G uscì dalla Fabbrica a novembre e mi fu recapitato alla casa di montagna. Mi assomigliava poco, anche se possedeva il mio patrimonio genetico più qualche variante divertente. Il volto era più rude e irregolare del mio, i suoi movimenti più fluidi. Poi c’erano i capelli che scendevano sulle spalle in morbidi riccioli. Verdi, naturalmente, colore obbligatorio per un clone.

G scese dall’avio nudo come era uscito dalla provetta e lo avvolsi subito in un parka di tigre albina. Lui quasi non se ne accorse, completamente rapito da quanto lo circondava: un globulare di case luminose che pulsavano protette dai campi elettrostatici che trasformavano le slavine in polvere di ghiaccio.
“L’Everest” disse in tono sognante.
Lo abbracciai. “Ti piace?”.
“La montagna più alta del mondo”.
Indicai il costone di roccia che si stava sbriciolando sopra di noi, le rocce che rotolavano a valle sulle teste dei Qualunque. “Non se va avanti così” dissi ridendo. Si era già abbassato di parecchie centinaia di metri, anche perché la cima l’avevamo fatta saltare per piantarci le case e altre cosette.
G ebbe un attimo di esitazione, poi si mise a ridere a sua volta. Lo trovai adorabile. Talmente adorabile che trascorsi la settimana che venne solo con lui. Fu Vale a riscuotermi, proiettandosi di forza nella mia rete domestica, fluttuando nel mio soggiorno. Era completamente nuda e il carcinoma estetico che si era fatta impiantare cambiava dolcemente colore sopra i suoi seni “Hai deciso che la tua Testaverde ti basta e che il resto del mondo può andare a fare in culo?” mi chiese.
“Il resto del mondo è già andato a fare in culo da un bel pezzo” risposi accarezzando il mio bello, steso accanto a me sul sofà a guardare il cielo. Il tetto della casa era trasparente e si vedeva perfettamente la Luna, quello che ne rimaneva quantomeno.
“Parlavo di me, scemo. Mi manca il mio fratellino” disse Vale.
“Ci piace stare per conto nostro.”
Vale sbuffò. “Sei proprio preso da lui”.
“È perfetto. Perché non dovrei essere preso?”
“Lo dici sempre”.
La scollegai e mi voltai verso G. “Ti va di fare un giro?” gli chiesi.
“Certo! Dove?”
“Solo nei miei posti preferiti.”

Così volammo sulle rovine di Tokio, poi arrivammo a Parigi al picco dell’inondazione, volando così bassi che avremmo potuto toccare le teste dei Qualunque trascinati dalla corrente se ci fossimo sporti dall’avio.  Poi al cratere del Mediterraneo, poi in Sudafrica per la caccia all’elefante. La facevamo con in cannoni sonici, sparando al centro dei branchi, che si disperdevano in tutte le direzioni spruzzando liquido cerebrale dalle proboscidi. Quando si afflosciavano erano talmente deboli che potevi finirli con un coltello seghettato. G ci riuscì al terzo tentativo, aprendo la gola di una bestia gravida da un lato all’altro, e facendosi involontariamente il bagno nel sangue. Risi quando lo vidi rosso dalla testa ai piedi, e lui rise con me, anche se mi parve con meno calore di qualche giorno prima.
Vagammo poi tra le favelas di Buenos Aires e gli slum di New York, danzando tra prostitute e moribondi. Lo condussi tra le pire dei cadaveri che bruciavano in Congo e ne dipingemmo insieme quadri a olio. Raccogliemmo pezzi di terra dal letto secco del Nilo e costruimmo mosaici dagli scheletri dei contadini. Il suo spirito artistico era squisito, ma l’animo sempre più inquieto.
”Perché non possiamo aiutarli?” mi chiese dopo aver gettato delle monete a un Qualunque napoletano a tre gambe che ballava il tip tap cantando Reginella.
“Non tutti possono accedere ai trattamenti” risposi.
“Perché?”
“Perché siamo 25 miliardi, G tesoro mio. E non c’è n’è per tutti. Sai come si chiamano quelli come me?”.
“Usum.”
“E sai cosa vuol dire?”
Si frugò nelle nozioni di base. “Uno Su Un Milione.”
“È così, siamo in pochi a potercela godere”.
“E gli altri?”
“Gli altri sono zavorra. Ma tu sei con me, e non ti devi preoccupare. Dai, fammi un bel sorriso.”
Lo fece, ma vidi nel fondo sei suoi occhi che l’inquietudine era rimasta. Sperai che fosse una cosa temporanea.

Per Capodanno ci unimmo agli altri nel mare del Nord, innestandoci branchie temporanee per nuotare nell’acqua tiepida e limpidissima. Contro la luce del sole mille corpi danzavano tra i pesci mutanti. Trovai anche Vale, con la sua nuova Testaverde, che era la sua copia identica a parte una lunga coda da sirena.
“Una scelta molto radicale, complimenti” le dissi emettendo bolle sonore, che trovavo più eleganti della connessione di rete in una situazione come quelle, vagamente retrò. Occorreva solo abituarsi a vedere i tuoi interlocutori boccheggiare in silenzio, e aspettare che la bolla ti esplodesse sull’orecchio.
“Ti piace?” disse orgogliosa. “Non sai quante volte ho dovuto rimandarla indietro prima che la facessero come volevo io.”
“Ma a casa dove la tieni?”
“In una grossa vasca e si diverte un sacco. Il tuo verdolino, invece, mi pare pensieroso” disse indicando G. Stava nuotando pigramente attraverso gli scheletri di balena che formavano l’arredo della festa. Almeno un migliaio, che sparivano in lontananza deformati dalla prospettiva.
“Ha troppo cervello, proprio come me” dissi scocciato, allontanandomi con un colpo di reni. Per un’ora giocai al predatore, innestandomi delle mascelle ipertrofiche e gettandomi nei banchi di pesci volanti cercando di prenderli al volo. A mezzanotte, nell’acqua fu versato un allucinogeno che rese tutti noi un unico organismo dalla mente condivisa.

Mescolammo fantasia e realtà, feste e morte, proiettandoci nella retina immagini di varie città del mondo quando il fuso orario scattava. Il culmine avvenne a Roma, con  l’installazione artistica di uno svedese che aveva collegato tutte le vecchie fontane. Al termine del conto alla rovescia spruzzarono acqua tutte assieme. I Qualunque si tuffarono a bere e fare il bagno ai primi spruzzi, per poi scappare gridando quando l’acqua venne sostituita da un acido che corrose in pochi minuti le fontane e quello che ci stava attorno. Applaudimmo lungamente l’artista in un tripudio di bolle sonore, e lui si tagliò la gola per ringraziarci. Il suo cadavere galleggiò nell’acqua sino a quando il suo drone medico venne a rianimarlo. L’unico che non applaudì fu G. Sembrava smarrito.
Dopo la festa tornammo sull’Everest, ma G non era più quello di prima. Si distraeva facilmente, e fissava il vuoto, imbronciato. Facevamo ancora l’amore, ma capivo che lo faceva per gentilezza, non per passione.

Si decise a parlare che era passata da poco l’Epifania. “Non capisco” disse all’improvviso nel cuore della notte.
Mi voltai verso di lui, era steso supino nel letto con gli occhi sbarrati. “Non capisci che cosa?” chiesi, pur avendo già intuito.
“Tutto. Come viviamo, quello che facciamo.” Indicò il parka appeso nel guardaroba. “Quella è la prima cosa che mi hai regalato. Mi hai detto che la tigre era l’ultima della sua specie, vero?”
“Esatto, tesoro. E l’hai avuta tu.”
Tirò una manata sul letto. “È proprio questo che non capisco. Perché non potevamo lasciarla viva, magari farla riprodurre? La sua bellezza sarebbe durata.”
“E poi?”
“Scusa?”
Mi misi seduto contro il cuscino. “E poi?, ti ho chiesto. Se la tigre rimaneva viva, se l’elefante che hai squartato rimaneva vivo e faceva tanti elefantini, che cosa cambiava? Hai visto bambini in giro? Intendo bambini normali, non i Qualunque.”.
“No”.
“Nessuno li fa più, tesoro. Sappiamo di essere fottuti ed è inutile prolungare l’agonia. Non hai visto l’acqua, i terremoti?”
“Si potrebbero evitare, basterebbe…” si interruppe. Non aveva ancora abbastanza nozioni per completare il pensiero.
“Investire, comportarci diversamente? Magari smettere di spianare montagne e prosciugare mari?” dissi io per lui.
“Ecco! Esatto!”
Feci un sorriso ironico. “Ci abbiamo già provato, G. Un sacco di volte. Un secolo fa hanno provato a evitare che la temperatura si alzasse e sciogliesse i poli. Non ci sono riusciti, e sai perché? Perché non è così che funziona. Per uno che tirava l’acqua del cesso una volta al mese per risparmiarla, ce n’erano molti altri che si facevano il bagno nello champagne e consumavano anche per loro.”
“Gente come te” disse duro.
“Lo ammetto. Che ci vuoi fare? Ci piace divertirci.”
“Io non mi diverto. Rimandami indietro.”
“G…” Sospirai. “Non sai che cosa stai dicendo.”
“Sì che lo so. Rimandami indietro, per favore. Non ce la faccio più.”
Capii che era vero e con tristezza gli accarezzai il viso, poi premetti sull’area sensibile che aveva dietro l’orecchio destro. Sentii la carne cedere e il corpo cominciò subito a liquefarsi. Io uscii dalla stanza e chiamai Vale, rimanendo connesso con lei mentre arrivavano le squadre della Fabbrica a ripulire tutto.
“Li vuoi troppo intelligenti” disse lei in tono di rimprovero. “Poi ti lamenti che si mettono di traverso.”
“Spero che qualcuno di loro veda le cose a modo mio. È così difficile?”
“Non so, forse potresti avere fortuna, se continui a provare. Ma non ci scommetterei.”
“Ho deciso che per un po’ basta. Chiamiamolo ritiro spirituale.”
“Lo dici sempre” disse lei.
E, ovviamente, aveva ragione. Aspettai non più di una settimana prima di farmi fabbricare H. Era una donna, e durò fino al mio compleanno, quando Vale mi regalò un asteroide deviandone l’orbita e facendolo precipitare sulle Alpi.

Quella sì che fu una festa memorabile.


Sandrone Dazieri


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