“Amore, sei pronto?”
“A fare cosa?”
“Dobbiamo scrivere per la Smemo.”
“Adesso mi devo rilassare, dai, scrivi tu… Poi mi fai vedere.”
La voce automatica del treno ci ricorda le fermate da qui all’eternità e che non si può fumare. Io fumo in fretta, lui gioca col telefono.
“Che facciamo, io parlo di basket e tu di musica?”
“Io non parlo di niente, fai tutto tu.”
“Din din din, caccia la grana se faccio tutto io.”
“Ti faccio uscire sulla Smemo: ringraziami!”
Come Sandra e Raimondo*, una vita di lamentele e battibecchi. A Bologna mancano ancora 55 minuti e il foglio è imbrattato di pochi, stupidi dialoghi.
“Ma tu ce l’avevi la Smemo quando eri alle superiori?”“Sì. Mi ci facevo scrivere i compiti dalle ragazze della classe, in fila dietro di me. Sai, ero un bel ‘gioino’ quando ero giovane. Poi sceglievo sempre le più brave.”
“Ed erano anche le più belle?”
“Ah beh, certo, avevano anche già le tette.”
Silenzio.
Ci guardiamo negli occhi tipo primissimo piano “Spaghetti Western”, gli occhi blublublublublu di Clint Eastwood addosso, sguardo di ghiaccio e fischio morriconiano di sottofondo.
“Beh, questo non posso mica scriverlo.”
“Ma stai già scrivendo?”
“Ovviamente, carpe diem”
“Carpe che?”
“Ic sunt leones, sai, il latino, quella roba lì che usano anche i maragli della Fossa dei leoni della Fortitudo?”
“Ah, sì, sono un leone.”
“Ma se sei pesci e sei anche uno psicopatico, che come tutti quelli nati sotto segni doppi, non sai mai cosa gli succede tra le sinapsi del cervello. Di che segno è Lebron James?”“Non lo so, ora cerco. Lebron non mi piace.”
“Perché?”
“Nato il 30.12”
“Allora è un capricorno, testa dura.”
“Anche tu allora sei capricorno, amore mio.”
“Pirla!  Lo sai che sono acquario: cervello fritto, testa fra le nuvole e stinchi distrutti (che se hai la testa tra Venere e la nebulosa di Orione poi finisce che quando cammini ci lasci un menisco, come minimo). Testa dura presente, non lo nego, ma mai come la tua.”
“Mi ricordo quando mi volevano portare al minibasket e io non volevo andare. Mi hanno portato con la forza.”
“E?”
“E poi non volevo tirare a canestro. Vedevo tutti che correvano, tiravano, c’era anche già mio fratello maggiore in campo. Era una tradizione di famiglia, sia mia madre che mio padre erano buoni giocatori, ma si sono sposati, hanno fatto tre ’piccoli’ Mancinelli e hanno dovuto smettere. Beh, l’unica che non ha mai giocato in famiglia è la mia sorellona Laura.”
“Pensa che hai addirittura la fidanzata che giocava a basket, e non ero mica male, eh.”
“Saper cantare non vuol dire sapere anche giocare a basket.”
“Ma se ero ala forte come te?!”
“Sì, ma non hai la mia mano sinistra.”
“Ma se sono mancina anch’io?!”
“Se la tua mano sinistra fosse stata come la tua voce, magari…”
“Se se se… Se solo il rock’n’roll non si fosse impadronito di me, ti darei la paga ai tiri liberi.”
“Magari ai tiri liberi me la dai ancora, non sono proprio un cecchino! Poi le donne nel basket sono più precise degli uomini, è risaputo.”
“Beh, non solo nel basket e non solo nei tiri liberi.”
(bacio)
“E tu quando hai capito che volevi fare la cantante?”
“Ho visto la luce come i Blues Brothers, mentre cantavo nel coro della chiesa di Gossolengo, so che forse non è proprio punk come storia, ma avevo tre anni e mezzo, il punk ce l’ho messo qualche anno più avanti, quando ho scoperto i Clash.”
“E poi?”
“E poi ho iniziato a stressare mamma con la musica. Guardavo Sanremo in tv e le dicevo che un giorno anch’io sarei andata su quel palco. Ho iniziato a cantare e suonare in saletta, mollato al quinto anno il conservatorio e da allora canto quello che scrivo. Sai bene che anche la mia testa è bella dura.”
“Quando hai scritto la prima canzone?”
“Avevo 11 anni, la ricordo ancora. Penosa. La scrissi con la chitarra: il pianoforte e il conservatorio iniziavano ad andarmi stretti.”
Salgono altri passeggerei, il vagone si riempie. Bisogna abbassare la voce e finire velocemente.
Tre sorrisi.
“Buongiorno, da servire?”
“Due bicchieri d’acqua naturale.”
“E un caffè.”
“Dolce o salato lo snack?”
“Niente, grazie.”
“Ma quindi poi com’è andata a finire col primo allenamento? Hai tirato anche tu?”
“Ho tirato la prima volta, ho pure segnato. Ero gasatissimo, avevo notato che capivo già più degli altri il gioco e ho pensato: figo questo basket. E non ho ancora smesso.”
“Allora c’è speranza?”
“In che senso.”
“Speranza di poterti fare anche cambiare idea… ogni tanto.”
“Allora sì”
Oh, e così abbiamo anche trovato la chiusa.

: – )

*Se siete così giovani da non conoscere Sandra e Raimondo (non è colpa vostra: lo siete!), andate a cercarvi su YouTube i famosissimi e spassosissimi battibecchi tra i due coniugi più famosi della comicità italiana.


Nina Zilli e Stefano Mancinelli


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