Era di nuovo autunno, quello del 1993. Noi lanciatori di città ci allenavamo tre volte alla settimana in un campo sportivo vicino all’aeroporto, tra il bacino dell’idroscalo e il luna park. Di pomeriggio prendevamo la metropolitana, cambiavamo un autobus e poi un altro, ci stringevamo tra i passeggeri e schiacciati contro il finestrino osservavamo la città diradarsi, dall’architettura fascista di piazza San Babila ai viali dai nomi risorgimentali ai palazzoni rossi anni Sessanta, fino ai viadotti ferroviari, i cantieri aeronautici dismessi, le baracche e gli orti abusivi. L’autobus ci scaricava là in fondo e poi tornava indietro. Della desolazione non ci accorgevamo, era la nostra città e nessuno di noi ne aveva mai viste altre: sopra la testa avevamo nebbia d’inverno, zanzare d’estate e rombi d’aereo durante tutto l’anno, nel naso il concime delle campagne di periferia.
Gli allenamenti erano duri e monotoni come esercitazioni militari. Scatti, salti, ripetute su pista, infinite sedute di tecnica. L’atletica è una disciplina fondata sulla meccanica del corpo umano: l’intero gesto è scomposto in unità di movimento, e ogni movimento va studiato, corretto, calibrato, portato all’efficienza, prima di essere combinato con gli altri per produrre il lancio o il salto. Ma infine questa sequenza, eseguita in concentrazione, dev’essere disimparata dalla testa e imparata dal corpo, e diventare fluida ed elegante, istintiva. Ecco il passaggio cruciale. Forza e velocità si migliorano con il lavoro, ma cosa c’è di più arduo che raggiungere la grazia?
Per noi ragazzi allora era un’impresa esistenziale: avevamo quindici anni e corpi che non sembravano più nostri, goffi, ossuti, causa di continua vergogna. A scuola invidiavamo gli studenti dell’ultimo anno, gente a cui bastava accendere una sigaretta e soffiare il fumo verso l’alto, scompigliandosi il ciuffo sulla fronte, per illuminare la scena. Noi avevamo capelli tagliati in casa, articolazioni doloranti per la crescita repentina. E più il corpo ci si rivoltava contro, più lui s’imbizzarriva, più l’addestramento al campo diventava severo, l’atletica la sua possibilità di redenzione.

Intanto imparavo a fumare anch’io, sul terrazzo di casa. Uscivo quando tutti dormivano e accendevo una sigaretta. La circonvallazione a mezzanotte era un fiume di auto dai fanali accesi: a sud la vedevo alzarsi sopra il naviglio, a nord la immaginavo girare e raggiungere una certa casa, accarezzare una certa finestra. Quella di una ragazza che abitava sulla stessa strada che circonda Milano e di cui mi sentivo molto innamorato in quei giorni. La ragazza mi voleva bene ma non riusciva proprio a prendermi sul serio. Io invidiavo le macchine che correvano libere verso di lei: finita la sigaretta stringevo il filtro tra pollice e medio, allungavo la mano oltre la ringhiera, scagliavo il mozzicone e seguivo la parabola rossa del suo volo nella notte.

Eravamo in cinque a Linate quell’anno. I pesisti erano entrambi alti, grossi, sopra il quintale, uno moro e loquace e l’altro biondo e taciturno, e stavano sempre tra di loro. Grandi pacche sulle spalle dopo una buona misura, prese di lotta libera a tradimento. Il martellista era il figlio del custode, un ragazzo grasso che per qualche mese ci aveva osservati da bordo pedana, fumando e facendosi beffe delle nostre fatiche. Andava in giro per il campo sportivo con una di quelle bici dalle ruote minuscole, che abbandonò dopo essere diventato un atleta: arrivava prima di tutti, se ne andava per ultimo, bestemmiava in pugliese quando la palla di ferro si impigliava nella gabbia, e cominciò rapidamente a perdere chili di grasso e metter su chili di muscoli, tanto che sarebbe diventato il più forte di noi. Il discobolo era il mio migliore amico. Indolente, spaccone, sempre in ritardo, preferiva le chiacchiere dello spogliatoio e le sedute in palestra, dove ci sfidavamo io e lui a tirar su bilancieri, ai noiosissimi esercizi di tecnica e al freddo umido che inzuppava le ossa. Era un discobolo pigro e narcisista: altri lanciavano più lontano, lui era convinto di lanciare meglio. Sosteneva che gli sarebbero bastati un po’ più di pettorali e bicipiti per sbaragliare i lanciatori bergamaschi che erano i suoi avversari abituali. Ma come in tante altre cose non aveva la costanza necessaria, o forse troppi problemi altrove. Tante volte non si presentava e nessuno sapeva dove fosse, nemmeno io che avrei dovuto essere il suo migliore amico.
A me avevano dato il giavellotto perché ero agile e veloce, e tra tutti è l’attrezzo che richiede meno forza bruta. È anche quello che va più lontano: Jan Zelezny, il campione dell’epoca, lo scagliava a quasi cento metri, in pratica dall’altra parte dello stadio. Io puntavo a meno della metà per essere ammesso ai campionati italiani. Per un po’ fu il mio attrezzo del mestiere, l’oggetto più familiare per il mio corpo in mutamento: e ancora adesso che ne scrivo sento nel palmo della mano l’impugnatura di corda, la lunga lancia in equilibrio sopra la spalla prima della rincorsa, le punte del pollice e dell’indice che si toccano, il cuore che batte, l’odore dell’erba.
L’allenatore aveva recuperato da qualche parte il video del lancio di Zelezny alle Olimpiadi di Barcellona. Aveva isolato i singoli fotogrammi, li aveva stampati su fogli di carta e appesi al muro dello spogliatoio, davanti all’armadietto dove mi cambiavo. Quel lancio perfetto era frammentato in una ventina di istantanee, come un fuoco d’artificio al rallentatore. Così, prima e dopo l’allenamento, studiavo i gesti di Zelezny e li mimavo uno per uno, cercando di diventare lui. I passi fondamentali nel giavellotto sono gli ultimi tre, ed è una specie di balletto che sapevo danzare a occhi chiusi: piede sinistro, destro, sinistro. Il braccio è teso indietro, in linea con le spalle; il giavellotto appena inclinato verso l’alto; la schiena leggermente arcuata. Quando il piede sinistro si blocca alla fine della rincorsa, l’energia cinetica percorre la gamba destra e sale al busto attraverso la rotazione del piede, del ginocchio, dell’anca, fa scattare la schiena come una fionda e poi arriva alla spalla, e poi bum, il lancio. Sentivo una frustata passare per il braccio ormai fuori dal mio controllo. C’era il sibilo del giavellotto nell’aria, il momento in cui stava lassù e sembrava galleggiare, e poi l’inesorabile caduta con cui andava a conficcarsi per terra, quaranta metri più in là, vibrando come un diapason.

Tuttora capisco poco quelli che rimpiangono i loro quindici anni, perché io li ho vissuti come una prigione. Ero qualcuno che aspettava di evadere, e non ci tornerei affatto. Ma di quell’autunno lontano ricordo questo: c’era una striscia rossa di tartan in mezzo ai prati di Linate. Le suole degli altri lanciatori erano lisce per scivolare sulla pedana, le mie invece avevano i chiodi dei velocisti. Chiodi per correre e arrestarsi di colpo, ed essere ben saldi sui piedi in quegli ultimi tre passi. Quanto all’inclinazione del lancio, per sceglierla bisognerebbe considerare il vento: nelle gare di corsa e di salto le misure vengono annullate quando c’è troppo vento a favore, con i lanci succede l’opposto, è il vento contrario a far viaggiare il giavellotto. Perché lo prende da sotto, come un aquilone, lo alza e lo tiene su. Dunque si trattava di prendere un attrezzo dal mazzo – e c’era sempre il tuo preferito, quello blu, appena più lungo e sottile, spuntato per essere atterrato chissà quante volte sul cemento – e percorrere la pedana fino al punto segnato col gessetto. Lì cominciava la rincorsa misurata tante volte, quei venti metri che erano l’unico luogo al mondo soltanto tuo. Sentire l’aria: se soffia sulla nuca mirare un poco più in alto, se soffia in fronte più in basso. Respirare. Non pensare più ai gesti a quel punto, fidarsi del corpo, lasciarlo fare. Diventare Zelezny sotto i cieli di Barcellona e partire. Tutto il lancio durava un niente. Il giavellotto saliva su, sempre più su, nel vento contrario.


Paolo Cognetti


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