Gaia piega la gamba, una delle sue bellissime gambe nude che sorridono dall’orlo della tunica corta.
    La raccoglie sotto di sé mentre si siede a terra, fra gli sguardi di tutti i ragazzi e, più ancora, delle ragazze. Vedo il polpaccio aderire alla coscia abbronzata; la carne si schiaccia contro la carne, e disegna dal ginocchio alla caviglia un’unica linea diritta, profonda, che mi cattura gli occhi.
    Spesso immagino di toccarle con un dito la pelle sensibile dietro il ginocchio e di venire afferrato nella morsa della coscia e del polpaccio. Rimarrei prigioniero come un bambino che voleva rubare un dolce. Ridicolo davanti a lei e agli altri. Questa fantasia è così chiara nella mia testa, che a volte mi riscuoto di colpo, come quando uno si è addormentato a scuola e ha cominciato un sogno. Stringo le labbra e cerco il suo sguardo, spaventato da ciò che ho creduto di fare, che forse ho fatto davvero… ma, se agli dèi piace, finora non è successo. Agli dèi, o a quell’unico dio di cui da molto tempo tutti parlano – non lo so.
    Molti lo pregano, questo dio che non ha nemmeno un nome ma si chiama solo così: Dio. Forse anche mia madre. Ne sono quasi sicuro, perché la sento mormorare di notte, quando mio padre dorme. Mia madre esce dalla casa, si inginocchia nel buio e sussurra parole dolcissime, piene di speranza e di abbandono, con una voce che non è più la sua.
    Io ho solo sedici anni, sono troppo giovane per decidere chi è dio.
    E poi qui siamo in provincia: una piccola città ai piedi delle Alpi, paese di mercanti arricchiti, di pescatori e di ubriachi, e le novità impiegano anni ad arrivare.
    Ogni tanto passano di bocca in bocca notizie su guerre lontane, epidemie, invasioni dei barbari del Nord e dell’Oriente. Ma quelle che appassionano tutti sono le storie degli intrighi di corte. Avventure di donne perfide, meravigliose, capaci di fare impazzire prìncipi e generali, di cambiare i destini del mondo con l’astuzia di un sorriso o di una lacrima. Complotti di uomini che un tempo erano schiavi e adesso sono i padroni del trono di Roma, e giocano con l’imperatore come con una marionetta, stuzzicano i suoi desideri, infiammano le sue paure, pensando solo al proprio vantaggio. Ho sedici anni ma ne ho già visti passare tre, di imperatori: uno morto di malattia, ma tutti hanno detto che era stato avvelenato; uno ucciso da una congiura di militari, sgozzato dai pugnali di quelli che avevano giurato di difenderlo; l’ultimo, quello che abbiamo ora… ammesso che non sia già morto, e che noi non l’abbiamo ancora saputo!
    Ogni volta che ci dicono il nome del nuovo Cesare sembra che debba cambiare tutto, ma senza fretta. Senza fretta. L’ordine di perseguitare i cristiani è appena arrivato, e già l’imperatore è cambiato di nuovo, e il successore li vuole salvi, anzi si dice che sia cristiano anche lui. La nuova tassa sul frumento è stata da poco ribassata, e il nuovo imperatore la raddoppia, ma nessuno dei mercanti amici di mio padre e padri dei miei amici corre a pagarla. Sarebbe da stupidi: quando l’imperatore cambierà ancora, ci sarà un perdono per i carcerati e un condono per i debitori dello Stato. Almeno, così sperano i mercanti, i ladri e gli assassini.
    In ogni caso, tutto arriva fin qui lentamente. Molto lentamente. Per questo non so se pregare Dio o gli dèi.
    La cosa che so è che mai, mai potrò accarezzare le gambe nude di Gaia, baciarle la bocca, toccare il suo bel seno. Il tempo in cui il nome della mia famiglia echeggiava, laggiù a Roma, nella città al centro dell’impero, nell’aula del Senato che era il centro del centro dell’impero, ormai è cenere e silenzio. Cose di due, tre secoli fa. Il mio nome è ancora rispettato dagli anziani, non dai miei compagni. I soldi contano più di un nome! Mio padre nutre di ricordi la sua superbia, ma soldi lui non ne ha, e questo è ciò che importa, oggi. Non ha più niente se non parole vuote e nobili macerie. Forse per questo mia mamma prega di nascosto il nuovo Dio, perché dicono che quella dei cristiani è la religione dei poveri, degli umili, dei vinti.
    Io sono povero, quindi. E se Gaia è tanto sfacciata da mostrare le gambe abbronzate e le spalle nude ai ragazzi che la circondano, ai ricchi figli dei ricchi falsi amici di mio padre, lo fa perché loro possono riempirla di regali e di promesse, offrirle collane in cambio di baci. Solo in questo mi sento inferiore ai miei compagni, non nella bellezza, perché io sono bello quanto loro. Sono più bello di loro. Ma le tasche vuote fanno di me uno che per tutta la vita dovrà chiedere l’amore come un’elemosina… rubarlo, inventare seduzioni. Va bene, lo farò. Ci sarà tempo per imparare. Intanto ridete pure di me! Io non sono come voi. Non sarò mai come voi.
    È una giornata di sole, e si muovono luminosi i capelli di Gaia e delle altre ragazze con noi, ma nessuna è desiderata quanto lei.
    A un tratto, da dietro la collina viene fuori un mendicante.
    Che uomo grande, forte a vederlo! Così grande che al primo sguardo non mi è sembrato un mendicante: piuttosto… non saprei. Invece cammina di sbieco, come un grosso cane zoppo, e trascina una gamba fasciata da luridi cenci. Ecco, gira fra i ragazzi, curvo, i capelli biondi che spiovono sul volto. Passa dall’uno all’altro e chiede in silenzio la carità, tende la mano graffiata da vecchie cicatrici. Tutti lo scherniscono, e Marco – il più stupido, il più ricco, il più volgare – gli tira un sasso sulla gamba mutilata. “Porta fortuna!” grida Marco. “Lo storpio porta fortuna ai sani!”
    Gaia guarda fisso lo strano gigante ferito che adesso le sta di fronte. Ha la fantasia di provocarlo: muove le spalle e si passa la lingua sulle labbra. I ragazzi scoppiano a ridere e io mi sento mordere lo stomaco dalla gelosia, perché credo che per un uomo che non le piacesse anche solo un po’, per una creatura davvero ripugnante, non l’avrebbe mai fatto.
    Io sono l’ultimo, all’estremo del gruppo. Quando il mendicante arriva davanti a me, ho già deciso che gli farò un regalo. Siccome sono povero, sento il bisogno di fare il signore. Così, gli appoggio sul palmo una moneta.
    Ci guardiamo.
    Quest’uomo dev’essere pazzo, perché nei suoi occhi chiarissimi – un barbaro del Nord, come tanti se ne vedono in città – non leggo nessuna gratitudine. Solo un’ironia che non capisco.
    “Sei davvero un bravo cristiano!” ghigna Marco, e uno degli altri sputa in terra.
    Lui rimane ancora un attimo a scrutarmi, come per fissare nella mente la mia faccia. Poi si gira e se ne va zoppicando.
    “Cristiano, cristianuccio col culo merdoso!” ripete Marco.
    Mi volto, e sul viso di Gaia leggo un disprezzo stupito. Lo sguardo di una dea scesa in terra, incredula e delusa.
    Non è stato per te che ho dato la moneta al mendicante! Non è stato per farmi bello ai tuoi occhi! O forse sì? In ogni caso lo sguardo di Gaia mi dice che non ho fatto la figura del signore: ho fatto la figura dell’idiota, come tante altre volte.
    Sorrido e alzo le spalle, sentendomi stanco come se avessi cent’anni, non sedici. Penso che ho già capito tutto, troppo presto. Penso che se il mondo andasse in pezzi, io non perderei niente.

E il giorno dopo il mondo va in pezzi, così in fretta che tutta la vita prima d’oggi si stringe come il sogno di una sola notte.
    I barbari percorrono le strade silenziosi, senza le urla bestiali, balbettanti, che i nostri padri immaginavano. Chi grida sono i vecchi, i bambini, gli adulti massacrati uno sull’altro, le donne inseguite nelle case, che strillano e chiedono aiuto in dialetto, mai in latino.
    Il mendicante è tornato. Non era un mendicante: quando è entrato in città, stamattina all’alba, le sue gambe bionde, sane, stringevano i fianchi di un cavallo, e sulla testa aveva le insegne selvagge di un re.
    Sì, è davvero pazzo quest’uomo! Non ha mandato spie. È venuto lui, lui in persona, a spiare le strade e la gente della città che avrebbe distrutto. È venuto coperto di stracci, a guardarci in faccia. Lui, un re, ha accettato che un vigliacco come Marco lo umiliasse davanti a una ragazza!
    Io cammino fra i morti senza nome, e lo cerco.
    Forse mi farà uccidere. Forse invece ricorderà la moneta che gli ho dato e mi ripagherà con pietà o indifferenza. Forse con quella moneta mi sono comprato la vita, o soltanto un angolo nella memoria di un’anima che non conoscerò mai. Ma voglio saperlo. Per questo cammino, da ore. Ho già scordato Gaia e i nostri dèi viziati, la loro battaglia persa contro il nuovo Dio. (Mia madre, dove sarà? Mi sta chiamando?)
    Tutto perduto, dimenticato. Cammino libero da ogni paura, come fossi già morto, e cerco lui.


Raul Montanari


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Smemoranda 2005


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