No, nella “Casa dei Ciliegi” nessun ciliegio. Non ne ho trovata traccia  in alcuna delle mille fotografie recuperate negli archivi dello studio-libreria. Quasi duecento anni di storia, le molte generazioni che si sono succedute là dentro fino al mio bisnonno Oldino. Prati, altalene, bambini leccati e tate premurose, alberi giovani e antichi. Ciliegi no.  Non saprei proprio azzardare perché l’hanno chiamata così, i miei avi. Gli uomini sono davvero indecifrabili,  lungo i percorsi tortuosi delle loro esistenze. Vivi, consumiamo  la complessa condanna di essere acqua che scorre. Innavigabile se ci piace tempesta. Calma piatta, vele sfinite, quando ci imponiamo noia.  Ci inventiamo oceani per non essere vissuti laghi e così quasi sempre ci lasciamo dietro onde confuse, che nessun marinaio si azzarderà mai a solcare. O scimmiottiamo specchi stagnanti, ma in essi nascondiamo gorghi e correnti che trascinano al fondo.
Un faggio. Quello l’ho trovato. Infinito, vivissimo. Un albero immenso e tranquillo, nel cuore del giardino. I primi dagherrotipi lo testimoniavano già adulto. Chissà quanti anni ha. E quanti occhi induriti dal tempo.

Non ho mai conosciuto Oldino, il bisnonno. Di lui si è parlato sempre pochissimo in famiglia. Partito solitario per l’Argentina tra le due guerre e mai più tornato. Ricco, chissà. E magari geniale, persino umano, si era lasciata sfuggire Nonnabìs Irma, confidandosi  in una sera piena di stelle, di quelle che resuscitano i ricordi per affogarli nella nostalgia. Restato là, però. Con una figlia piccola, Adele, e una moglie lombarda bella e rassegnata a cui aveva in seguito spedito regolarmente i soldi necessari e regalato l’onta di un abbandono mai digerito.
Per questo, quando ho ricevuto la lettera dall’Argentina con tanto di timbri e intestazioni notarili, ho capito subito cosa avrei letto. Oldino De Fabris se n’era andato pieno di serenità o forse di rimorsi, ma economicamente tranquillo, così da permettersi di  lasciare l’antica proprietà italiana di famiglia al giovane pronipote. In me nessuna emozione. Quasi un atto dovuto e neppure tanto desiderato. Una casa in campagna, a pochi minuti da un lago che non ho mai amato. Però Oldino aveva pensato a tutto, dimostrando di conoscere ogni cosa di noi, parenti ormai lontani. Il fatto che esistessi, per esempio, e che, avendo appena terminato gli studi, fossi in attesa di iniziare il lento calvario di un posto di insegnante al liceo e non navigassi nell’oro. Mi aveva fatto avere un bel po’ di soldi cash per pagare la tassa di successione indiretta e parte della ristrutturazione, ma con l’obbligo che a quello sarebbero serviti. La “Casa dei Ciliegi” doveva restare proprietà di famiglia.

Sono passati due anni da quel giorno. Nonnabìs se n’è andata quasi subito e anche nonna Adele non c’è più. Mia mamma la vedo poco, ormai, vive lontana.  La “Casa dei Ciliegi”.  Ho imparato ad amarla. Avevo sempre saputo che esisteva, ma non avevo mai voluto passarci davanti.
La prima volta che ci sono andato per vederla, ormai mia, un anziano del posto, gentile e al corrente di tutto, mi ha raccontato la storia di questi ultimi settant’anni. Oldino gli aveva affidato la gestione dell’immobile, che era stato affittato, soprattutto nei mesi estivi, e con quei soldi mantenuto abitabile. Ora mi riconsegnava le chiavi. “Io comunque sono a sua disposizione. Così ha voluto l’Oldino. Sono il figlio del Pepp, il suo più caro amico d’infanzia. Loro non si sono mai più rivisti, da quando è partito, io me lo ricordo appena, s’eri inscì piscinin… Mi ha lasciato dei soldi, l’Oldino, una specie di vitalizio. Ma l’avrei fatto lo stesso, il custode,  e lo farò fino a quando le forze me lo permetteranno se lei lo vuole. Buona fortuna. E la conservi in vita la nostra ‘Casa dei Ciliegi’. L’è granda e la g’ha una storia de cincent ann. Cinquecento anni, ‘sta casa qui. L’aspettavo, sciur Carlo, l’ho aspettata per tanti anni. Non mi deluda…” “Ma perché proprio ‘Casa dei Ciliegi’?” “El su no. Non so… La se ciamava inscì giamò prima… Si è sempre chiamata così.” “Ma ciliegi ne ha mai visti?” “No, ma il faggio. Quello c’è sempre stato. E’ il faggio l’anima profonda di questo luogo. Ciau.”

Prima di ora non sapevo neppure com’erano, i faggi. Li confondevo con gli ippocastani. E adesso sono qui, solo, seduto sul ramo più basso di questo immenso regno del nulla e del tutto.
Vedo la casa davanti a me, mi pare enorme e lo è davvero. Si sviluppa tutt’intorno  a una corte rettangolare in ciottolato di fiume. Il grande prato con il faggio è sopra, all’altezza del primo piano e segue a salire il dolce declivio della collina. Nei mesi trascorsi ho riempito le mie settimane a catalogare. Oggetti, libri, antichi strumenti di lavoro. Documenti che farebbero gola a un qualsiasi museo nazionale. Editti del Granduca di Toscana, permessi di transito delle Venezie dei Dogi, proclami di Napoleone, lettere autografe di Garibaldi, ordinamenti della Repubblica  Cisalpina. Diari di tutte le epoche, in ciascuno una vita. E foto che fermano il tempo per poi perderlo muto su cartoncini ingialliti e lontani. Quante scie lasciamo, navigandoci sulle nostre acque. E per quanto resteranno, prima che le acque stesse le richiudano.
Scendo, mi allontano. Cerco di distanziarmi sufficientemente per contenere tutto il grande albero con un unico sguardo. Ci riesco a malapena. Ripenso alle foto che ne testimoniano la lenta crescita, che ne esaltano la sua attuale maestosità. Il faggio della “Casa dei Ciliegi” è l’ultimo straordinario testimone di questa casa secolare che ha visto e condiviso soldati, amori, tradimenti, soprusi, trionfi e infamie. Che ha visto gli uomini. Lo abbraccio e il mio abbraccio si fa piccolissimo intorno a quel tronco immenso e liscio, così puro. Dicono che abbracciare le piante faccia bene agli uomini, e alle piante, forse. Perché gli alberi hanno memoria e hanno un’anima, ci credo, in fondo. A loro modo hanno occhi e sensibilità. Penso. Avrà sofferto il faggio – a modo suo ma avrà sofferto –  quando se n’è andato Oldino? Lui sapeva che non sarebbe tornato. Avrà partecipato alle gioie di una nascita, all’orrore del mistero di una morte? Avrà tremato ai rombi delle guerre e lavato il sangue nei temporali d’agosto. Il faggio, il grande tranquillo, maestoso faggio conosce l’umanità varia della “Casa dei Ciliegi” molto più di qualsiasi umano. Eppure immobile ha potuto esserne solo testimone passivo. La storia gli è passata sopra, a fianco, davanti. Mai dentro. Ora scendo lentamente gli scalini verso il cortile. Questa notte non dormirò tranquillo.

Le sei sono una buona ora per alzarsi in campagna. Nell’ordinata attrezzeria del figlio del Pepp, che sta in fondo al giardino, sono conservati tutti gli strumenti del bosco. Un’enorme sega a catena, di quelle supermoderne, mi ha colpito dal primo giorno in cui sono arrivato qui. “Era un’occasione. L’ho comprata, prima o poi serve. C’è da tener pulito i boschi. Gh’è tanta legna de fa su, con tutti questi camini…”, ha detto il figlio del Pepp.

Mezzogiorno. Ora c’è molta più luce sul cortile di ciottolato di fiume. E’ la prima cosa a cui penso guardando la casa che mi si apre davanti con nuove prospettive. Ho le braccia doloranti. Sdraiato a pochi metri dall’antico lavatoio guardo il cielo. Non più foglie, non più rami a negarlo. Per sei ore, come preso da un lento inesorabile senso della vita e della morte insieme, ho segato centimetro per centimetro quell’immenso tronco alla base. In un crescendo di dolore e esaltazione. Sono trascorsi pochi minuti, forse due o tre, da quando l’immenso faggio si è abbattuto sul grande prato con un boato sordo. Ho rischiato la vita, certo. Ma se anche quell’enorme mole si fosse abbattuta su di me, lui, il faggio, per l’ennesima ultima volta sarebbe stato testimone muto della storia. Per questo ho negato per sempre la sua esistenza. Mi angosciava questa sua immota testimonianza. Gli alberi sono la memoria più formidabile che la  terra ci ha saputo regalare. Ma non sanno cambiare la Storia. E qualche volta la Storia si deve pur vendicare…


Gino&Michele


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Smemoranda 2009


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