Il mio skivasser preferito

di Rossana Campo su 12 mesi - Smemoranda 2008





Era una serata iniziata piuttosto bene, che filava via liscia, non stava succedendo niente di molto eccitante ma non c’erano nemmeno complicazioni in vista. Un giovedì sera tranquillo a bere qualcosa col mio amico Fred, mentre fuori scorre il traffico cittadino della sera, i suoni di una sirena lontana, l’eco delle risate e delle chiacchiere ubriache che salgono dai bar sotto casa. Non abbiamo voglia di metterci a rimuginare sull’atmosfera di precaria solitudine che aleggia nelle nostre vite e rimaniamo a contarcela su, a parlare degli ultimi film che abbiamo visto e dei ragazzi che ci piacciono. Fred ha sempre una gran varietà di gente che entra e esce dalla sua vita e dal suo letto. Mi sta aggiornando sugli ultimi due ragazzi che ha avuto per le mani, c’ è uno svedese che ha un modo di godere piuttosto divertente, quando arriva al dunque fa uno strano verso, tipo: Fffiiiiuuuiiiii.

Io non so come ho iniziato a raccontargli di quando avevo fondato un gruppo rock alle medie con le mie amiche Giusi e Nico. Giusi lei pestava sulla batteria e la Nico strimpellava un po’ con la chitarra. Quanto a me ero la voce della situazione. Ho detto: Il mio modello era la vecchia Suzy Quatro. Non c’entrava molto con me dal punto di vista fisico, lei era una biondina con i capelli a caschetto e un paio di occhi verdi e anche se esprimeva una vera  grinta, un’autentica energia selvatica e ribelle che era la stessa che anch’io avrei voluto portare per il mondo, noi due eravamo molto diverse dal punto di vista fisico. Dico a Fred: Io cantavo, e provavo anche a suonare l’armonica. Componevo delle canzoni, erano tutti testi potenzialmente trasgressivi, noi volevamo che fossero dei testi decisamente trasgressivi e ce n’erano un paio di cui ero piuttosto orgogliosa. Esprimevano un po’ tutti lo stesso concetto: che noi eravamo le più toste della situazione e chi veniva sfiorato dall’idea di romperci le palle avrebbe passato un brutto quarto d’ora. 
Fred ha detto: Oh santo cielo!
Ho detto: Metter su un buon gruppo con tre ragazze e una sola chitarra non era mica facile, ma noi cercavamo di darci dentro più che potevamo, non conoscevamo nessun’altra ragazza interessata alla musica come noi, nessuna che avesse la voglia e nemmeno i soldi per imparare a suonare uno strumento, e il posto di cantante era già preso dalla sottoscritta.
Insomma, stasera qui con Fred sto tornando con la mente ai vecchi tempi. Ho dato un’occhiata in giro e ho visto una casa piena di libri e quaderni e riviste di musica, e quotidiani macchiati di vino, di birra e di caffè, bottiglie vuote e portaceneri pieni di cicche. C’è anche una chitarra in un angolo piena di polvere che ogni tanto mi riprometto di suonare. Anche Fred se lo ripromette, è come con la piscina. Alla fine preferiamo starcene qua a sbevazzare e sfumacchiare e raccontarci un po’ le nostre storie.
Dico a Fred: Sai vecchio mio, in questo periodo, da quando vivo di nuovo sola, mi sento vicina allo spirito che mi animava ai tempi delle medie, e soprattutto ai giorni in cui facevo finta di essermi beccata l’influenza per starmene a casa e staccare un po’ con tutta la storia degli obblighi scolastici eccetera. Me ne stavo a casa da sola, i miei erano in giro, mia madre a lavorare in fabbrica e mio padre a cercare lavoro o a tenersi buoni i contatti che diceva di avere in vista di fantomatici lavori che sarebbero apparsi all’orizzonte.
E cosa facevi da sola in casa?
Dunque, io sola in casa e la musica più alta possibile, a volte in piedi sul mio letto mi mettevo a cantare dietro Janis Joplin Suuumertiiiimmeeee… oppure declamavo ad alta voce le poesie delle poetesse suicide che mi piacevano un mondo, la Sylvia Plath, per esempio. Mi piacevano le vite delle poetesse fuori di testa, il manicomio, la disperazione, l’amore non ricambiato, il fatto che come madri facevano pena, come casalinghe facevano schifo e mi stupiva e mi riempiva di cupa ammirazione la testa infilata nel forno della vecchia Sylvia. Mi sembrava un gran gesto, affanculo la villetta, il maritino e i due bimbi biondi, andatevene affanculo tutti.
Fred ha detto che al momento lui va a tavor per dormire. Dice: Ma il giorno dopo sono kappaò. Il lexotan è quello che mi piace più di tutti, perché sa di mirtillo, è il mio skiwasser preferito. Poi c’ è lo xanax che però mi rincoglionisce del tutto. A questo punto è passato a raccontarmi del suo secondo ragazzo. Ha detto: Senti questa, sai il mio nuovo tipo, il venticinquenne che ti dicevo? abbiamo scopato un paio di volte, ma dice che a lui piacciono gli uomini più seri ed io francamente mi sono stufato del suo modo di fare da iper maschio… dico io, anche se lo prendi in culo non è che per forza devi farti una pera di testosterone per sentirti un vero maschio. Sicché non l’ho più cercato e lui martedì mi chiama e mi dice: oh guarda che io non sono abituato alla gente che non risponde alle mie telefonate, sai, di solito mi perseguitano. E io gli ho fatto: senti bella (so che gli va la merda al cervello se lo chiamo così) bella abituati perché io sono così: non chiamo ma chiavo. 

All’improvviso ho sentito suonare il campanello. Un suono sinistro e persecutorio. Ho fatto segno a Fred di fare silenzio, ho cercato di far finta che non ci fossimo e ho sperato con tutte le mie forze che il casino che proveniva dall’interno di casa mia, le voci ubriache e la musica sparata a manetta fossero interpretati come un televisore dimenticato acceso. Ho sperato e ho acceso un’altra sigaretta e mi sono scolata l’ultimo dito di Vodka Odin, la vodka meno costosa che si trova al Monoprix. Come tutte le persone fuori di testa ho un grandissimo sesto senso, un intuito bestiale per fiutare i guai in arrivo. E ho sentito subito le rogne in agguato dietro quella porta. Il campanello ha continuato a perseguitarci. Mi sono alzata dalla poltroncina sfondata e ho ondeggiato verso l’ingresso cercando di camminare sulle punte, cercando di non finire allungata per terra. Ho dato un’occhiata allo spioncino e ho sbirciato la sagoma opaca della padrona di casa appostata dietro l’uscio. Sono rimasta a guardarla ancora un po’, trattenendo il respiro. Lei aspettava. Poi mi sono allontanata e sono tornata a sedermi sulla mia poltroncina e ho cercato di respirare piano senza far rumore, ho continuato a fare segno col dito schiacciato contro la punta del naso a Fred. Siamo alterati tutti e due e ce ne stiamo seduti con le mani in grembo a guardarci i piedi senza muoverci. Mi è venuta l’idea che ad un occhio esterno potremmo essere scambiati per due pazienti di un ospedale psichiatrico sotto l’influsso di sedativi pesanti.
Non è la prima volta che il fantasma della padrona di casa arriva e mi perseguita nelle mie notti tranquille. Quando era ancora vivo il marito avevo più spazio per le trattative. Il vecchio monsieur Jacques arrivava per l’affitto arretrato, io lo facevo sedere, gli allungavo una birretta e mi mettevo ad ascoltare i suoi racconti di quando era arrivato dal Belgio e aveva comprato questa casetta per pochi franchi, e poi del fatto che per trent’anni aveva esercitato la professione d’insegnante finché aveva deciso di andare in pensione con un certo anticipo per via della decadenza dei tempi e della stupidità diffusa. Io mi lanciavo in qualche commento. Delle brevi sillabe infilate qua e là in mezzo alle sue frasi, cercando di fargli capire che mi stavo facendo un’idea precisa della vastità del suo sapere e della sua intelligenza. Poi a un certo punto smettevo di ascoltarlo, ma i miei commenti sillabici continuavano per tutto il tempo. E nove volte su dieci lui andava via soddisfatto di aver messo a punto un breve racconto della sua vita, e io potevo respirare ancora qualche settimana a livello di affitto. Ma una volta scomparso il povero monsieur Jacques era rimasta solo lei, e non mi dava scampo.
Il primo approccio era stato una cosa abbastanza civile, cinque o sei mesi fa. Io stavo ascoltando un vecchio tube di Patti Smith a tutta birra e lei era planata sulla mia porta dicendo che un paio di vicini si lamentavano del rumore e che io ero in ritardo con l’affitto. La seconda volta c’era di nuovo la musica a tutto volume e c’ero io con un mio amico che ci stavamo dando un po’ dentro, avevamo fumato e bevuto e deve essere passato del tempo prima che facessimo caso al rumore dei pugni della vecchia contro la porta. Io ero un po’ su di giri, ero andata a aprire la porta con su solo un paio di mutande e mi ero limitata a guardarla dicendole: Sì?
Lei a quel punto aveva parlato di sfratto per la prima volta.

Questa volta la vecchia ha smesso di bussare. Io e Fred ci siamo rilassati e abbiamo continuato a chiacchierare passandoci il fondo di bottiglia di vodka Odin come un simpatico pupo. A un certo punto Fred ha un’aria del tutto alterata, però mi fa segno di andare verso la porta che qualcuno sta ancora pestandoci sopra.
Mi sono alzata e sono andata ad aprire aspettandomi di trovarmi di fronte la vecchia. Ho aperto la porta con un’espressione amara e mi sono trovata davanti due pulotti questa volta. Una donna coi capelli rossi tagliati corti e un tipo basso, con gli occhi scuri e due labbra carnose. Hanno la pistola infilata dentro la fondina, e un manganello ciascuno attaccato alla cintura. Emanano brutte vibrazioni. Vibrazioni che parlano di notti insonni, carceri ad alta concentrazione di detenuti, vitto insufficiente, difterite.
La casa è piena di fumo di marijuana, e il mio amico è ubriaco e fatto di lexotan. Ho cercato di farfugliare delle scuse per farli andare via presto. Mi sono inventata lì per lì che stavamo festeggiando qualcosa, che la musica sarebbe finita subito. Tengo la porta semichiusa, cercando di non far troppa mostra della mia vita privata.
La pulotta mi fa: Cosa sta facendo lì dentro?
Ci stiamo rilassando, ho detto con un sorriso angelico, ascoltiamo un po’ di musica io e il mio amico Fred. Lei non ha risposto al sorriso, e nemmeno il suo collega ha risposto. Sono rimasti impassibili di fronte alla mia simpatica disponibilità, alla mia naturale cordialità.
State facendo un festino da ubriachi, là dentro? ha detto la pulotta.
Dentro di me comincio a incazzarmi, perché penso che quello che facciamo  o non facciamo io e il mio amico tossico Fred dentro le mura della mia baracca sono cazzi strettamente nostri. Ma non posso esporre il mio pensiero. E l’adrenalina mi sale di colpo. Mi sento sobria all’improvviso e incazzata nera. Mi sento accerchiata e invasa e la cosa non mi piace, mi fa scattare a mille la paranoia. 
Ho detto alla poliziotta: Stiamo solo chiacchierando e bevendo qualcosa.
Lei ha infilato il piede in mezzo alla porta, come per spingermi a farla entrare. Io ho aperto un po’ di più ma mi sono piantata lì, ferma, anche se un po’ oscillante sulle mie gambe, decisa a non farla entrare. Lo sanno tutti, si vede in tutti i film che se tu non vuoi un poliziotto non può varcare la soglia di casa tua. Lo sanno tutti che ci vuole il famoso mandato di perquisa.
Non usi questo atteggiamento con noi, mi fa l’ometto dalle labbra sexi.
Io ho detto: E voi non fate irruzione in casa mia, non ve lo do mica il permesso di entrare. Non stiamo facendo niente, e non siamo criminali.
Poi ho sentito la voce drogata di Fred dire: Oh, geeeente, state violando una proooprietà privata…
Lo so che stiamo perdendo la testa, io e il vecchio Fred, stiamo facendo un passo falso dietro l’altro. E mi sa che abbiamo l’aria di due che amano provocare, due che stanno aspettando da anni un momento del genere. La casa sta vibrando di energie negative. Non butta bene. 
La donna ha detto: Guardi che possiamo chiederle di seguirci, sa?
Di seguirvi? E con quale accusa?
Disturbo della quiete, disturbo del condominio.
Ah che stronzate! ho detto, ma cominciano a sudarmi le mani e ho un tremolio nella voce. Mi sento frustrata. Comincio a fantasticare all’infinito sugli  scontri verbali che potrei tenere tutta la notte coi due pulotti. Sono cotta.
A questo punto il poliziotto ha detto: Senta mademoiselle, abbassi il volume della sua musica e se ne vada a dormire, preferiamo non avere altre scocciature per stanotte. Ci calmiamo tutti e basta, eh, se ne vada a dormire, ha ripetuto.
A quel punto ho farfugliato ancora qualcosa a bassa voce e ho chiuso la porta. Ho spento la musica e siamo rimasti ancora un po’ lì in silenzio io e Fred. Poi lui ha detto: Ti avevo detto che quel rumore forte, così forte…
Eh? ho detto io, che rumore?
Lui non ha risposto, io ho ripetuto: Ma di quale rumore stai parlando, Fred?
A un certo punto è suonato il telefonino, erano Aldo e Vincent, due amici di Fred che mi hanno chiesto se siamo ancora svegli, vogliono fare un salto qui. Io ho detto certo che sono ancora sveglia, e anche Fred, più o meno. Quando sono arrivati non c’è più niente da bere, così siamo usciti nella notte parigina in cerca di un bar o di un negozio arabo ancora aperti. Fred ci aspetta a casa, stonato dal suo regime di tranquillanti, fumo e alcol. Quando siamo tornati ha detto che voleva mostrarci una provvista di pillole che ha dentro una bustina di plastica, ma la bustina gli è cascata dalla mani rovesciando le pillole sul pavimento. Ha cercato di raccoglierle ma nello stato in cui è non è riuscito a tirarne su più di un paio. Mi sono detta che le avrei raccolte l’indomani.
Abbiamo aperto una nuova bottiglia di vodka Poliakoff, l’abbiamo allungata con dell’aranciata e ci siamo seduti tutti mentre la radio sintonizzata sul canale di musica classica spargeva delle note molto tranquille di un flauto e una chitarra. Abbiamo cercato di raccontare a Aldo e Vincent lo svolgimento della serata. Parliamo piano, quasi sottovoce, per paura della padrona di casa e della pula. Io ho continuato a sorseggiare la mia Poliakoff allungata, ma più parlavo, più tiravo giù la vodka, più ascoltavo la voce strascicata di Fred e più mi veniva voglia di rimettere la musica a tutto gas. A un certo punto Aldo e Vincent stavano raccontando qualcosa sulla loro serata e io, in preda all’ispirazione, al tremito e all’alcol, mi sono rivolta a un poliziotto immaginario che si è materializzato qui nella mia baracca, davanti agli occhi della mia mente, e mi sono sentita piena di rabbia per via dell’arroganza della polizia e dei loro manganelli e di tutto quello che non mi va giù del mondo. E a quel punto ho gridato: Ma vaffanculo, va’.


Rossana Campo


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