La voglia di buttarsi

di Filippo Tortu su 16 mesi - Smemoranda 2021





Una bella storia da raccontare in effetti ce l’ho. E stranamente è bella anche se parla di una volta che mi sono fatto male. Molto male, a dire il vero. Ma andiamo con ordine.

Era il 2014, avevo sedici anni. Gareggiavo alle Olimpiadi Giovanili di Nanchino, in Cina, per la prima volta con la maglia – o meglio, nel mio caso è un body da corsa – della nazionale italiana. Mi ricordo benissimo quelle due settimane al villaggio olimpico: eravamo in dieci, nell’appartamento dove stavo io. Dieci atleti, ma anche dieci ragazzi che si divertivano un bel po’.

Sapete, andare in giro per il mondo a fare le gare non è così divertente come potrebbe sembrare. Magari una settimana sei in Azerbaigian e quella dopo in Polonia, ma non hai mai tempo di visitare il paese in cui ti trovi, di parlare con la gente, di conoscere qualcuno. Se sei solo, anzi, è abbastanza noioso. Viaggiare con la nazionale è molto meglio. E quello era il mio primo viaggio, per di più per i giochi olimpici! Quindi ero contento, mi divertivo – anche se rispetto ad altri facevo la figura di quello serio: tipo che stavo attento a non andare a letto troppo tardi, e a cosa mangiavo. Ma insomma, erano le mie prime olimpiadi… non ero certo tra gli atleti che partivano favoriti, però volevo fare bella figura!

Dovevo correre i 200 metri, e volevo giocarmi tutte le possibilità di entrare in finale. Certo non era facile: di ognuna delle quattro batterie in programma, sarebbero passati solo i primi due classificati. Il giorno prima della mia batteria, ricordo di aver visto alla mensa del villaggio un ragazzo con la gamba ingessata, che si doveva essere infortunato in allenamento. Ho pensato: “Che sfiga il tipo… arriva fino a qui, poi si fa male, e finisce tutto.” Ancora non sapevo che quell’immagine era un presagio. Per me.

Il giorno dopo sono in pista, deciso a dare tutto quello che posso.

Parto veloce e rimango incollato ai primi. L’atleta cinese prende il volo, il primo posto sarà suo, è irraggiungibile. Mi gioco la seconda piazza con un ragazzo zambiano, Brian Kasinda. Arriviamo sul traguardo uno di fianco all’altro. Devo buttarmi, lo faccio. Nella corsa conta quando taglia il traguardo il petto, non il piede. Spesso è una questione di centimetri, e in quel caso credo siano stati millimetri. Devi lanciarti con il torace in avanti: non so se avete mai provato a farlo mentre state correndo molto velocemente, ma… è molto difficile rimanere in piedi, se lo fai. Io, in quel caso ce l’ho fatta. Cioè, ce l’ho fatta a passare il traguardo prima del mio avversario. Non a rimanere in piedi.

Sono rovinato per terra, e ho sentito subito un gran male alle braccia. Ricordo però di aver pensato: “Ehi, ce l’ho fatta. Sono in finale. Dai, domani mi faccio una bella fasciatura stretta e posso correre.”

Non avrei mai corso quella finale, ma ancora non lo sapevo.

Sono entrati a prendermi con la barella, e pochi minuti dopo ero sdraiato in infermeria, circondato da medici concentratissimi… sulle mie gambe. In pratica, nessuno aveva pensato che un corridore potesse essersi fatto male alle braccia. Nessuno parlava inglese, e io in ogni caso non ero molto in grado di comunicare, visto il dolore. Mi ha salvato l’interprete, un ragazzo cinese di Bologna. Ma la diagnosi non ha lasciato speranze: frattura di entrambe le braccia, ulna e radio. Ahia.

Così, il resto della mia permanenza a Nanchino è stato meno divertente. Con entrambe le braccia ingessate non potevo fare niente: il mio compagno di stanza doveva imboccarmi, letteralmente. Al ritorno in Italia, altri problemi: mi sono presentato nella mia nuova scuola con doppio gesso, non proprio un gran biglietto da visita con i nuovi compagni. D’altra parte però, per un po’ è stata anche una buona giustificazione con i prof…

Cinque anni e due operazioni più tardi, se ci ripenso sorrido. Le braccia sono guarite, a scuola ho trovato amici veri che ho ancora oggi, e la corsa mi ha portato soddisfazioni che non avrei mai immaginato. Non ho scordato quella prima volta in nazionale. E non ho perso la voglia di buttarmi per guadagnare quel centesimo che in atletica può fare la differenza. Il dolore, invece, me lo sono completamente dimenticato.


Filippo Tortu


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