Io adoro le mercerie.
Non ce ne sono quasi più. Per il fatto, vecchio e risaputo, che nessuno più cuce, quindi che bisogno c’è di qualcuno che ti venda, aghi, fili, ditali e bottoni.
I bottoni però continuiamo a perderli. E quindi abbiamo bisogno delle mercerie, un bisogno spasmodico.
Io ne ho anche un sottile piacere. Io amo entrare in una merceria, mi ci trovo bene, in pace con me stessa. È un luogo buono, casalingo e femminile: materno. Non so se gli uomini entrino mai in una merceria, però dovrebbero farlo. I miei amici psicologi direbbero che è un po’ come rientrare nel ventre materno.
L’altro giorno ho perso un bottone. E quindi ho avuto la fortuna di entrare in una merceria. Un bugigattolo di due metri quadri in cui ci stava l’universo, ben ordinato su scaffali alti fino al soffitto: nastri, fermagli, calze e reggiseni, elastici, spilli e naturalmente bottoni.
È bellissimo andare a comprare un bottone. I bottoni ti sembrano tutti uguali, e invece no, sono abissalmente e impercettibilmente diversi uno dall’altro. I bottoni abitano in infinite scatole o cassetti, suddivisi in infiniti scomparti, e tu lì che ci frughi dentro e te li esamini uno per uno, e ti ci perdi in quel loro mare tintinnante.
La padrona è una signora di mezza età, gentile e slavata, con i capelli tirati indietro in una coda. Che strano, chissà perché le donne a volte si tirano i capelli indietro e non se li lasciano invece corti o lunghi, così come vengono. È una violenza, farsi la coda, o la cipolla, detta anche toupé.
Le parlo del bottone che ho perso e le mostro i suoi fratelli, ancora attaccati alla mia giacca, blu. Mi sorride, gentile, slavata. Si gira di novanta gradi ed estrae a colpo sicuro una delle centinaia di scatole allineate sulle mensole della parete. Posa la scatola sul banco ma non la apre, le tiene una mano sopra e, senza guardarmi, mi chiede:
“Lei ha figli?”
Rispondo automaticamente di sì.
“Bene” mi dice, e aggiunge: “È dura, vero?”
“Eh già…” rispondo sorridendo, complice.
Potevo rispondere in dieci modi diversi. Ad esempio: in che senso scusi? Oppure: perché mi chiede questo? Oppure: le spiace vendermi il bottone, che ho fretta? Ma ho preferito compiacerla. Io in genere preferisco compiacere gli altri, mi piace, mi sento buona, anzi, fraterna. Sarà per il fatto che non ho fratelli.
Ora con la mano sposta la scatola di lato, come se non le interessasse per nulla, come se fosse di troppo tra lei e me. La scatola che contiene bottoni, e probabilmente anche il bottone blu che cerco io. La accompagno cogli occhi, quella povera  scatola, la vedo allontanarsi, e con lei la mia speranza di acquisto.
Fuori imbruna.
“Io ho un figlio” mi dice, sgranandomi addosso i suoi due occhi bovini, color acqua. Cioè color azzurro troppo pallido per essere azzurro: incolori. Strano come spesso gli occhi bovini siano di questa indefinita tonalità del nulla, come se la bovinità degli occhi intrattenesse qualche strana relazione con la loro acquosità.
“Io ho un figlio” mi ripete.
Io invece vorrei che adesso entrasse qualcuno, anzi, che entrassero decine di clienti e facessero una bella coda impaziente e un po’ nevrotica. Così che questa donna si ricordasse che ha un negozio e che davanti le stanno degli acquirenti, nella fattispecie adesso io, e che lei è lì per vendere, nella fattispecie un bottone blu a me; vorrei insomma che si ricordasse il suo ruolo sociale e non le spiacesse di rientrarci dentro, nel suo ruolo, così come facciamo tutti, almeno quando siamo, come si dice, nell’esercizio delle nostre funzioni. Mi fulmina una notazione squisitamente linguistica: negozio si dice anche “esercizio”…
È che ho il terrore di quello che potrebbe dirmi.
Io sento che potrebbe dirmi qualche atrocità, del tipo: ho un figlio che si droga, ho un figlio che ha messo incinta una dodicenne, ho un figlio che si è incartato nel classico sabato sera, ho un figlio che mi vuole uccidere. E io non la voglio sentire una cosa così, non voglio. Ho tutti i diritti di non volerlo, no?
Forse sono una donna cattiva. Una donna che non si interessa agli altri, insensibile e fredda. Sono di certo una donna che vuole comprare un bottone.
Potrei uscire. Dirle che ho dimenticato una cosa e scappare. Ma non mi viene, e così le chiedo, gentilmente indifferente:
“E quanti anni ha suo figlio?”
Così. Tra le mille cose che potevo fare, m’informo dell’età di suo figlio.
“Diciotto” mi dice, sempre senza guardarmi, ma con un blando e tristissimo inizio di sorriso.
Fuori sta per piovere.
Odio le sere invernali, nel momento in cui imbruna e per giunta potrebbe piovere: mi sanno così terribilmente di inverno.
Aiuto. Adesso sento che mi parlerà di suo figlio diciottenne. Chissà cosa le ha fatto, lo ammazzerei questo suo figlio, di cui non so niente e non voglio sapere niente.
Una volta tutto ciò succedeva in treno. Era tipico. Tu salivi, sceglievi con cura lo scompartimento, estraevi il tuo libro da leggere che da un mese sognavi di poter iniziare e invece niente: c’era sempre almeno uno dei passeggeri che così, dal nulla, ti raccontava tutta la sua vita. Tutta, dall’infanzia ai giorni nostri. E tu scendevi piatto e rintronato, come se il treno ti fosse passato sopra invece di portarti gentilmente a destinazione.
Ma oggi lo scompartimento non esiste quasi più: hanno aperto lo spazio, sui treni, e siamo tutti lì insieme, come se fossimo al cinema. Questo nostro tempo adora la comunanza, la comunità, la piazza, il corteo, il raduno, insomma tutto ciò che sa di “stare in tanti”. Il risultato è che, non essendoci più lo scompartimento, sono spariti anche i viaggiatori che ti raccontano la loro vita. O meglio, hanno preso una forma diversa di comunicazione, più solitaria e incomunicativa; ora sono narratori indiretti: non parlano più a te, parlano dentro i loro microscopici, e microbici, telefonini a un loro interlocutore che a te resta per sempre invisibile e sconosciuto. Ti escludono. Ti parlano davanti, spudoratamente lì sul muso, e nello stesso tempo ti ignorano. Insopportabile. Almeno prima avevi il bene di storie dirette e intere, dotate di un qualche senso compiuto. Ora invece ti becchi stralci di vita, lacerti sanguinolenti di conversazioni, frasi interruptae, notizie incomplete, frantumate… Ne esci infatti a pezzi, sempre e comunque come se il treno ti fosse passato sopra. Dal che si deduce che nulla mai davvero cambia, nella sostanza.
Ma, tornando a noi, che una merceria potesse sostituire lo scompartimento non l’avrei mai pensato.
Ora mi guarda, questa signora, le mani inerti e vuote sul banco, completamente dimentiche della scatola di bottoni, di me e di qualsiasi altra merce. Mi guarda estatica con un’espressione di infinita beatitudine e mi dice:
“Mio figlio, sa… ha appena preso la patente!”
La patente, ma certo! Ecco qual era la storia! Cara signora merciaia, che lei sia benedetta!
Tiro un interiore e felice sospiro di sollievo. Che meraviglia! Come sono contenta, se potessi l’abbraccerei scavalcando il bancone! Abbiamo schivato una tragedia. Non sa che regalo mi ha fatto: una notizia così deliziosamente irrilevante! È come dire: il mio cane abbaia, oggi c’è il sole, mi piace molto il pane ben cotto… Non quelle roboanti, patetico-intense, estreme, sempre drammaticamente estreme storie da real TV, cronache nere, documenti di vita vissuta. Vorremmo una vita non così vissuta, e soprattutto non documentata! Basta con le “sensazioni forti”, vorremmo delle sensazioni deboli, molto deboli (e che semmai il “pensiero debole” ritornasse forte…).
Grazie. Le dico un grazie davvero molto… grato, ed esco dalla sua merceria, così come sono entrata: ahimé, senza bottone.
Guardo il filo che mi penzola, tristemente, dalla giacca; lo guardo con una certa  pena perché lui, poverino e ignaro, aspetta invano il suo bottone. Ma non importa, io sono adesso indicibilmente felice.
Io adoro le mercerie. E i bottoni che si perdono, e i figli che prendono la patente, e i treni, e le sere che, d’inverno, inevitabilmente imbrunano.


Paola Mastrocola


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Smemoranda 2003


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