A vederli così  – stretti fra le steppe post industriali e le discariche improvvisate – non lo diresti mai, eppure i fossi sono posti magici dove tutto può succedere. I fossi stanno lì a dimostrarti che anche quando l’acqua davanti a te è poca e scura e puzza un po’, dal nulla può saltarti addosso qualcosa di clamoroso, che ti travolge e ti stravolge la vita.
È più o meno questo che cercavo oggi, quando ho preso la canna e mi sono infilato nella pineta della Versiliana.

È la vigilia di Natale e sono già sfinito da parenti e conoscenti, telefonate e visite a sorpresa, tutti a chiedermi come sto, quando mi fidanzo o mi sposo, cosa farò per l’ultimo dell’anno. E io non so rispondere, non so spiegare, non so nulla di nulla. So solo che dovevo scappare subito e rifugiarmi qua, in questa pineta favolosa e lontana da tutto.
Lo faceva pure D’Annunzio, che nella Versiliana ha scritto La Pioggia nel Pineto e amava girarci nudo a cavallo per fare le zozzerie. Io invece preferisco venirci vestito, e più dei pini mi piacciono quei punti avventurosi dove il sottobosco prende coraggio e diventa foresta, e i rovi e le cannelle salgono a bordare un fosso nascosto lì in mezzo, a dieci minuti dal mare e dai negozi alla moda, ma allo stesso tempo fuori dal mondo civilizzato. Non si vede una costruzione, non arriva rumore di strade o di voci, non passa nessuno e il cellulare non prende. Insomma, arrivi qua e ti sembra di essere l’unico uomo rimasto sulla terra.
Anche oggi il silenzio è totale, giusto le foglie lassù che strusciano fra loro nella brezza, giusto il rumore del cucchiaio nella ciotola dove mescolo l’acqua con una polvere gialla che piano diventa polenta, l’esca perfetta se volete evitare le carpe e i carassi e sperate invece di incontrare la tinca. Che è un pesce ingiustamente snobbato, sorella minore della carpa, più scura e timida, con dei riflessi tra il giallo e l’oro che incantano. Ma soprattutto la tinca ha questa abitudine stupefacente, che quando l’hai domata e la porti verso di te con la testa ormai fuori dall’acqua, lei muove ritmicamente nell’aria le due pinne che ha sotto la pancia, su e giù, su e giù, e sembra proprio che ti stia salutando. E allora forse è per questo che oggi cerco le tinche, perché voglio stare da solo e lontano da tutti, ma in realtà non si può vivere senza qualcuno che ogni tanto ti viene incontro e ti saluta.
L’acqua è fonda cinquanta centimetri, praticamente nulla. Regolo il galleggiante e lo lancio vicino alle cannelle lungo la riva di là dal fosso. Che è un rischio, perché se lanci troppo forte l’amo si impiglia nella vegetazione e perdi tutto quanto, ma è un rischio che va corso perché è là che gira il pesce, lungo le cannelle dove trova ciuffi d’erba, larve di insetti, uova di rana e altre delizie.
Però oggi il pesce non gira proprio, e dopo un’ora a fissare il galleggiante immobile faccio quello che un buon pescatore deve sempre fare, che poi è lo stesso trucco che ha salvato l’uomo dai lupi e dai mammuth e l’ha portato vivo fino a questo tempo tutto sbilenco: mi guardo intorno e mi adatto. Vedo un lombrico ciccione che spunta da sottoterra, lo prendo e lo infilo in cima all’amo insieme alla polenta, poi lancio il boccone nel solito posto sperando che il movimento sinuoso del verme richiami qualcosa. E infatti dopo cinque minuti il galleggiante si drizza e disegna un cerchio leggero nell’acqua. Appoggio la mano alla canna, pronto. Il galleggiante comincia a camminare di qua, poi di là, alla fine si decide e parte verso il fondo. Ecco il momento di alzare la canna e ferrare, e sentire quel contatto meraviglioso con una vita guizzante e scalmanata che vive in un altro mondo, tu sulla terra e lei là sotto, così diversi eppure legati, uniti da un filo sottilissimo di nylon.
Solo che la vita dall’altra parte del filo non si scalmana per niente, e ancora meno guizza. Anzi, non sembra nemmeno una vita. Viene su come un pezzo di legno, continuo a tirare e la porto verso di me, sale una roba scura e tonda e misteriosa, e quando finalmente arriva in superficie mi ci vuole un po’ per accettare quello che vedo.

Vedo una tartaruga.

Grossa e nera e striata di giallo, una di quelle che dovrebbero vivere nel Missisippi ma ormai sguazzano nei fossi e negli stagni di tutta Europa. Il guscio è grosso quanto la mia testa, e mentre ancora fatico a credere di averla pescata mi accorgo del pezzo di corazza che le manca sul fianco sinistro, una parte spaccata a forma di mezza luna, e allora capisco che la situazione è ancora più assurda: non ho pescato una tartaruga, ho appena pescato la mia tartaruga, che si chiamava Gozzilla e mi ossessiona da una vita.
Sono venuto qui per sfuggire all’atmosfera delle feste, ed ecco che invece un Natale di trent’anni fa esce soffiando minaccioso dall’acqua del fosso, che è scura e sporca come la mia coscienza.
Natale 1983. A Babbo Natale avevo chiesto un Gozzilla gigante, che camminava da solo e faceva un urlo tremendo mentre schiacciava tutto con le sue zampe da mostro.
Il mio piano era metterlo in mezzo al presepe, che il babbo aveva costruito sul tavolo del salotto, e lasciarlo calpestare il muschio e il laghetto di stagnola e il pezzetto di deserto là in fondo, terrorizzando e spiaccicando le statuine dei pastorelli, il vecchietto ubriaco, le contadine, la pesciaia, la fornaia e tutti quei personaggi che sembravano allegri e devoti ma in realtà erano maniaci assassini, gente perfida che per qualche motivo spaventoso portava in dono a Gesù Bambino – un bimbo appena nato –, prosciutti interi, salsicce, papere e conigli morti, pesci crudi e forme di pecorino. Al catechismo ci parlavamo tanto dell’Ultima Cena, ma secondo me il miracolo vero era se Gesù sopravviveva alla prima.
E allora, per salvare Gesù Bambino e punire quella gente, mi serviva l’intervento del grande Gozzilla. Ma Babbo Natale era stato il solito tirchio e non me l’aveva regalato. Al suo posto avevo trovato una vaschetta con un po’ d’acqua, un’isoletta in mezzo e una mini palma di plastica a completare il sogno tropicale. E dentro una tartaruga nana.

In realtà non era nana, erano animali appena nati e importati a tutto spiano dagli Stati Uniti per essere venduti tipo pesci rossi. Poi crescevano e la gente si stufava e li buttava nel fiume vicino casa o nelle fontane dei paesi, così adesso le tartarughe americane spadroneggiano nelle nostre acque e sono un problema serio.
Ma quel giorno di Natale del 1983 il mio problema era un altro. Era che al posto di Gozzilla mi era toccata una tartaruga minuscola, che avevo chiamato Gozzilla pure lei ma con quel mostro spaventoso non c’entrava nulla.
Niente infatti è più noioso di una tartarughina nella sua vaschetta. Non nuota, non sale sull’isola, non si muove proprio, solo resta lì con la testa mezza dentro e mezza fuori a fissare la plastica che la stacca dal mondo. Il babbo e la mamma si erano raccomandati di lasciarla in pace e non toccarla, ma starla solo a guardare era come passare la mattina di Natale a fissare un sasso. E comunque loro non erano in casa, stavano dai vicini per il giro degli auguri prima del grande pranzo dai nonni. Allora non ho resistito, ho preso la tartaruga e l’ho messa sul tavolo in mezzo al presepe. Perché magari era troppo piccola per travolgere le statuine, ma almeno farle cadere, almeno spaventarle, ecco, questo sì.
E però niente, Gozzilla stava ferma in mezzo al muschio come dentro la vaschetta.
Ho provato a piazzarla accanto a un pastorello, poi sul lago di stagnola vicino alla santa capanna, e alla fine l’ho messa sulla sabbia nell’angolo in fondo al tavolo, che
era il deserto da dove arrivavano i Re Magi. Quello secondo me era il suo ambiente naturale, quindi ho provato a incoraggiarla con un pizzicotto, poi un altro più deciso, e mi è sembrato di vedere che Gozzilla tirava fuori la testa. Allora mi sono esaltato e le ho dato una spinta più forte, ma troppo forte, un pizzicotto così potente che Gozzilla ha preso il volo, ha travolto i Re Magi e se li è portati dietro, sparendo con loro oltre il tavolo. Sono caduti nel vuoto per un tempo che mi è sembrato più lungo di una mattina di sole passata a scuola, più della messa di Natale quando la diceva Padre Patrizio, e alla fine di quel tempo infinito è arrivato lo schianto sulle mattonelle del pavimento.
Mi sono tuffato a prenderla, tra pezzi di gesso, pezzi di plastica, e purtroppo un pezzo del suo guscio. Gozzilla sembrava morta, e le mancava una parte di corazza sul fianco sinistro, che adesso aveva la forma di una mezza luna. L’ho rimessa nella vaschetta, le ho soffiato addosso, l’ho schizzata con un po’ d’acqua, ma nulla. Sono tornato a raccogliere i Re Magi rotti e li ho nascosti dietro la tv: quelli li potevo aggiustare più tardi con la colla, senza fretta, tanto fino al giorno della Befana i Re Magi non li considera nessuno. Ma Gozzilla era un altro discorso. Gozzilla non la potevo aggiustare con la colla, e appena il babbo e la mamma tornavano si sarebbero accorti che l’avevo toccata, l’avevo presa, l’avevo pure ammazzata. La fissavo sperando che aprisse gli occhi, tirasse fuori una zampa o la coda o qualcosa del genere, che mi desse insomma un minimo segno di vita. E invece, dalla finestra ho visto un segno di morte: il babbo e la mamma avevano finito il giro dei vicini e stavano tornando a casa.
Sentivo i passi croccanti sulla ghiaia del vialetto, mischiati al cuore che mi batteva forte nelle orecchie. Non sapevo cosa fare, non avevo la minima idea, eppure senza
pensarci stavo già facendo qualcosa. Avevo Gozzilla in mano, ero corso in bagno, avevo alzato la tazza del water. Ho controllato un’ultima volta, ma aveva ancora gli
occhi chiusi e non si muoveva. Allora mi sono fatto il segno della croce, l’ho buttata nel water e ho tirato l’acqua.
Proprio mentre i miei entravano in casa. Gli ho detto che la tartaruga era scappata dalla vaschetta, che stava chissà dove nelle stanze. La mamma ha urlato Che Schifo!, il babbo si è messo a cercarla sotto ai mobili. Ma era Natale, era l’ora di pranzo, siamo andati a mangiare dai nonni e alla fine tra spumanti e pandori e panettoni tutti si sono scordati di Gozzilla.

Tutti tranne me. Che invece non me la sono scordata mai.
Perché il senso di colpa non lo butti via con una botta di sciacquone, ti resta incastrato tra il cuore e il respiro e non se ne va. Ogni tanto me la sognavo, che usciva dal water avvolta nella carta igienica, tutta bianca come un fantasma, mi fissava coi suoi occhietti scuri e con una vocìna dall’oltretomba mi diceva Fabiooo, cosa mi hai fatto, cosa mi hai fatto, Fabiooo…
Poi con gli anni ci ho pensato sempre meno. Altre colpe, altri rimorsi l’hanno scavalcata. Ma oggi, su questo fosso sperduto, Gozzilla è tornata dall’acqua scura del
passato. Com’è arrivata dal mio bagno fino a qui? Come mai con questo freddo non è in letargo? Non lo so, so solo che è lei, ed è grande cento volte più di prima, e mi soffia contro, e mi guarda male.

Vorrei spiegarle che sono cresciuto, che sono cambiato. Ero un bambino scemo e annoiato, ma ora sono una brava persona e non le farei del male mai più. Solo che
Gozzilla sta dall’altra parte di un filo di nylon teso, con un amo che le ho appena piantato nella bocca, e allora non è mica facile.
Prima di tutto devo liberarla dall’amo. Ci vorrebbero le pinze, ma le ho lasciate a casa. E quindi l’unica cosa che posso fare è quella che non andrebbe fatta mai: respiro forte, mi faccio coraggio e avvicino le dita alla bocca di Gozzilla.
Perché se magari tiene la testa ferma, se afferro subito il gambo dell’amo e lo spingo nel verso giusto, forse riesco a liberarla e mi perdonerà per tutto il male che le
ho fatto, nel 1983 come oggi pomeriggio. Avvicino il pollice e l’indice alla bocca della tartaruga, e il suo sibilo roco diventa più forte. Ma c’è un altro rumore ancora più sinistro che lo copre. Arriva da dietro, dal fitto degli alberi, dal mezzo dei rovi. Un fruscio continuo da destra, da sinistra, che mi prende alle spalle.
Sono forse dei passi, certamente dei respiri, c’è qualcuno che sposta rami e stecchi per arrivare sul fosso, per arrivare da me.
Proprio ora che ho le dita sull’amo, il momento è delicatissimo e non dovrei distrarmi. Ma il braccio comincia a tremarmi, perché lo so che è assurdo, ma forse ho
capito chi sta venendo da me, anzi sono proprio sicuro: sono loro, i Re Magi che ho spaccato insieme al guscio di Gozzilla e poi incollato alla meno peggio, vittime e
insieme testimoni del mio crimine in quel Natale maledetto.
Tornano anche loro per vendicarsi, e come la tartaruga in questi anni sono diventati enormi, nella mia coscienza e qua nel bosco. Li sento arrivare, uno senza un braccio, uno con la mano appiccicata al fianco, l’altro con la testa che spunta tutta spaccata da sopra la spalla. E mentre Gozzilla mi tiene occupato di qua, loro mi stanno per attaccare alle spalle.
Mi volto di scatto, e i miei occhi terrorizzati si piantano in altri occhi, neri e acquosi, che mi fissano dal fitto della foresta. Vorrei urlare, ma lì per lì non ho fiato. E quando ci riesco non è più un urlo di paura, ma di dolore: un dolore tremendo alle dita. Mi volto di nuovo al fosso, e Gozzilla mi sta mordendo l’indice senza pietà. Cosìforte che alzo la mano e lei mi resta appesa al dito. Scuoto il braccio e lei resiste. Lo agito, lo sventolo, lo faccio ruotare nell’aria, e allora finalmente Gozzilla cede. Si stacca da me, vola via portandosi dietro un pezzetto di carne, e sparisce di nuovo nell’acqua del fosso con un colpo che scuote le cannelle e fa scappare le libellule. Mi guardo la mano, c’è il sangue, c’è il segno del morso in cima al dito, ma nel palmo c’è pure l’amo che sono riuscito a cavarle dalla bocca.
E adesso magari mi viene un’infezione e perdo la mano, oppure non devo preoccuparmi dell’infezione perché ci pensano subito i Re Magi a farmi fuori. Ma
almeno prima di morire mi sono fatto perdonare da Gozzilla.
Mi volto di nuovo al bosco, gli occhi misteriosi sono usciti dal fitto degli alberi e si avvicinano. Ma non sono i Re Magi, sono tre cani da caccia. Grigi a macchie nere, mi
fissano senza mira, senza nemmeno troppo interesse. Mi guardano, li guardo, restiamo così, immobili, solo la brezza che muove le loro orecchie e le lingue penzoloni. Giusto un attimo, poi piantano i nasi a terra e se ne vanno dietro a qualche scia di odore che sentono solo loro.

Mi fascio il dito con uno straccio, smonto in fretta la canna e comincio a camminare lungo il fosso per tornare a casa. Anzi, più che camminare corro, esco dal folto e arrivo alla mia bici, ci salto sopra e pedalo al massimo verso il paese, finché i rumori della pineta vengono coperti da quelli delle auto e delle musiche natalizie, che
arrivano dalla strada e dal mondo qua fuori. Non è vero che sono rimasto l’unico uomo sulla terra, anzi, in giro c’è un sacco di gente e domani è pure Natale.
E questa cosa adesso mi fa quasi piacere. Pedalo, sorrido, saluto a caso agitando la mano con lo straccio macchiato di rosso e mi infilo nelle strade affollate del centro, sempre più illuminate, sempre più lontane da quel fosso bellissimo e silenzioso dove credo che non tornerò mai più.
Ma voi sì, voi ci dovete andare, perché è un posto favoloso, un fosso tranquillo e perfetto per chi non ha fantasmi del passato che possono tornare a ossessionarlo.
Sarà per questo che non c’è mai nessuno.


Fabio Genovesi


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