“Tu vuoi farti ammazzare. L’ho capito, questo. Ma perché?”
    Il vecchio con la pistola in mano scosse la testa, mentre il poliziotto che aveva parlato lo fissava nella penombra di quella piccola, squallida, brutta filiale di una delle più grandi banche italiane. Il poliziotto era disarmato e una delle sue caviglie era ammanettata al tubo metallico che correva intorno al banco, a pochi centimetri da terra. Anche il vecchio era seduto sul pavimento, a due metri da lui. Il poliziotto non era un poliziotto qualsiasi: era il vicequestore.
    Senza rispondere, il vecchio sbirciò dalla finestra.     “È arrivata la tivù” annunciò, soddisfatto.
    “Attento” mormorò il vicequestore.
    “Mi possono sparare anche da qui? Ci sono i tiratori scelti, fuori? Come nei film?”
    Il poliziotto non rispose.
    “Eh no, così mi rovinano l’uscita.” Il vecchio si ritrasse.
    “Senti” disse lui. “Tu non farai nessuna uscita. Adesso mi togli queste manette e ce ne andiamo fuori insieme, tu e io. Non succederà niente.”
    “È da un’ora che ripete la stessa canzone.”
    “Perché è la canzone giusta! Tu non hai fatto niente… quasi niente. Hai lasciato liberi gli ostaggi, hai accettato di scambiarli con me. Tentativo di rapina, cosa vuoi che sia? Chissà le attenuanti che hai, l’età, la situazione… e poi niente vittime, neanche uno sparo, uno schiaffo, una spinta! Niente di niente. Atteggiamento collaborativo. Sei pure simpatico, santo dio!”
    Scoppiò a ridere, una risata esasperata e arresa, perché quell’uomo gli era simpatico davvero. Da quando lui era entrato lì, facendo uscire uno a uno i tre clienti presenti in banca al momento della rapina, i quattro impiegati, la guardia che non era servita a niente e per ultimo il direttore tremebondo, indignato chissà con chi, non si era mai sentito in pericolo. Mai. Il vecchio era proprio vecchio, poteva avere settant’anni portati bene o sessanta, sessantacinque. Era magrissimo, alto come lui, e aveva su un lato della faccia una chiazza color caffelatte. La pistola purtroppo non era un giocattolo, come lui aveva sperato. Era un modello antiquato ma efficiente. Il vecchio la teneva sempre in mano, anche se dopo averlo perquisito e poi impastoiato in quel modo non poteva temere niente da lui.
    “Anche lei è simpatico” rispose ora.
    “Ti spiacerebbe darmi del tu? È da quando sono qui che te lo chiedo.”
    “Vi insegnano a fare così, eh?”
    “Così come?”
    Il vecchio fece un gesto vago. “Conquistare la fiducia. Cose così.”
    “Ma no” sbuffò lui. “É solo che mi imbarazza che tu mi dia del lei. Sei più grande di me! Quanti anni hai?”
    “Io so quanti anni ha lei. Io so chi è lei.”
    “In che senso?”
    “Ma sì, lei è un eroe. L’ho riconosciuta subito. C’erano un sacco di foto sui giornali e l’ho vista anche in televisione, quella volta che ha salvato la bambina che era stata rapita. Come si chiamava…”
    “Sara.”
    “Sì, Sara. Lei ha quarantadue anni, signor vicequestore.”
    “Li avevo allora. Adesso sono quarantaquattro.”
    “Ho sempre voluto conoscere un eroe.”
    “Be’, non esageriamo. Non è stato così difficile, quella volta.”
    “No, no, lei ha proprio la stoffa dell’eroe. Anche oggi, salta fuori una grana ed eccola qua. Eccoti qua.”
    “E tu quanti anni hai?” ripeté lui. “Non so neanche come ti chiami.”
    “Tanti” rispose il vecchio, con una smorfia che aveva già fatto.
    “Mi vuoi dire il tuo nome, almeno?”
    “Piero.”
    Il vecchio allungò la mano, con aria solenne, e lui gliela strinse. In una frazione di secondo valutò la possibilità di attaccarlo e la scartò: troppo rischioso, con la caviglia bloccata in quel modo. Qualcosa dovette passare nei suoi occhi, perché Piero ammiccò. Nessuno dei due fece commenti.
    “Piacere. Angelo.”
    “Angelo… Sei uno che ha gli attributi, eh? Tu diventerai questore.”
    “Lascia perdere.”
    “Il questore che c’è adesso è là fuori?”
    “Sì.” Quell’idiota. Quella creatura ameboide, untuosa, melliflua, inutilmente baffuta, maestra nelle arti del corridoio e della poltrona. Un poliziotto, quello?
    “Toglimi una curiosità. Se mi ammazzano, il questore è contento o no?”
    “Ma no! Nessuno vuole morti, qui. Con la tv fuori, poi! Queste operazioni si considerano riuscite quando non c’è spargimento di sangue, capisci?”
    “Allora gli rovino la festa” ridacchiò Piero. “Adesso esco e mi fanno secco. Esco sparando, come in quel film con Paul Newman e quell’altro attore…”
    “Sei matto? Vuoi correre il rischio di colpire gente che non c’entra?”
    “Io non voglio che nessuno si faccia male. Sparerò per terra.”
    “Le pallottole potrebbero rimbalzare!”
    “Allora sparerò in aria.”
    “Piero, smettila di dire stupidaggini.”
    “Non sono stupidaggini e tu lo sai. Vero, Angelo?”
    Sì, pensò, lo so.
    C’era un’unica cosa che aveva capito da quando era entrato in quel posto: l’uomo che aveva davanti era pieno di una disperazione così quieta, così pacificata, che doveva essere il punto d’arrivo di una lunga strada di sofferenze e insensatezza. Non era il ragazzotto isterico con cui bisogna dosare forza e comprensione, e nemmeno l’aspirante suicida che finge di voler fare chissà che e invece sta solo gridando al mondo: “Ascoltatemi! Occupatevi di me, maledizione! La vita è uno schifo! Sto male!”. Piero gli era subito sembrato al di là delle parole, al di là di ogni residuo stupore o bellezza del mondo, anche umile, anche nascosta: non gl’importava più di nulla. Non gli si poteva offrire più niente, ormai. Eppure lui voleva tentare ancora.
    “C’è qualcosa che posso fare per te?”
    “Stai già facendo tanto” rispose l’altro. “Sei così gentile. Lo vedo che non è solo per il mestiere.”
    “Cosa vorresti? Dimmi una cosa che vorresti, adesso.”
    “Rivedere mia moglie” mormorò il vecchio, dopo aver riflettuto un momento.
    “La facciamo chiamare.”
    “Ma non per quello che credi tu. La vorrei rivedere per riempirle la faccia di schiaffi, a quella zoccola! Mi ha fatto fare una vita…”
    “Va bene. Noi intanto la cerchiamo, poi vi spiegherete fra voi. Come si chiama? Abita in città?”
    “È morta.”    
    Si fissarono in silenzio.
    “Meglio così” aggiunse Piero. “Non ti sarebbe piaciuta.”
    “Non è a me che deve… che doveva piacere.”
    Uno strano imbarazzo scese fra loro, mentre le ombre sembravano infittirsi, benché fossero solo le cinque del pomeriggio. Fuori ogni tanto risuonava il megafono, la voce del questore, ma le parole si capivano male.
    “Tu credi in dio?” chiese il vecchio all’improvviso.
    Questa volta fu lui a riflettere. “Sì. Be’, penso di sì. Non vado a messa, però ci credo.”
    “Io no. Devono ancora farmelo vedere, questo dio. Sarebbe una gran comodità avercelo, eh, lo ammetto. Però nessuno me l’ha mai saputo dimostrare, che c’è dio.”
    “Non si può dimostrare neanche il contrario, però” obiettò lui. “Tu non puoi darmi la prova che dio non c’è.”
    “Che discorsi! Bisogna dimostrare che c’è, non che non c’è. Altrimenti io, mettiamo… ecco, altrimenti io dico che da qualche parte nell’universo c’è, non so, un Grande Topo. C’è questo topone enorme, e io fondo la religione del Grande Topo. Preghiamo tutti il Grande Topo! Chi può dimostrarmi che il Grande Topo non esiste? È come con dio, preciso.”
    “Ma scusa” disse lui. Poi però dovette interrompersi perché non poté fare a meno di ridere. Anche Piero ghignò, di un riso distante e asciutto. “Cioè, ci sarà un motivo se nessuno ha mai parlato di questo Topo mentre tutti parlano di dio, no? Tutti i popoli hanno il loro dio, o gli dei, la reincarnazione, l’anima, queste cose.”
    “Bah. Io credo nel Grande Topo. Che è come dire che non credo in niente.”
    “Questo Grande Topo, ammesso che esista, cosa fa per noi?”
    “E dio?”
    Il vecchio si alzò in piedi e prese un respiro lunghissimo, riassuntivo.
    “Non andare” disse a bassa voce il poliziotto. “Resta ancora qui con me.”
    “Non posso.” Piero guardò ancora dalla finestra, passandosi la pistola da una mano all’altra. “Sono ambidestro, sai? So pure scrivere, con la sinistra. Il mio maestro diceva che questa era una grande qualità e mi avrebbe fatto fare strada nella vita.” Si voltò e fece di nuovo la sua smorfia. “Non era un maestro molto intelligente. Come profeta, poi, valeva zero.”
    “Non lasciarmi qui” sussurrò lui, come se tutto ciò che aveva vissuto in quell’ultima ora precipitasse in queste parole sciocche, quasi innamorate.
    Piero lo fissò, battendo le palpebre. “Cos’hai sognato stanotte?”
    “Perché me lo chiedi?”
    “Mah, i sogni mi piacciono. Io l’ultimo l’ho fatto un sacco di tempo fa. Cos’hai sognato? Te lo ricordi?”
    Lui si morse le labbra. “Ero… ero in un negozio” rammentò, e di colpo quella breve visione gli si aprì davanti, come uno squarcio di luce. “Dietro il banco c’era mio padre. Gli scaffali erano tutti pieni delle mie vecchie cose, i giochi di quando ero bambino. Io volevo comprarli, ma lui diceva di no, che erano già venduti tutti.”
    “Tu sei una brava persona, Angelo” disse il vecchio. “Che il Grande Topo ti protegga” aggiunse, serio. “Non pensare a me. Io sono già morto da un pezzo.”
    “Non andare!” gridò lui, ma l’altro era già corso via, sul retro, dove c’era l’uscita di sicurezza di cui il direttore gli aveva dato la chiave, e i primi spari furono i suoi, quelli della vecchia pistola che chissà da dove veniva, che storia aveva; chissà se aveva ammazzato qualcuno, quella pistola. E mentre gli altri spari crepitanti, secchi, ovattati risuonarono e gli parvero incredibilmente lontani, lui aveva gli occhi pieni di lacrime impreviste e in quelle lacrime galleggiavano il negozio e la faccia rabbuiata di suo padre che ripeteva: no, non si può. Non vendo niente. Non insistere, qui non si vende più niente. No, neanche il biliardino, neanche il Monopoli. Niente, non si può, è tutto già venduto. Nemmeno le canne da pesca e il poster dell’Irlanda. No. No.
    Non aprì gli occhi quando entrarono nel locale (“È qui! È vivo!”) e gli furono tutti intorno e cominciarono a darsi da fare con le manette che lo legavano al tubo di ferro. Alla fine una mano lo scosse e la voce del questore chiese: “Come stai? Tutto bene? Quello è morto, se l’è proprio cercata. Come stai, Angelo? Come ti senti?”.
    Alzò la testa, lentamente.
    “Stanco” rispose.


Raul Montanari


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