In genere, lo sai, passo le giornate aspettando che lui telefoni. Non mi muovo di casa perché potrebbe sempre telefonare. A volte telefona alle undici di sera, a volte a mezzogiorno o alle nove del mattino mentre sto decidendo se lavarmi i capelli oppure no. A volte passa una settimana o più che non telefona. Ma quando succede, Roberta credimi, è lo sconquasso dell’universo. Mi dice: ci vediamo? E io corro come un cane ovunque lui mi dica. Di solito ci troviamo in un certo bar della periferia a prenderci il cappuccino. Un lungo, fumoso cappuccino spumante.
Capisci quindi che non mi posso muovere. È anche per questo che ci vediamo così poco io e te, però guarda, ti giuro, tu per me sei proprio un’amica vera, sai di quelle che possono dirsi non importa, vediamoci o no fa lo stesso. Amiche mentali, ecco.
Dici che mi basterebbe un cellulare, lo so, ma come spiegarti? Mi sembrerebbe troppo facile, invece le cose te le devi un po’ guadagnare, no? Quando proprio mi occorre uscire, faccio in un lampo e torno subito; mi risistemo buona in camera e aspetto. Non proprio attaccata al telefono, sarebbe troppo lampante che cosa vivo a fare: vivo aspettando le sue telefonate, è naturale. Diciamo che metto un po’ di distanza, cioè mi sdraio sul divano, e guardo il soffitto; ci disegno dei cerchi concentrici bellissimi, con la mente, ovvio. Questo lo so fare benissimo. Il gioco è che i cerchi non si tocchino mai, neanche per sbaglio.
Studiare no, non studio più, perché mi distoglierebbe dalle telefonate. E poi ormai cosa studio a fare? Tanto non diventerò mai niente. Faccio solo finta, col libro aperto davanti, se no mia madre urla: vuol tanto che mi faccia una posizione, poverina. Tu invece: non solo ti sei laureata nei tempi giusti, ma sei ormai una chirurga affermata. Perlopiù ti penso intabarrata di verde mentre apri la pancia a qualcuno e con la mano per aria chiedi nervosamente le pinze. Modello medici in prima linea; lo so, guardo troppa tivù.
E invece sai cos’è successo? Che ieri ero lì che mettevo in ordine i francobolli e lui mi chiama: “Ciao,” mi fa “andiamo a Venezia?”
Così. A Venezia, io e lui. Un viaggio, ti rendi conto? Non sono mai stata a Venezia, lo so che è pazzesco alla mia età, ma è così. Perciò m’è sembrato che mi girasse il soffitto come un’elica in testa, e mi son messa subito a preparare le valigie: tre giorni a Venezia, capisci?
Ho solo due problemi: cosa dico a mia madre e se mi porto il pigiama o la camicia da notte. Sì, lo so quel che pensi, che una a trentott’anni sarebbe libera di andarsene con chi vuole senza rendere conto alla mamma. Ma io non sono capace di dirle: ciao, me ne vado tre giorni a Venezia con un uomo che non è il mio fidanzato e non parlerà mai di sposarmi. Lo sai che mia madre vuole che mi sposi. Dice che una ragazza che non si sposa è come una terra senza l’acqua. Non è per il matrimonio, anch’io non ci credo granché, ma è che mi si ficca in testa questa foto del deserto, con la terra tutta secca e spaccata, e nelle screpolature mi ci vedo intrufolarsi lucertoloni e scarafaggi schifosi, e a me non piace per niente essere quella terra lì.  Comunque ho detto a mia madre che andavo a Venezia con te, tanto tu mi copri sempre.
Per il resto non so, io preferirei il pigiama però l’unico decente ha degli orrendi pappagallini stampati. Anzi no, dei tucani. Come si può andare a Venezia con un pigiama a tucani?
Bene, poi sai cos’è successo? Che lui mi richiama e mi dice: “Non andiamo più a Venezia, ti spiace Sai, non posso… Però se vuoi, possiamo farci un giro per Asti”
Asti!
Un giro, dice, un giro! Non un viaggio, un giro. Un giro è un viaggio? No. E Asti è Venezia? No. Però cosa vuoi, meglio che niente, e Venezia pazienza, un giorno o l’altro ci andrò, no?
Ad Asti siamo arrivati nel pomeriggio. E abbiamo fatto un giro.
C’è una strada che costeggia mi pare la ferrovia. Con un muro di lato, o un’inferriata o una rete, non so, qualcosa di brutto e triste lungo cui andare. Abbiamo passeggiato lungo quella cosa lì per un’ora o due, poi abbiamo preso uno stupendo fumante e cremoso cappuccino che ci ha fatto da cena, e siamo andati in albergo.
Mi sono messa il pigiama a tucani, cos’altro dovevo fare? Lui mi ha rimboccato le coperte, è stato a lungo con me e poi mi ha salutata: “Devo andare, lo sai”.
Lo so. E lo sai anche tu. Il problema – e sarebbe il terzo problema – è che lui ha una ragazza. Anche simpatica. Ce l’ha da dieci anni e io la conosco benissimo. Abita ad Asti.
Prima di andarsene, lui mi accarezza. Mi prende i capelli da destra e me li sposta tutti a sinistra, per palparmi la nuca. Mi tiene le dita larghe sulla pelle del cranio, e a me sembra di essere contenuta tutta in una specie di scodella calda: la sua mano. Ecco, per esempio, vorrei chiedergli: perché mi accarezzi, scusa?
Lo so come la pensi, Roberta, me l’hai detto un milioncino di volte che avere un solo uomo nella vita è una cosa da trogloditi, e che la nostra generazione viene da quel benedetto sessantotto e quindi l’abbiamo imparato che la coppia un corno, è tutta una faccenda molto più articolata; dici sempre così: articolata. Mi fa pensare agli articoli e agli artigli tutto insieme.
Ma io… Ad esempio perché mi accarezza visto che ha un’altra da accarezzare, scusa? Come fa ad accarezzarne due? A fare questo stesso gesto ad un’altra, di spostarle i capelli da destra verso sinistra e poi la mano calda come una scodella, come fa?
Dici che la mia è una domanda stupida. Una specie di questionario commerciale, tipo: “scusi, lei perché usa le spazzole con la punta dei peli morbida e non rigida?”. Non lo so. Non guardo mai la punta dei peli delle spazzole. In questo momento poi, mi sembra di non usarle nemmeno, le spazzole.
Una vita senza spazzole. Si può?
Ho dormito benissimo, ma alle sei mi sono alzata, era già chiaro e non faceva più caldo. Lui non era ancora tornato. Ho preso il primo treno, mezz’ora: uno sputo di viaggio Asti-Torino.
Mi chiedo solo se lei sa di me. Io so di lei e quindi lei deve sapere di me. Ma saprà anche che io so? E se non sapesse? È in vantaggio chi sa o chi non sa? Ma vantaggio su di chi, vantaggio per cosa?
Il problema è solo che non so mai se stiamo insieme anche noi, lui ed io. O se lui sta solo con l’altra. No, io credo che stia anche con me. Allora posso dire che ho un uomo. Ho un uomo? Penso di sì, infatti a volte mi telefona e a volte ci vediamo anche. Prendiamo tantissimi cappuccini, ad esempio. Quindi io ho un uomo. Mi chiedo però come lui possa essere il mio uomo, se è l’uomo di un’altra. Mica per nulla sai, è solo che a me piacerebbe molto ogni tanto cuocergli anche una fettina al burro, tutto lì. Come si fa tra gente che sta insieme. Ma sono banalità, lo so che la vita è un’altra cosa e va già bene se ogni tanto lui mi chiama.
Il fatto è che io oggi mi sento come quando ti entra un calabrone in camera, ed è per questo che m’è venuta voglia di parlarti, Roberta, almeno così, mentalmente. Te la figuri la scena? Estate, pomeriggio, afa, sonnolenza, tu ti abbatti sfatto sul letto, la finestra spalancata e di colpo… il calabrone! Grosso come una casa. E la finestra è sempre lì, è la stessa da cui è entrato ed è ugualmente spalancata, non un decimetro di meno, eppure vedi che ora non la trova, non riesce più a uscire, e tu glielo vorresti dire: stupida bestia di un calabrone, non la vedi la finestra aperta, non la vedi? Perché ti sfianchi contro la parete, e batti sul vetro e impazzi contro i mobili e a momenti mi vieni addosso, cosa fai, perché accidenti non esci?
Ecco, mi sento così io oggi.
È che m’è nato d’improvviso un quarto problema: temo che sia tutta colpa dei tucani. Un sottile pensiero, un piccolo incubo che mi si disegna sul soffitto in mezzo ai cerchi concentrici. Va bene, credo che oggi uscirò: andrò a comprarmi un bel pigiama tinta unita.
Però… e se poi lui telefona?


Paola Mastrocola


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Smemoranda 2002


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