Gentile Sabrina,
sono il direttore del personale della ditta nella quale lei lavora da tre anni come impiegata, nel reparto gestione fornitori e contratti.
Insomma, sono io: il dottor Werner Oronzo.
Ci siamo conosciuti quando lei è stata assunta qui, e ci vediamo ogni giorno in mensa. Occasionalmente, ci è capitato di incontrarci nel corridoio che io chiamo “dei graffiti”, quello tutto sgorbiato di scritte e disegni, che la direzione generale ha deciso di lasciare così com’è, senza dare una buona mano di vernice. Stimola la creatività, dicono. Mah! Io faccio quel corridoio ogni volta che devo scendere dal mio ufficio, con lo sguardo ipnotizzato dai graffiti, e non è raro che incontri impiegati o dirigenti immobili, un po’ curvi, intenti a leggere.
È strano, ma il direttore del personale di una ditta spesso vive molto isolato dal personale di cui si dovrebbe, in teoria, occupare. Non credo che sia una prerogativa della nostra azienda: l’ho notata anche in altre. Il direttore del personale è alloggiato in uffici defilati, nascosti, e questo accresce, naturalmente, la sua impopolarità. Si ricorre a lui per richieste di aumento, di cambio di livello, lamentele, certificati, cose del genere. Ma anche questi contatti avvengono di solito per interposta persona. Un’impiegata rimane incinta e si rivolge al suo superiore, perché lui venga a chiedermi la messa in maternità. Lo stesso vale per gli aumenti di stipendio, e per le altre pratiche. In realtà, di solito si ha a che fare con me in due momenti della propria parabola aziendale: l’ingresso e l’uscita dalla ditta. Sono una specie di sacerdote. Ci si rivolge a me al momento della nascita, e della morte.
Credo che lei a questo punto abbia già capito, in parte, il motivo di questa mia lettera. Lei, gentile Sabrina, è nata come impiegata di questa azienda tre anni e due mesi fa. Ora sta per morire. Cioè, venire espulsa dall’azienda.
Voglio mettere subito in chiaro due cose.
Il motivo di quanto sta per accaderle non ha niente a che vedere con il suo rendimento sul lavoro. Lei è un’ottima impiegata. D’altronde, e questa è la seconda cosa che devo dirle, lei non verrà “licenziata”. Nella gestione di un’azienda, questa è una pratica sempre più in disuso. Piuttosto, lei verrà messa in condizione di non poter più lavorare serenamente. Cominceremo con il chiederle straordinari non pagati, con il modificare all’ultimo momento il suo piano di ferie. La trasferiremo nella sede decentrata, quell’orrendo casermone nell’hinterland, scomodissimo da raggiungere partendo da casa sua. Lei non ha la patente, a quanto mi risulta. Per recarsi in ditta dovrà cambiare quattro mezzi (due di superficie, più un tratto di metropolitana con cambio in piazzale Loreto). Dovrà alzarsi tre quarti d’ora prima del solito, e tornare a casa circa un’ora dopo. Un notevole peggioramento, nell’equilibrio della sua giornata. Niente più palestra, niente più piscina. Per non parlare di quello che troverà nella sede decentrata: nuovi colleghi ostili, un nuovo capo preavvertito, pronto a renderle impossibile la vita. Adesso lo chiamano mobbing verticale; una volta lo si chiamava semplicemente stare sotto a una carogna.
Insomma, lei finirà per andarsene.
Ha appena compiuto trent’anni, una bella età vista dai miei quarantotto: dalle speranze un po’ confuse dell’adolescenza a una giusta valutazione di ciò che conta nella vita. Non credo di essere mai stato felice come dai trenta ai quarant’anni. Dopo, purtroppo, le cose cambiano. Si comincia a vivere in difesa, a verificare ogni giorno le perdite, le falle. La carne non è più soda, la memoria ogni tanto ci tradisce, l’ottico dice che non si può più rimandare il momento di prendere questi benedetti occhiali. Gli amici si perdono, qualcuno di loro muore. I genitori si ammalano, bisogna assisterli. Si litiga coi fratelli, che ormai non hanno più niente in comune con i bambini con cui giocavamo, ci facevamo i dispetti, quando eravamo bambini anche noi. La depressione è in agguato. Si passa troppo tempo davanti alla tv, guardando programmi che solo dieci anni fa ci avrebbero dato il voltastomaco. Ci si iscrive a corsi di massaggio, di scrittura creativa, di danza caraibica, ma presto ci si stufa di essere circondati da gente più giovane, e soprattutto non si tollera più di ricevere ordini e rimproveri anche fuori dal lavoro. Il tempo, che prima ci sembrava girare in cerchio, adesso somiglia sempre più a una linea retta, e sappiamo benissimo cosa c’è in fondo. No, mi creda: i trenta sono un’età benedetta.
Quindi, lei se ne andrà ma sarà in grado di sopportare questo colpo e trovarsi, se vorrà, un altro impiego. Magari con un piccolo sacrificio economico, qualche rimpianto. Ma sopravvivrà, stia tranquilla. La sua specializzazione è abbastanza generica (mi perdoni il paradosso) perché lei non debba temere la disoccupazione.
Come si è deciso quello che, per semplicità, chiamerò il suo licenziamento? Per esubero di risorse umane. L’azienda ha fatto i conti, e ha concluso di dover tagliare il personale di cinque unità. Non molte, come vede. Abbiamo discusso a lungo sui nomi, ma la scelta, alla fine, è stata lasciata a me.
Quattro di questi nomi si imponevano da sé.
Un ingegnere che ha sbagliato gli ultimi due progetti.
Un product manager che ha litigato con il direttore.
Quella sua collega che è sempre a casa in malattia.
Infine, una receptionist con cui la settimana scorsa ho avuto un incontro a pranzo, in un ristorante molto trendy. Le ho spiegato la situazione. Le ho manifestato la mia ammirazione per il suo portamento, la sua eleganza, per quello che una volta si chiamava (pensi che scherzo del vocabolario!) il suo personale. Guarda che bel personale ha quella ragazza, si diceva, e si voleva dire: che bel seno, che bella linea dei fianchi, che bel corpo. Le ho parlato a voce, non per lettera, e non c’è bisogno che le spieghi il perché. Santo dio, sono arrivato a dirle che la consideravo una ragazza intelligente e sensibile! La receptionist non ha gradito. Peccato. Per lei e (credo meno) per me.
Bene, penserà lei, cara Sabrina, e mi sembra di vedere il suo bel viso arrossire per l’imbarazzo, l’indignazione. Eccoci al punto, dirà, e non le do torto. Il dottor Oronzo mi sta facendo un’avance ricattatoria, mi sottopone a una molestia sessuale nelle circostanze più odiose, minacciando di farmi mandare via se non acconsentirò ai suoi desideri. È così?
No.
Non è così.
Se fosse così, perché questa lettera? Avrei offerto il pranzo anche a lei. Non le avrei messo in mano un’arma simile.
Lei dovrà andarsene di qui, perché quello che ho scritto all’inizio non è affatto vero. Lei non è un’ottima impiegata. Lei come amministrativa è un disastro, e i suoi errori, le distrazioni, i calcoli impazziti, quella volta che ha mandato il sostituto d’imposta alla Maineri & Associati invece che allo Studio Vaccaroni facendo nascere un casino del diavolo… ce ne sarebbero d’avanzo, di “giuste cause”, per licenziarla in tronco! Lei è una sognatrice, una poetessa, una vera peste. Crede che non sappia chi ha scritto l’epigramma velenoso che sta nell’angolo in basso a destra del muro dei graffiti? O il sonetto al centro, quello obiettivamente spassosissimo, a me dedicato, i cui versi rimano tutti in “-onzo”? E lei, lei, Sabrina, sa chi ha comprato tutte le 50 copie effettivamente distribuite dalla Nadir Editrice, che ha stampato a sue spese il suo primo e finora unico libro di haiku? (L’hanno imbrogliata, Sabrina: 50 ne hanno distribuite, non 500! Ma come fa un’amministrativa a non capire queste cose?)
Io sono innamorato di lei, Sabrina. Non voglio portarla a letto; voglio ben altro.
Devo licenziarla, per modo di dire. Ho fatto carte false per salvarla, ma non c’è stato verso.
Vengo da una famiglia ricca, ho una bella casa fuori Milano. Mi considerano un uomo piacente, e credo di piacere un po’ anche a lei, perché in quel sonetto in “-onzo” c’è un… una specie di…
Be’, le parole lei le sa usare meglio di me.
Lasci questa dannata azienda, e mi sposi.


Raul Montanari


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Smemoranda 2004


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