Il folle citofonista di Orvieto

di Aldo Nove su 12 mesi - Smemoranda 2013





Oggi come oggi l’idolo degli italiani è Equitalia.
Tutti parlano di Equitalia, tutti pensano a Equitalia.
Il fan club di Equitalia è il più grande di Facebook, con un numero spropositato di iscritti che ogni giorno si ritrovano a magnificare la bellezza del mondo adesso che c’è Equitalia che, prima, non c’era e ogni cosa era triste, ogni cosa era disperata, ogni cosa non era illuminata. Dalle Ande alle Piramidi, infatti, un solo grido si estende universale ed è “Viva Equitalia olè olè!”
In verità in verità vi dico che quello che ho scritto fino a adesso qua sopra non è vero, però un qualcosa di vero c’è ed è il fatto che Equitalia esiste e la gente vi rivolge davvero l’attenzione con acrimonia spesso.
Specialmente quando l’attenzione di Equitalia si rivolge verso la gente.
Ma spieghiamo adesso per benino cosa è Equitalia anche se ormai lo sanno tutti, fa parte della conoscenza comune del nostro popolo ma spieghiamolo lo stesso per i meno accorti, i meno avveduti.
Allora Equitalia è l’agenzia che riscuote i debiti degli italiani con il fisco: multe e tasse da pagare. Praticamente la gente si dimentica di pagare le multe e le tasse e Equitalia lo viene a sapere e va dalla gente a chiederne il pagamento. La cosa che rende tutto ciò psichedelico è che Equitalia è abbastanza lentina nelle sue verifiche e quindi le cartelle esattoriali arrivano spesso maggiorate in modo esorbitante, inaspettato, nuovo.  Succede cioè a volte che magari uno evade una cifra non so di mille euro e per posta un giorno arriva una cartella che ti dice che siccome tempo fa non avevi pagato mille euro adesso ne devi pagare diecimila ma subito, così impari a non avere pagato prima, oppure ti confiscano la casa, l’auto, i cd di Anna Tatangelo, la qualunque.
Tutto questo te lo comunicano mediante la posta normale e cioè di carta.
Oggi come oggi la gente ha paura di Equitalia.
Oggi come oggi la gente sa che se suona il postino e c’è posta si tratta di pubblicità o raccomandate, e se sono raccomandate può essere quasi sicuro che siano di Equitalia. Per questo la gente non risponde più al citofono dal 2007, anno di nascita di Equitalia.
Ci si mette d’accordo così: Uno dice all’amico: “Quando arrivi sotto casa chiamami al cellulare e così ti apro ma non suonare il citofono perché allora può darsi che è Equitalia e mi spavento e non ti apro, svengo”. Così i citofoni assumono una dimensione di vecchiaia e solitudine e nessuno li usa più e si manifestano al mondo con quello stesso disperato appeal che hanno le ultime residue cabine telefoniche sparse per gli angoli più negletti delle nostre città, in attesa di sparire per sempre, poveri citofoni soli.
Le ditte di citofoni stanno fallendo una dopo l’altra.
Sui giornali appaiono sempre più inserzioni di citofoni usati venduti a prezzi irrilevanti. Su Ebay appaiono con frequenza oraria annunci di vendita di citofoni a prezzo zero, solo le spese di ritiro, nessuno vuole più i citofoni.
Il citofono assume un valore giorno dopo giorno più deleterio, di un simbolismo che potremmo definire nefasto.
Ne è testimonianza il drammatico caso del citofonista di Orvieto, ricercato da tutte le polizie della Nazione (sui romanzi si scrive così) e sulle orme del quale i giornalisti più acuti si sono scatenati assieme all’opinione pubblica che reclama di saperne di più sotto gli occhi della popolazione terrorizzata di Orvieto.
Ma andiamo ora a parlare un po’ di Orvieto.
La città di Orvieto si trova nella parte sud-occidentale dell’Umbria, in provincia di Terni, al confine con la provincia di Viterbo nel Lazio. Orvieto è insediata su una rupe di tufo, a 325m s.l.m., che domina la valle sottostante dove scorrono i fiumi Paglia e Chiani poco prima di confluire nel Tevere. Questa enorme piattaforma in tufo vulcanico brunastro, che si solleva dai venti ai cinquanta metri dal piano della campagna, fu creata dall’azione eruttiva di alcuni vulcani, che depositarono un’enorme quantità di materiali. Con 281 km² di superficie, è uno dei cinquanta comuni più estesi d’Italia.
Avendo così valutato grazie a Wikipedia i tratti fondamentali di Orvieto, la città in cui si svolge la nostra storia, passiamo a raccontare senza più indugi la nostra storia, dal titolo “Il citofonista di Orvieto”.
Innanzitutto va detto il citofonista di Orvieto chi è.
È presto fatto. Il citofonista di Orvieto è un pericoloso maniaco che da anni infesta la città di Orvieto e i suoi abitanti.
Tutto ebbe inizio nel 2007. Nell’anno 2007 già diversi maniaci avevano infestato la storia del nostro paese, rendendolo ansioso e spaventato, maniaci che si nascondono dietro i muri delle case per combinarne di ogni, come direbbe Nicole Minetti; maniaci che attendono il calare delle notte per usufruire del buio allo scopo di spavento collettivo (“Maniaci che attendono il calare della notte per usufruire del buio allo scopo di spavento collettivo” mi sembra una frase bellissima).
Il nostro maniaco, però, il folle citofonista di Orvieto, era un maniaco di un tipo un po’ particolare, inaspettato e diverso dagli altri celebri maniaci che lo avevano preceduto tra i quali ricordiamo Unabomber, che dal 1994 al 2006 metteva esplosivi dentro le cose per amputare le persone così a caso, per una strategia di puro maniaco. Questo maniaco, Unabomber, si ispirava a sua volta a un altro maniaco americano che già prima aveva fatto lo stesso mestiere.
Sono catene di maniaci.
Generazioni di essi.
Oppure un altro maniaco efferato è stato indubbiamente quel demente di Treviso che infilzava i gatti e altri animali del suo paese, Ponzano, per suo tipico diletto di maniaco tremendo. Questo maniaco aveva 45 anni (come me adesso!) e per fortuna è stato afferrato dalla polizia, è stato celermente acciuffato dalle forze dell’ordine che gli hanno ingiunto con le buone e con le cattive di smetterla di fare così, di fiocinare i gatti, denunciandolo ed evidenziandogli la sua scabra efferatezza.
Ma i maniaci non solo isolati individui smaniosi di danneggiare il mondo.
Possono essere anche degli anonimi collettivi di spregevoli esseri che nella notte si aggirano animati da propositi pazzi.
Ad esempio qualche anno fa c’erano i giovani che lanciavano i sassi dai cavalcavia. Erano tempi in cui se passavi sotto un cavalcavia poteva darsi che morivi. Erano tempi in cui le macchine frequentavano le autostrade fino ai cavalcavia ma poi, quando vedevano profilarsi all’orizzonte un cavalcavia, tornavano indietro meste per paura di morire sommerse da sassi scagliati.
Questo fenomeno dei maniaci del cavalcavia si estinse però così, improvvisamente, non si sa perché, ciò sfugge alla nostra comprensione così come pure sfuggì al nostro raziocinio il motivo del suo sorgere tra di noi.
Ma torniamo adesso al maniaco nostro, il folle citofonista di Orvieto.
E riprendiamo infine le redini del nostro discorso su Equitalia e il suo rapporto non buono con la gente d’Italia e riconsideriamo quanto abbiamo detto all’inizio sul citofono e la sua crisi indotta dalla stessa Equitalia.
Il maniaco di Orvieto, un essere malvagio come tutti i maniaci della Terra, insoddisfatto del suo vivere, pianificò una serie di tristi azioni atte a terrorizzare i cittadini mediante l’uso di citofoni.
Ma andiamo a spiegare come ciò accadde.
Tutto iniziò il 2 novembre (data scelta con perspicace rigore simbolico) del 2008 (l’anno invece sembra fosse stato preso a caso, oppure il maniaco aveva voglia di agire e non poteva aspettare un anno di rilevanza simbolica, i maniaci sono impulsivi di carattere) fuori dal cimitero di Orvieto.
Nadia P. e Sebastiano Duccio Annibale erano due giovani buoni e bravi, e si erano appartati per profondersi in effusioni a carattere sentimentale fuori dal cimitero di Orvieto dopo essersi recati a omaggiare alcuni morti come quel giorno convenivasi ai più per tradizione. Fu in quella circostanza che il maniaco di Orvieto, nascostosi dietro un cespuglio, azionò un citofono portatile a volume elevato, elevatissimo. Nadia P. e Sebastiano Duccio Annibale, sentendo quel suono, si spaventarono a morte e gridarono ai quattro venti: “Hi, il citofono! Sarà Equitalia!”
Subito Nadia P. ebbe un orrendo infarto e morì sul colpo tra le braccia di Sebastiano Duccio Annibale (che nome!) che subito dopo si sparò un colpo di pistola alla tempia sinistra, così d’acchito, e imprudentemente.
Due anni dopo, nel 2010, il citofonista di Orvieto colpì ancora con fredda determinazione nei confronti di Adele H. e Saviano R., due giovani ciclisti che speravano, allenandosi forsennatamente nei paraggi di Orvieto, di partecipare al Giro d’Italia. In tale frangente il folle citofonista di Orvieto si nascose dietro a un’asperrima curva e, al passaggio dei due giovani, suonò molto forte il suo citofono portatile e i giovani, udito quel sibilo foriero di desolazione, mollarono le mani dal manubrio e gridarono all’unisono “Hi!, Equitalia!” così inoltrandosi a velocità inenarrabile in un oscuro strapiombo. L’eco del loro schianto ancora risuona nei paraggi di Orvieto, a severo monito.
Altri episodi si sono susseguiti nei mesi a venire nella città di Orvieto, dove ormai tutti vivono terrorizzati, dacché tutti e da lunga pezza si aggirano attoniti per le vie del centro e della periferia sempre sperando di non essere colti alla sprovvista dal folle citofonista di Orvieto.


Aldo Nove


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