“Ho detto no. E quando dico no è no!”
Esterrefatto, fisso mio padre all’altro capo del tavolo, mentre mia moglie sparecchia e la Caty si dondola sulla sedia, sgranocchiando le ultime patatine fritte e sbirciandoci.
“Ma come no?” sbotto. “Cosa ti salta in testa, papà? Ieri avevi detto…”
“Ieri era ieri.” Il vecchio fissa un angolo del soffitto, con quell’aria solenne e cocciuta che conosco da sempre e che ora mi terrorizza, perché quando fa così ci vogliono le cannonate, per fargli cambiare idea. “Ci ho pensato su bene. Ho avuto tutto il tempo stanotte, visto che non dormo. E adesso dico no.”
“Ma abbiamo già prenotato…” balbetto.
“Disdici la prenotazione. Sai quanto me ne importa.”
“Hmm!” mugugna mia moglie, guardandomi con aria trionfante mentre si infila in cucina e intanto le sue natiche si contraggono ritmicamente, a un ritmo infernale, tanto da farla quasi zoppicare.
“Papà” insisto, cercando di stare calmo. “Fra un mese compi settant’anni. Siamo già in ritardo, santo cielo!”
“In ritardo su cosa?”
“Lo sai benissimo che se salta la prenotazione non ti potranno più impiantare i microchip del programma Enduring Life! Dopo i settant’anni è proibito per legge! Potrai solo farti mettere microchip terapeutici, a mano a mano che tumori e altre schifezze cominceranno ad attaccarti il corpo!”
“Il vostro programma per l’immortalità è una cretinata colossale” ribatte lui, pulendosi le gengive con un dito.
Meno male che mia moglie non lo vede, altrimenti avrei davanti agli occhi lo spettacolo della faccia che le viene quando lui fa qualcosa di lievemente (o clamorosamente) disgustoso, e io rimango incerto se prendere a pugni in testa lui o lei. Tutti due, magari.
“Non chiamarlo così! Non è esatto, perché…”
“Anzitutto io non ci credo” mi interrompe. “Non hanno dimostrato ancora niente. Non si sa se funziona.”
“Ah no? Aspetta che i primi che hanno fatto l’operazione compiano cent’anni, e mi saprai dire!”
“E quando spegneranno le cento candeline, i tuoi campioni? Ammesso che abbiano il fiato per farlo?”
“Be’, fra…” Mi infervoro, cerco di ricordare, come se questo dettaglio che in realtà non significa nulla fosse decisivo. “Dunque, mmh, a Bellinzona c’è uno che li compirà fra un anno e mezzo, mi pare. E allora…”
“Intanto in Toscana c’è gente che mangia salame e crostini di fegato, beve vino, fuma il sigaro e vive come si è sempre vissuti, senza impianti di roba elettronica e altre scemenze, e di anni ne ha centodieci e passa! Li hai mai visti, nei telegiornali? Be’, tu tieniti i tuoi centenari di Bellinzona lardellati di microchip, i miei modelli sono quelli lì. Vecchi veri. Uomini veri.”
“Centodieci anni… ci mancherebbe anche questa” sbuffa mia moglie a mezza voce.
La fulmino con lo sguardo. “Hai finito con quei piatti?”
Lei marcia via, offesa, con il sedere che pulsa gonfiandosi e sgonfiandosi al ritmo dettato dal microchip. Non che non sia uno splendore, il culo di mia moglie, che mi riempie di orgoglio quando andiamo in spiaggia o a ballare; non che io abbia qualcosa in contrario al fatto che da tre anni usa il Bottom By Button, insomma. Ma in questo momento lo trovo imbarazzante, visto ciò di cui stiamo parlando.
Mio padre aspetta che lei si allontani e ricomincia a frugarsi la dentiera.
“Insomma” mi incalza, prima che io possa riprendere a ragionare. “Se anche fosse possibile prolungare la vita all’infinito riempiendosi di questi pidocchi digitali, mi sai dire che razza di vita sarebbe?”
“Una vita normale!” esplodo dando un pugno sul tavolo, con il risultato che mi parte anzitempo il microchip del programma di Fitness Sottocutanea, e bicipiti e pettorali cominciano a contrarsi e decontrarsi al ritmo di centoventi impulsi al minuto.
“Normale? Ma guardati!” sghignazza lui. “Tu e Marisa sembrate due mezzi robot, come si dice?, due cyborg! E deficienti, per giunta! A tutte le ore del giorno attacca il microchip di qua e il microchip di là, per non parlare di quello che succede la notte.”
“Adesso esageri, papà!”
“Credi che sia sordo solo perché non mi sono fatto impiantare il Sensory Enhancement?” Però! Il nome l’ha imparato. Che sia buon segno? “Fino a sei mesi fa non facevate tutto quel casino ogni notte, voi due, dalle undici alle undici e venticinque precise!”
“Papà…” cerco di fermarlo, mentre di là Marisa carica la lavastoviglie con la delicatezza di un orango impazzito.
“Ai miei tempi sul comodino ci tenevamo la confezione dei profilattici, non il libretto del programma Dig…it! Un aiuto digitale all’amore analogico! L’ho visto, sai? E dove te l’hanno ficcato il microchip del Dig…it? Ma fammi il piacere, va’ là.”
“Caty, ti spiace andare in camera tua?” intimo a mia figlia. “E sistemati quel cerotto, che lo perdi.”
Lei inarca le sopracciglia e se ne va, riattaccandosi sul collo la medicazione che le ha lasciato il chirurgo, dopo averle impiantato l’Enduring Life versione teenager.
“Se l’umanità è rincoglionita, io mi riservo il diritto di pensare con la mia testa” conclude il vecchio, e tira su col naso da cui spuntano radi ma lunghissimi peluzzi bianchi.
“Ma papà” torno all’assalto io, nel tono più suadente che mi riesce di avere con questi dannati muscoli che rimbalzano su e giù. “Non metterti in faccia una maschera che non c’entra niente con te. Tu sei sempre stato un modernista! Hai sempre amato le innovazioni, il progresso! Non ti ricordi quando prendevi in giro la mamma, negli anni Settanta, perché credeva che dietro lo sportello del Bancomat ci fosse un omino che contava i soldi? E quell’anno che hai insistito perché informatizzassero la biblioteca della tua scuola, proprio tu, tu da solo contro il preside e quei vecchi babbioni dei tuoi colleghi, che dicevano che di quel passo si sarebbe persa l’arte della calligrafia?”
“Ma cosa c’entra, è roba di un secolo fa.”
“Io sono come tu mi hai cresciuto, papà” proseguo sullo slancio. “Tu mi hai mandato al liceo classico, e non per confinarmi nello studio del passato, al contrario! Tu mi hai sempre detto che la conoscenza del passato serve a governare il futuro, e avevi straragione! L’umanità non è rincoglionita. Stiamo solo trovando il modo di vincere la battaglia che…”
Vincere?”
Verbo infelice, d’accordo. “Be’… diciamo di combattere meglio di prima la battaglia eterna dell’uomo contro la malattia, il decadimento fisico, la morte.”
“Non bestemmiare” borbotta lui, guardandosi le mani appena intaccate dall’artrite ma già cosparse di macchie scure. Erano così belle le mani di mio padre, eleganti, forti, lisce; ero così orgoglioso quando la mamma diceva che avevo preso da lui, in questo.
“La morte prematura, almeno. La morte stupida, che ti fa lasciare a metà il tuo lavoro, abbandonare i tuoi affetti. Si pensava che la strada giusta fosse l’ingegneria genetica…”
“Buona, quella!” sogghigna lui.
“Infatti, infatti!” gli do ragione. “L’ingegneria genetica è in ritardo rispetto al biodigitale, e poi usa manipolazioni che mettono in dubbio l’identità personale, l’individuo. Clonazioni, queste cose… bah! Invece il biodigitale è pulito. Io sono io, non sono un altro! L’idea che ho di me stesso è salva, intatta, anche se i microchip dell’Enduring Life mi possono aiutare a evitare osteoporosi, neoplasie, Alzheimer. Insomma” insisto, perché mi sembra di avere trovato un varco, “nessuno ha mai obiettato niente contro la chirurgia, no? La semplice chirurgia, dico. Sei d’accordo su questo?”
Lui alza le spalle.
“E allora” concludo “che differenza c’è tra farsi mettere una placca in una gamba per ricomporre una frattura, e un microchip nella tiroide per regolare il metabolismo? La mia persona cambia? I miei ricordi cambiano? I miei desideri, i miei amori e i miei odii, tutto quello per cui io sono io, cambiano?”
Sento sbattere la porta di casa. Marisa è uscita. Meglio così.
Mio padre gioca con le briciole di pane, senza guardarmi.
“Papà” dico, a bassa voce. “Se non fai l’operazione ti condanni al destino che tutte le generazioni hanno sempre temuto. Il corpo che ti tradisce, la malattia, la fine delle speranze e dei progetti. E poi, scusa, a me non pensi? Se tutto questo non ti interessa per te, se tu ti senti così forte da affrontare senza aiuti tecnologici la decadenza fisica, perché non provi a immaginare i miei sentimenti? Io non voglio perderti. Cosa farei senza di te? Non ci hai riflettuto?”
“Mica morirei domani” prova a scherzare lui, toccando per scaramanzia una forchetta.
“Io non voglio perderti né domani né mai.”
Mio padre si alza.
Inarca la schiena con un sospiro, le mani sulle reni. Gliel’ho visto fare un’infinità di volte questo gesto, da quando ero piccolo e la sua schiena si curvava tanto che avevo paura potesse spezzarsi la spina dorsale, o cadere all’indietro e rompersi la testa. Si stiracchia e va alla finestra, guarda fuori.
Faccio per alzarmi a mia volta e andargli vicino, ma di colpo bicipiti e pettorali si fermano; in compenso cominciano a contrarsi polpacci e addominali, così forte che non riesco neanche a muovermi. Dovrò cambiare un’altra volta le impostazioni, porca la miseria!
Lui muove la testa. Mi sembra che guardi il traffico, poi il cielo, poi di nuovo la strada. Si batte piano una mano sulla nuca, fra i capelli bianchi e radi. Appoggia la fronte al vetro. Servirebbe a qualcosa se mi trascinassi fin lì e gli posassi una mano sulla spalla? Se lo abbracciassi, o gli dessi un bacio?
Apro la bocca per parlare ancora, ma ho paura di rompere questo silenzio. E allora la richiudo e aspetto.
    Aspetto e basta.


Raul Montanari


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Smemoranda 2008


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