento in bocca, rideva tonante sormontando i rumori di fondo. Lei non c’era.
Rifiutai una cena e rimasi alla hall ad aspettarla, bevendo e fumando in piedi all’ingresso. Passarono tutti tranne lei, anche se con nessuno attaccai bottone per paura di perdere il momento magico. L’unico che non riuscii a respingere fu un giornalista che conoscevo da lunga pezza, di quelli che scrivono per un settimanale ma passano la maggior parte del tempo a smarchettare in giro. Era mezzanotte, mi prese per stanchezza. “Ho un’idea della madonna per un noir” disse.
“Anche tu, che palle…”.
“Ma il mio è originale. Ascolta”.
“Sei ubriaco”.
 “Un pochino, ma ascolta lo stesso. Sai quante fiere letterarie ci sono nel mondo?”.
“Tante”.
“Quelle importanti sono almeno una ventina, poi ci sono quelle più piccoline, le fiere locali. Immaginati uno scrittore, o un editore, che se le fa tutte o quasi”.
“Non faccio fatica”.
“Ecco. Adesso immaginati che questo scrittore, o editore, sia un assassino seriale. Dovunque va sceglie una vittima, e siccome continua a cambiare città, nessuno se ne accorge. Un morto a Barcellona, uno a New York, uno a Tokyo…”.
“Se non lo prendono mai ha un bel culo”.
“È molto attento e scrive gialli. Tipo te. E poi…”.
Lei sbucò dalla porta girevole con un fascio di rose rosse trascinato indolentemente a testa in giù. Mi alzai di scatto fingendo di passeggiare casualmente, mentre il mio amico giornalista continuava a parlare all’aria. Dalle porte a vetri scorsi il suo uomo che pagava il taxi. “Guarda chi si vede” dissi. “Che hai fatto di bello?”.
Gonfiò le guance. “Una cena con i librai. Molto, molto noiosa”.
Le allungai il biglietto da visita che avevo tenuto pronto, molle per il sudore. “Nel caso in cui”.
“Domani mattina parto”.
“Magari torni”.
Lui entrò, lei fece sparire il biglietto da visita. Gesto furtivo, buon segno. Si avviarono verso gli ascensori. Lui le teneva il braccio sul collo, possessivo.

4
Rimasi sul letto completamente vestito. Comprai tutti i film della televisione via cavo e li girai senza fermarmi per più di un’inquadratura. Il porno si mescolava alla commedia hollywoodiana al cartone animato, al documentario ad altro porno.
Il messaggio arrivò alle due. Dormi?
Io non dormo mai, risposi. Non hai sonno?
Russa…
Ci beviamo il bicchiere della buona notte?
Il bar è chiuso.
Ho una bottiglia in camera. 304
Niente messaggi per dieci minuti. Pensai che avevo sbagliato i tempi. Mi aggirai ansioso per la camera, stracciando le pagine dei libri omaggio e gettandole dalla finestra.
Poi qualcuno bussò alla porta.

5
La fine fiera è sempre un po’ triste. Lunghe file di taxi che caricano senza soluzione di continuità, abbracci tra perfetti sconosciuti, baci soffiati con le dita da un lato all’altro della hall. Persino i fotografi tengono le macchine nelle borse, senza agitarsi più di tanto se passa una qualche star internazionale. Jean Claude Qualcosa apparve mentre  aspettavo che il concierge mi riconsegnasse il bagaglio. Volto mesto, camminata esitante. Il mio amico giornalista mi diede di gomito mentre pagava il conto. “Hai sentito la novità piccante?”.
“No, quale?”.
“La sua tipa, la ragazza con cui stava. L’ha mollato come un fesso”.
“Ma guarda. E come mai?”.
“E chi lo sa. Dicono che è partita con un attore americano che ha conosciuto in fiera”.
Il concierge arrivò con il mio trolley. E con la scatola di polistirolo. “L’ho fatta tenere in frigorifero” disse. “Ci ho messo il ghiaccio secco, come voleva lei”.
Gli diedi la mancia. Il mio amico giornalista guardò interrogativo la scatola. “Hai fatto spesa?”.
“Un po’ di cibo”.  Il mio taxi era arrivato. Presi il trolley con la mano libera. “Ci vediamo, allora”.
Mi trattenne. “Non mi hai detto cosa pensi del mio giallo”.
“Non ti offendere, ma mi sembra… poco credibile”.
“Davvero?”.
“Insomma… il serial killer delle fiere… Dai…”.
“Forse hai ragione… Ci penserò. Ci vediamo a Francoforte?”.
“Certo.”
Salii sul taxi mettendomi la scatola sulle ginocchia. Era fredda, ma il brivido che sentivo partiva da dentro. Sophie.
Che bei piedi aveva.
Sperai si conservassero fino a casa.


Sandrone Dazieri


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Smemoranda 2010


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