Questa notte ho inventato un film.    
    Mi ero svegliata, non di colpo ma tranquillamente, quasi fosse naturale per il sonno esaurirsi alle tre del mattino, come un motore che si spegne. Ho toccato il materasso al mio fianco, anche se ormai sono due anni che mio marito non abita più con me.
    Mi sono alzata e ho messo la mia vecchia vestaglia; poi ho aperto la porta della stanza e sono uscita nel corridoio, al buio. Quando vado a letto sento il bisogno di chiudere la porta della camera, anche se so che questo non mi protegge da chi potrebbe venire da fuori. Anzi, così è più difficile che possa sentire il rumore della serratura dell’ingresso, se qualcuno cercasse di forzarla. Perché, allora? È come nascondere la testa sotto la sabbia, e mettere il mio corpo addormentato in mano ai ladri e agli assassini, agli uomini che escono dalle tenebre. Mi fa paura pensarci.
    Sono entrata in soggiorno, a luci spente. Dalla portafinestra veniva il chiarore dei lampioni. È passata un’auto, fuori, e al rumore del motore è seguita una scia, come la coda di un’umida cometa. Allora ho scostato le tende e ho visto che pioveva: c’era vento, e le gocce fitte e leggere scendevano oblique e disegnavano un’aureola intorno al lampione.
    Dovevo sbrigarmi. Stavo già dimenticando i particolari di quella strana storia, che al momento del risveglio avevo visto così chiara davanti a me, come se l’avessi sognata – eppure non era un sogno: era nata per sbaglio, come una bolla d’aria nel diaframma tra il sonno e la veglia. Ho riaccostato la tenda, lisciando l’orlo stropicciato, e sono tornata in camera.
    Ho scritto il film (la sua trama, voglio dire) alla luce dell’abat-jour.
    Rileggendolo, vedo che è breve. Anche se il regista che forse un giorno lo girerà sarà tanto bravo da farlo lento, tutto punteggiato di pause misteriose, credo che non potrà mai durare più di un’ora. Basterà? E per cosa?
    Non so neanche perché lo chiamo film. A chi lo darò, adesso? Chi lo leggerà? Io non conosco nessuno.
    So che è scritto bene. Sono sempre stata brava a scrivere. Questo è stato molto importante quando ero ragazzina. Allora la scuola era un’avventura, e i miei professori parlavano di me e facevano sorridere mia madre. Poi è diventata più importante la bella curva del mio seno, le mani che nascondevo sotto quei maglioni sformati, dalle maniche lunghissime. E poi, nemmeno più quella.
    Il titolo del film significa che è il primo che scrivo, ma è anche legato alla storia che racconta.
    Questo doppio senso del titolo mi commuove, perché mi sembra di  vedere solo adesso quanto il film, che a prima vista pare estraneo ai miei dolori e ai miei pensieri segreti, sia invece nato da loro, e li rappresenti in una forma che solo io posso capire. Ma questo agli altri non dovrà importare.
    Eccolo.

«Il primogenito»

«Luogo: Milano, o una qualsiasi città del Nord. Tempo: inizio autunno.
    «Una famiglia composta da padre, madre e figlia va per la prima volta a visitare una coppia di mezza età, conosciuta due mesi prima durante le vacanze in riviera.
    «Entrati in casa e scambiatisi saluti e complimenti, gli ospiti chiedono notizie del figlio degli ospitanti. In spiaggia, i due simpatici signori avevano parlato moltissimo del ragazzo, stuzzicando la curiosità degli interlocutori anche per via di uno strano capriccio: lo chiamavano “il primogenito”, pur essendo figlio unico. Purtroppo, rispondono i padroni di casa, il figlio non potrà cenare insieme a loro perché si è sentito poco bene. Una cosa da niente… ma, insomma, ora dorme nella camera da letto al piano superiore.
    «Gioie e inconvenienti della paternità rimangono il tema della conversazione, mentre gli ospiti si accomodano nella sala da pranzo, arredata con mobili orrendi, e la signora dai capelli grigi va e viene tutta allegra dalla cucina, preparando la tavola.
    «Certo, avere figli, crescere con loro è la massima felicità per chiunque. Di più: è il prolungamento della propria esistenza, una consolante illusione di immortalità.
    «Con un risolino imbarazzato, i due svelano solo adesso, finalmente!, il motivo per cui chiamano “primogenito” il figlio. È perché amano immaginare di averne anche altri, dispersi in paesi lontani ma sempre carne della loro carne, tracce e semi della loro vita.
    «Gli ospiti sorridono, annuiscono, si scambiano occhiate divertite come a dire: Eh, questi padri e queste madri, la loro follia! La ragazza si guarda intorno. Le capita spesso di uscire con i suoi, e in questo periodo è di nuovo sola; settembre è calato come un coltello sulla sua prima storia con un ragazzo. Però che noia, questa gente…
    «A un certo punto la padrona di casa annuncia che adesso salirà nella camera del figlio, per vedere come sta. Gli ospiti si offrono di accompagnarla, insistono. Dopo qualche manfrina e uno sguardo d’intesa col marito, la donna acconsente a portare con sé l’altra signora.
    «Le due madri salgono e scompaiono alla vista.
    «Nella sala da pranzo il dialogo continua. La ragazza, tanto per fare qualcosa, domanda all’ospitante se non ci sia da vedere una fotografia del misterioso figlio. Con un sorriso, picchiandosi una mano sulla fronte, l’uomo risponde: Ma sì, certo!, e porta lei e il padre in un angolo della sala. Appoggiata su una credenza, una fotografia incorniciata viene inquadrata solo da dietro. Padre e figlia vi si fermano davanti, fissano la foto, si scambiano uno sguardo perplesso. Mentre la ragazza soffoca una risata, il genitore sembra turbato e guarda verso le scale.
    «Un minuto dopo, un rumore di passi sui gradini ed ecco ricomparire la signora ospitante, sola. Spiega che il ragazzo è sveglio e si sente un po’ meglio. Scendere no, ma almeno potrà mangiare qualcosa. Meno male! Lui e la signora ospite hanno subito simpatizzato e la donna è rimasta a fargli compagnia.
    «Più allegra che mai, la padrona di casa entra nella cucina per preparare al figlio un buon piatto leggero. In sala il marito alimenta la conversazione infilando una scemenza dietro l’altra, mentre l’ospite sembra pensieroso.
    «La signora esce dalla cucina con un vassoio e propone alla ragazza di salire insieme. Lei si alza volentieri, ormai non ne può più di stare lì e allora tanto vale conoscere il famoso primogenito, specie dopo aver visto la foto. Ma il padre le appoggia una mano sul braccio e la stringe così forte da farle male, costringendola a rimettersi seduta. Insiste per salire lui al suo posto, con un pretesto qualunque.
    «A questo punto anche l’altro uomo si alza e toglie il vassoio dalle mani della moglie. Il suo amico ha ragione: basta omaggi donneschi al principino! Eh, che cavolo! È giusto che il ragazzo riceva una visita maschile, prima che tutte queste signore e signorine gli facciano una testa così con le loro chiacchiere.
    «I due salgono, e spariscono fra le ombre della scala.
    «Mentre la donna, in silenzio, finisce di apparecchiare, la ragazza rimane sola in sala da pranzo. Adesso anche lei è perplessa. Si volta e lancia un altro sguardo alla fotografia, sempre inquadrata da dietro.
    «Infine la signora si siede al suo fianco, e le parla ancora di quanto sia importante per una famiglia rimanere uniti, di quale gioiosa luce si sprigioni da persone che si amano. Ah, ma che parlo a fare? Questi discorsi sono inutili: lei è sicuramente la più affettuosa bambina del mondo, lo si vede bene, e ripaga con amore le cure dei genitori. Come sarà difficile separarsi, quando verrà il giorno! E c’è perfino da augurarsi che il distacco avvenga perché la famiglia si arricchisce di un marito o di una moglie, di nuovi cuccioli da crescere, e non per altre cause! Il mondo è così brutto. La vita è diventata complicata, complicata. Chi può dire di conoscere gli altri? Il mondo è troppo brutto, oggigiorno. Troppo.
    «Ormai tra le parole carezzevoli, la voce alterata e il volto indurito e irriconoscibile della donna si è aperta una contraddizione spaventosa. La ragazza, incapace di sostenere il fuoco di quegli occhi sotto le palpebre pesanti, guarda più volte verso le scale.
    «Il marito della signora riappare, solo.
    «Senza sedersi, si ferma davanti a lei e la fissa per qualche istante senza parlare.
    «Il figlio sta bene, e gli ospiti stanno tutti e due chiacchierando e scherzando con lui. Non si aspetta che la ragazza. E la cena?, domanda lei, indicando la tavola imbandita – una domanda qualsiasi, la più stupida, la più ragionevole, come appoggiare la mano a un muro perché sai che solo lì non troverai il vuoto. Per la cena non c’è fretta, replica la signora, alzandosi e prendendola per un polso. Una così bella figliola, che dio la benedica! Ma il primogenito è almeno in ordine? Le era parso tanto spettinato, prima! E che odore di chiuso in quella stanza… Ma sì, ma sì, la rassicura il marito, facendosi da parte mentre la moglie guida la giovane ospite alle scale, tenendola per un braccio. Le due donne salgono i primi gradini, l’uomo le segue. La ragazza si volta, ma sopra ci sono i suoi ad aspettarla, anche se lei ora non li vede né li sente, mentre qui ci sono gli occhi dell’uomo, la bocca sorridente con i denti bianchi e regolari. Ah, che splendida serata, che bel ritrovarsi! Avevi paura per la cena? Non la porta via nessuno, stai tranquilla!
    «I tre scompaiono.
    «La macchina da presa si muove nella stanza, fissando il suo occhio geometrico su quadri, piatti, suppellettili, mobili, sedie.
    «Infine, ritrova la fotografia. Le si avvicina da dietro, la corteggia, l’accosta. La aggira.
    «La cornice, inclinata sul legno lucido della credenza, è vuota.
    «La macchina da presa indugia solo un attimo. Poi si sposta verso la parete. Arriva ai piedi delle scale, comincia morbidamente a salire. Senza sussulti, senza tremiti.
    «L’immagine si arresta. Il film è finito.»

Sì, è finito. Finisce qui.
    Fuori ha smesso di piovere, forse. Da qualche parte nella casa un orologio batte le quattro. Appoggio i fogli sulla scrivania, spengo la luce e mi sdraio sul letto, allungo di nuovo la mano come per cercare chi non c’è.
    Chiudi gli occhi, bambina, chiudi gli occhi.
Chiudi gli occhi…


Raul Montanari


Vedi +

Smemoranda 2012


Vedi +