Faceva caldo, faceva giugno. 

Papà, al volante, parlava parole. 

Mamma guardava fuori dal finestrino, zitta, come se avesse litigato con tutto. 

Mentre in realtà ce l’aveva solo con me.

Avevo dodici anni e non ero stata promossa dalla seconda alla terza media. 

“Perché da quando Biondo è scappato, lei è sotto shock.” Soffiava papà a mamma. 

“Perché mi odia.” Soffiava mamma a papà. 

“Perché è scema.” Pensavano i miei compagni di classe.

Avevano ragione tutti, come sempre. Come sempre avevano torto. 

Insomma, era vero: quando Biondo, sotto casa, aveva preso a tirare il guinzaglio fino a strapparmelo di mano e si era messo a correre, pazzo, verso un qualche odore probabilmente, fondamentalmente lontano da me, e a niente era servito corrergli dietro, pazza, anche io, perché lui era così veloce, il parco così gigante e io così piccola, beh. Avevo capito che era inutile inseguirle le cose importanti, se tanto possono prendere e andarsene (verso un qualche odore, lontano da noi) quando pare a loro. 

Poi. Non era vero che odiavo mia mamma: era lei che odiava me. Faceva la logopedista, cioè aiutava i bambini che parlavano male a parlare bene. Era la loro regina. Aveva lo studio in casa e ogni pomeriggio vedevo entrare e uscire questi ragazzini timidi, imbarazzati di esistere, com’ero imbarazzata io, ma felici che esistesse mia mamma. Come sarei stata felice io, se almeno un po’ lo fosse stata lei. Che non lo era mai. Quando i ragazzini finivano di entrare e di uscire, lei sveniva sul divano, e fissava un angolo fra la parete e il soffitto. Io il mio, fra la mia testa piena di colla e la nostalgia fortissima per Biondo. 

Per il resto, pensavano giusto i miei compagni: ero un po’ scema. 

Tanto che, adesso che erano arrivate le vacanze, io, siccome ero sbagliata, stavo andando a farmi riparare da un certo professor Bruni. 

“Ma non è il pittore? Quello famoso?” Aveva soffiato papà a mamma in cucina. 

“Sì. Èlui. Ma è anche un professore eccezionale…” Aveva soffiato mamma. 

Che però non è scesa dalla macchina, quando siamo arrivati, su per una collina, in faccia al lago, alla casa del professore. Papà mi ha accompagnato fino alla porta. Abbiamo suonato una. Due. Tre volte. 

Poi lui ha aperto. 

Aveva la barba tagliata male, bianca e sporca di rosa e gli occhi verde strano. 

“Buongiorno, professore.” Papà.

“Ciao, ragazzina.” Lui a me. 

“Ciao, pittore famoso.” Io a lui. 

 

Niente era al suo posto, in quella casa. 

“Tu dormirai qui, ragazzina, seguimi.” Siamo scesi per una scala di legno, fino a una taverna.  

C’era una puzza tremenda, di vernice e formaggino. Una brandina. E una tela grande quanto una parete, bianca. Con una specie di ricciolo, minuscolo, al centro. Blu. 

È un quadro che devi cominciare?” Gli ho chiesto. 

È il quadro che ho appena finito.” Ha risposto. 

“Ah.” 

 

Abbiamo cenato in veranda. 

“Allora, dimmi, ragazzina. Qual è il problema?” Lui, subito. Senza nemmeno dire, che ne so, buon appetito.  

“Matematica, italiano, storia, geografia. Insomma, un po’ tutto. Ho portato i libri, vuoi che te li faccio vedere?” 

“No. Parlami di quel ‘un po’ tutto’. Che cosa intendi, quando dici che il problema è un po’ tutto.” 

Dal lago veniva una specie di venticello buono, i grilli, tutt’attorno, facevano un concerto matto. 

È che io non sono come gli altri della mia età, capisci, pittore famoso. A me non mi viene da ridere, quando loro ridono. Non mi viene da giocare, quando giocano.” 

“E che ti viene da fare?”

“La verità?”

“La verità.” 

“Mi viene da fare il cagnolino.” 

“Cioè?”

Sono passati venticinque anni. E ancora non lo so perché, davanti ai resti di due pizze surgelate e a uno sconosciuto con la barba sporca di rosa, mi sono messa a quattro zampe. E ho fatto quello che, da quando era scappato Biondo, facevo ogni notte, prima di dormire. Il cagnolino. Mi sono grattata l’orecchio con il ginocchio. Poi con il gomito. Ho preso direttamente con la bocca l’ultimo pezzo di pizza. E lui? Lui prima si è messo a ridere. Poi si è messo a farlo con me. Il cagnolino! Troppo divertente, diceva. Il vecchio pittore famoso. E si grattava l’orecchio. Con il ginocchio. 

 

Non li abbiamo aperti mai, i libri. 

Abbiamo comprato un barbecue, abbiamo giocato a non lavarci per tre giorni per scoprire se andavano prima a male le ascelle di un vecchio o di una ragazzina e una sera, mentre stavamo provando ad accordare una chitarra al concerto dei grilli, gli ho raccontato di Biondo. Così. Come non credevo mica di sapere fare. 

“Lo avevano abbandonato, l’ho trovato legato a un palo. Tremava tutto, non sai. E io me lo sono infilato nello zaino e l’ho portato a casa. Lo facevo dormire con me, sotto al piumone. E lui? Lui è scappato, e io allora mi sono sentita proprio una schifezz…”

“Ma non è scappato da te, ragazzina.” Mi ha interrotto. “Tu gli avevi dato la più grande delle occasioni: ma lui magari non era pronto. Forse non lo sarà mai, perché è nato per vivere così, perso o libero, a seconda dei giorni. Comunque fatto così.”  

“E se finirà sotto a una macchina?”

Ha guardato me. Poi il lago. Gli occhi non erano più rossi. Però non erano nemmeno verde strano. Erano verde triste, adesso.  

“Se finirà sotto a una macchina, il suo ultimo pensiero sarà per te, ne sono sicuro. Sarà il suo modo per dirti grazie, quel pensiero. Per dirti tu sei stupenda, ragazzina. Il problema è tutto mio. Io sono un vecchio cagnaccio randagio, non ce l’ho fatta e sono dovuto scappare. Ma che sei la cosa più bella che potesse capitarmi, guarda che lo so. Sarò un cagnaccio rognoso. Mica sono un imbecille, però.”

Siamo tornati alla chitarra da accordare. E? Per la prima volta non mi pareva più di essere la sola, al mondo, a sentirmi sola. 

 

Cinque ore e sette minuti. 

Tanto, sono rimasti nella taverna, il pittore famoso e mia mamma, quando lei è tornata a prendermi, senza papà. 

Era arrivata di pomeriggio: bella, di cattivo umore e stanca, come al solito. 

l pittore famoso è apparso sulla veranda. Le fissava le scarpe:- Vieni a vedere i miei quadri?- Le ha chiesto. E sono scesi. 

Per cinque ore e sette minuti. 

Quando sono tornati su, ridevano. 

“Il cagnolino?” Diceva mamma. “Ma siete pazzi?”

“Fallo con noi, dai.” Diceva lui. 

Non lo farà mai, pensavo io. 

Mi sbagliavo. 

Nel frattempo era spuntata la luna, lucida e quasi perfetta. Tre cagnolini, su per una collina, in faccia al lago, le hanno abbaiato.

 

In macchina, tornando a casa, mia madre guardava la strada, mentre io facevo lei e guardavo fuori dal finestrino, zitta.

Non avremmo parlato del pittore famoso né quella notte, né mai. 

Qualcosa però, fra noi, sarebbe cambiato per sempre. 

Mamma avrebbe continuato a fissare il suo angolo, fra la parete e il soffitto: ma un pomeriggio mi avrebbe chiesto di stendermi con lei, sul divano. E un altro pomeriggio mi sarei stesa con lei senza che me lo chiedesse. 

 

 

Quando ho pubblicato il mio primo romanzo. Il secondo. L’ultimo. Quando mi sono innamorata. Quando sono stata tradita, delusa. Quando ho deluso, ho tradito. In tutti questi venticinque anni, ogni volta che, perché troppo felice o perché troppo triste, rischio di perdere il senso di tutto, chiudo gli occhi e vado lì. In quella veranda. Su per la collina. In faccia al lago. Dove, ancora e sempre, ci riesco. A fare il cagnolino, anche senza mettermi davvero a quattro zampe. A sentire di non essere la sola, al mondo, a sentirmi sola.   

 

 

Bracciano, 19 giugno 1988

 

Ragazzina, tu e tua madre siete appena andate via, e sono così di buon umore che: sai che ti dico? Faccio testamento. E pure se sei una zucca vuota, ti lascio i miei quadri. Tutti quello che ho già finito (anche se a te sembrano appena cominciati). Quelli che finirò. Di arte non ci capisci niente, ma guarda che valgono tanto! Te l’avrà detto tua madre, no? Immagino che però, proprio ora, mentre ti scrivo, lei in macchina ti stia raccontando anche delle cose brutte, sul mio conto. Che sono un maledetto ingrato, ti starà dicendo. L’ha urlato anche a me, oggi pomeriggio, giù in taverna, prima di abbracciarci. Che aveva messo tutti i suoi risparmi, ti starà spiegando, tutti i suoi vent’anni, in quella soffitta di Parigi, dove io ho dipinto i miei primi quadri importanti. Che ero una specie di barbone, anche se a me piaceva credermi un artista di strada, quando l’ho incontrata, a Piazza dei Volsci, e le ho fatto quel ritratto a carboncino. Che, dopo il ritratto, mi ha preso per mano, mi ha detto “andiamo” e mi ha portato a casa sua. Nella soffitta dove sarebbe dovuta restare in affitto un mese, giusto il tempo di finire un corso. Mentre è rimasta tre anni, con me. Per me. Che la amavo, te l’ha detto? Non credo. Perché quella sciroccata si è convinta che non me ne importasse niente di lei, quando da un giorno all’altro, nella nostra soffitta, io non sono più tornato. Potrei scriverti, ragazzina, che ero come il tuo Biondo, sai. Che ero un vecchio randagio, fatto così. Fino a qualche settimana fa lo pensavo. Ma poi ecco la telefonata di tua madre. Non avevo più sentito quella voce da quattordici anni. L’ho riconosciuta subito, naturalmente. Piangeva, ma anche questo te l’avrà raccontato. Era disperata per non riuscire a parlare con te, proprio lei che fa parlare tutti. E mi ha chiesto aiuto. Non sapeva come, non sapeva perché, ma era sicura che io avrei potuto dartelo. Così sei arrivata qui. Al solito io ho fallito. Non ti ho insegnato i confini del Lazio, le equazioni, non ti ho aiutata. E invece tu hai aiutato me. A realizzare finalmente che, se quella mattina sono uscito dalla soffitta di Parigi, se non sono più tornato e se, soprattutto se, io non ho più niente mentre l’unica persona che per me abbia significato qualcosa oggi respira, chiacchiera, s’addormenta e ha tutto -cioè una meravigliosa zucca vuota di ragazzina- con un tizio sicuramente in gamba e che però non sono io, non è perché ero un vecchio randagio, fatto così. Ma perché sono stato sciatto. Spaventato. Un coglione, in definitiva. 

Allora pigliati i quadri, su. Dammi la possibilità, un giorno, non dico di diventare, perché ormai per il rottame che sono il tempo è scaduto, ma almeno di apparire a tua madre e a te un po’ meno sciatto. Meno spaventato. Meno coglione.     

Ciao, ragazzina. 

Tuo, 

Pittore Famoso.    

 

Chiara Gamberale


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