Gli autocarri lasciavano la statale e scendevano ciondolanti la strada sterrata, fino al greto. Là il cassone si alzava pigro e scaricava i rifiuti della città, in piramidi irregolari, a volte striate ai bordi dall’orma delle ruote.
Il bimbo abbandonava i cortili delle case popolari e correva il greto; con una bacchetta di vincastro lucida in mano frugava nei mucchi con perizia, per accumulare tesori fra le vétiche attorno ai pilastri del ponte.
La ricerca non lo lasciava mai insoddisfatto, c’era sempre qualcosa di interessante da scoprire, rottami trasformati in sculture, pezzi di macchina diventati misteriosi ingranaggi di una superiore costruzione preesistente ma scomparsa; poi era solo, sempre, e nessuno poteva contestargli la preziosità di una scoperta.
In realtà il bimbo era perfettamente conscio di ammucchiare cianfrusaglie, ma nessuno gli aveva mai fatto notare questo particolare trascurabile e così ogni giorno aumentava le sue ricchezze accatastate in ordine e coperte di foglie sotto agli archi, fra il cemento e il primo pelo d’acqua e di fango.
I tetti delle “popolari” e i rumori cittadini erano abbastanza lontani per poter credere di essere fuori dal mondo, e i clacson del traffico travisati dal riverbero del fiume abbastanza impersonali per non essere più vere presenze, senza possibilità di farsi prendere sul serio. Era e si sentiva solo.
Ogni giorno gli autocarri scaricavano nuove bellezze. Il bimbo, quando arrivava al greto, doveva trattenere il desiderio di correre impazzito da un mucchio all’altro e gettare all’aria, senza cercare, solo per gustare il piacere di possesso su un mucchio di cose e sprecarle così, signorilmente, in un goduto senso di improvvisa ricchezza.
Si riscuoteva molto presto però, da queste fantasiose sfrenatezze, ed un rigido sistema etico aveva la meglio sul giovane dissipatore che covava in lui. Procedeva quindi con calma metodica da mucchio a mucchio, scrutandolo meticolosamente fin nelle viscere, ricomponendolo poi, su e giù per il greto con geometrica precisione, lui solo, lui padrone e signore di tutto.
Rimase quindi molto colpito un giorno, come facilmente si può immaginare, nello scorgere un uomo che non solo frugava fra i suoi mucchi, ma che procedeva anche, gli sembrava, con biasimevole irrazionalità.
Gli si avvicinò; non sapeva dargli un’età, o una collocazione sociale, non si poneva il problema, l’uomo era un grande, un animale di una specie diversa, e quelli diversi da noi sono un po’ tutti uguali.
“Non puoi frugare.” disse il bimbo.
L’uomo lo guardò e sorrise “Perché?” chiese gentilmente.
“Perché è roba mia” rispose il bimbo.
“Proprio tua tua?” disse l’uomo sempre sorridendo, ma con tono vagamente inquisitore.
Il bimbo arrossì. Aveva chiara la cognizione di vero e falso, e cercò di attenuare, di trasformare la bugia in una parziale verità, o in una bugia che non lo coinvolgesse direttamente. “Mia proprio, no” disse, prendendo tempo “è roba di mio padre.” Sentì che suonava meglio e pensò di essere autorizzato ad aggiungere qualche particolare di colore per dare un aspetto più convincente alla storia. “Anche tutto il fiume è di mio padre…” osservò se c’erano reazioni “…e anche il ponte e anche la strada e anche la città.”
“È molto ricco tuo padre” disse l’uomo.
“Ricco e potente” aggiunse il bimbo. Ricco e potente gli piaceva molto. Aveva letto la frase in un racconto e aspettava da un pezzo l’occasione per poterla usare. Aveva provato in casa: “Mamma, il nostro gatto è ricco e potente!” “Ma cosa dici?!” aveva detto sua madre e lui si era accorto subito che qualcosa non lo convinceva, ed era rimasto insoddisfatto, aveva provato un senso di inappagato, di non finito, che solo allora vedeva completamente esaudito. Si sentì improvvisamente ben disposto verso l’uomo che, ritto innanzi a lui lo stava guardando; sempre sorridente ma, gli sembrò, un poco rattristato dalla notizia.
“Mi dispiace” disse l’uomo “davvero non sapevo. Ma potrei ugualmente frugare un poco tra i mucchi?”
“Beh” disse il bimbo “non si potrebbe, ma posso darti ugualmente il permesso.”
“Grazie,” disse l’uomo “proprio grazie. Cerco solo alcune cosette poi non frugherò più.”
“Cosa cerchi?” chiese il bimbo.
“Di preciso non lo so. Forse è meglio che sia così. Cerco. Poi quando vedo gli oggetti giusti sento che sono quelli di cui ho bisogno. Capisci? Qualcosa mi dice: ‘è quello giusto’ e io lo raccolgo.”
“Cosa ne fai dopo?” chiese il bimbo sospettoso.
“Devo costruire una macchina.”
“Una macchina per che cosa?”
“Per volare.”
“Un aeroplano allora” precisò il bimbo.
“Noo!” disse l’uomo. “Ma non è proprio una macchina, che voglio fare, e deve volare senza motore, come gli uccelli. Gli uccelli non hanno motore; beh, come loro. Forse ci saranno le ali, credo, ma non so di preciso, devo ancora cominciare, ma quando avrò finito ti faccio fare un giro.”
“Non ci aveva mai pensato nessuno, prima?” chiese il bimbo “mi sembra un po’ troppo facile.”
“Penso di no, no, penso proprio di no o ci sarebbero riusciti. Ci hanno pensato, forse, ma non come me.” L’uomo frugava e ammonticchiava, un pedale, una corrosa e curiosa ruota dentata, la catena d’una bicicletta, lo scheletro acuminato di un ombrello, sembrava procedere irrazionalmente ma con sicurezza, sembrava sapere che sotto ad un certo mucchio avrebbe trovato il preciso oggetto da lui cercato. Il bimbo lo stava curioso a guardare, la ricerca lo interessava. Qualcosa in quegli oggetti messi assieme a caso eppure uniti da un sottilissimo ed impercettibile filo logico lo affascinava e cominciava a guardare l’uomo con ammirazione, quasi a riconoscere in lui la mano di un maestro. Non si improvvisa, cercando fra la spazzatura. Un principiante si sarebbe rivelato nelle movenze goffe, nell’incertezza nel frugare, dalla confusione nell’aggirarsi, mentre l’uomo mostrava una mano esperta, appassionata, anche se allo stesso tempo deliziosamente affidata all’istinto più che alla scienza. C’era in lui, il bimbo dovette ammetterlo, qualcosa di geniale.
Di colpo l’uomo smise di cercare, e si sedette pensieroso di fronte a una catasta di frammenti metallici, e ne prendeva in mano uno e lo esaminava, come l’orafo in gioiello, e ne metteva da parte un altro, e assorto e teso riprendeva ad esaminare tutto il mucchio nella sua organica complessità.
Il bimbo avrebbe voluto fermarsi ma era già sera e doveva ritornare. Si allontanò piano, per non disturbare il delicato lavoro dell’uomo, senza salutarlo, immerso lui stesso in riflessioni profonde, smarrito dietro a quel che di magico e di diverso aveva riconosciuto nello stile del collega.
Quando il bimbo tornò il giorno dopo l’uomo era ancora seduto davanti al mucchio, come se dalla sera prima non si fosse mosso da quel posto.
“Ciao, cosa fai?” chiese il bimbo.
“Oi, ciao!” disse l’uomo guardandolo “sto cercando di capire con quale pezzo devo cominciare. Sto guardandoli tutti dentro per vedere come girano e mettere assieme nel modo giusto un movimento all’altro e farne tutto uno in un senso solo. Capisci?”
“Ha detto mio padre che la tua idea l’ha avuta prima uno che si chiamava Leonardo” disse il bimbo.
“Lo so” l’uomo sorrise. “Ma non proprio come la mia. Forse è arrivato vicino a scoprire come si muovono le cose, ma fino in fondo non c’è mai riuscito.”
“Dice mio padre che non si può volare senza qualcosa che spinga, e che non si potrà. Dice che chi pensa di poterlo fare è matto. Questo dice. Non voleva neanche che venissi.”
“Tuo padre si sbaglia” disse l’uomo rattristato. “Gli uccelli volano senza motore, guardali. Bisogna solo trovare il sistema giusto. Poi bisogna anche crederci, credere di poter volare. Nessuno è mai riuscito perché nessuno è mai stato veramente convinto i riuscire.”
“Dice mio padre che è proprio da matti pensare di volare senza motore.”
“E non riuscirà nemmeno, a volare, mai!” disse l’uomo “e purtroppo comincio a pensare che nemmeno tu riusciresti.” Lo guardò. “Non credi che volerò?”
“No” disse il bimbo “mio padre ha detto che non si può volare!”
“Mi dispiace,” disse l’uomo “avrei voluto farti volare con me. Ma se non ci credi non potrai mai farlo.”
La macchina intanto aveva già preso una forma vaga, contorta e metallica. Gli oggetti da cui era formata avevano perso in essa la loro primitiva e riconoscibile fisionomia per formare un tutto organico scheletrico ma compatto, senza un punto di sutura o un lembo di costruzione dove, riconoscibile, finiva un pezzo e un altro cominciava. L’uomo semplicemente sceglieva dal mucchio con attenzione, poi posava con delicatezza sulla macchina, ed era come gettare una goccia d’acqua in un lago.
“Come fai a tenerli attaccati?” chiese il bimbo.
“È abbastanza semplice,” disse l’uomo “anche qui bisogna saper vedere il punto giusto. Tutto è semplice in fondo ma le cose devono essere viste come davvero sono, non come ci sembrano, e vederle come si muovono dentro e sapere attaccare un movimento ad un altro fino a formare un movimento unico e perfetto. Te l’ho già detto. Bisogna avere altri occhi. Anche tu potresti essere capace, ma forse è troppo tardi anche per te.”
“Mio padre dice che sei proprio matto!” disse il bimbo. Suo padre non aveva detto quelle cose, o non così, ma il bimbo avrebbe desiderato poter attaccare gli oggetti come faceva l’uomo, e sentiva di aver vissuto giorni in cui sarebbe riuscito, solo che avesse avuto la volontà o il desiderio di riuscire. Doveva distruggere le idee dell’uomo, renderle incredibili, per giustificare se stesso e dimostrare che non era possibile fare quello che lui diceva. “E poi come farai a muoverti?” chiese.
“C’è una forza che muove le cose;” ripetè l’uomo pazientemente “come ho già detto basta sapere dov’è e come funziona.”
“E tu lo sai?!”
“Certo che lo so, ma non posso spiegarti, ognuno deve riuscire a vederla da solo, altrimenti le cose non vanno, o non restano attaccate.”
“Ma ora è finita la macchina? Quando la finisci?”
“Quasi, adesso” disse l’uomo. “Mi manca un ingranaggio, un ingranaggio qualunque. Forse un gruppo di ruote dentate, ma non sono stato capace di trovarle. Non le hai per caso?”
Il bimbo aveva un ingranaggio. Era il più bello dei suoi tesori. Girava una manopola ed un insieme di ruote si muoveva, lentamente e silenziosamente, un dente dentro l’altro, sembrava un moto perpetuo che il bimbo restava a contemplare affascinato per lunghi periodi di tempo. “Ho quello che cerchi,” disse il bimbo “ma te lo presto. È molto bello, non posso regalartelo.”
“Avrei proprio bisogno di quell’ingranaggio” disse l’uomo. “Sarà il cuore della mia macchina. Dopo te lo darò indietro, non mi interessa volare sempre, una volta sola mi basterà.” Prese l’ingranaggio e lo soppesò, lo valutò, guardando ora l’oggetto ora la macchina. “è un momento molto delicato questo;” disse al bimbo “potrei rovinare tutto con un gesto sbagliato o affrettato”.
La città e la strada erano lontanissime ora, e il fiume sembrava aver acquistato improvvisamente una potenza naturale che da tempo non possedeva più. L’uomo con cura posò l’oggetto al centro della macchina e lì l’ingranaggio rimase, in equilibrio incredibile fra ciò che avrebbero potuto essere un frullatore e una catena da bici, ma di certo non lo erano più.
“Ecco,” disse l’uomo “finito. Ora volerò.”
“Non sembri contento.” Disse il bimbo.
“Forse emozionato. Contento, sapevo che ci sarei riuscito. Ero sicuro, e se non si è sicuri non si vola.” L’uomo si caricò la grande macchina sulle spalle e lentamente salirono per la strada fino al ponte.
Era il crepuscolo, il traffico intenso, ma nessuno perse tempo a guardarli. L’uomo prese ad accomodarsi la macchina addosso, la bilanciò con movimenti del corpo, poi si sedette sulla spalletta e guardò sotto, verso il fiume e il greto. “Bene,” disse “ora vado. Ciao, ci vediamo giù.”
“Ciao” disse il bimbo “e divertiti.”
“Grazie.” Disse l’uomo, e si buttò.
E naturalmente piombò a filo, e senza un grido si sfracellò sul greto e dopo un buffo sobbalzo rimase a braccia spalancate, gli occhi in alto, con mille rottami di ferro sparsi tutti attorno, come fiori.


Francesco Guccini


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Smemoranda 2002


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