Il samurai silenziato

di Cristiano Cavina su 12 mesi - Smemoranda 2014





Molte generazioni di ragazzini di Purocielo avevano combattuto contro il Samurai Silenziato.

Erano ragazzi che crescevano alla stato brado, piuttosto stropicciati, e trovavano spassose un sacco di faccende alle quali i loro coetanei dei nostri tempi non prestano più attenzione.

Del resto, di telefoni cellulari, Playstation e computer che tenessero occupati i loro fenomenali pollici opponibili non ne erano ancora stati inventati e i genitori non li tenevano sempre sotto controllo, come fossero stati dei caveau ricolmi d’oro zecchino.

Erano legati a un guinzaglio molto più lento, che li lasciava liberi di scappare un po’ ovunque e di infilarsi a testa bassa in ogni genere d’impresa.

Spesso, sgambettavano intorno al Samurai Silenziato.

Era un uomo dalla faccia rugosa tenuta insieme da un paio di malandati occhiali neri,  con lenti unte e spesse come un fondo di damigiana.

Intorno alla quattro ossa con cui era assemblato, veleggiava un vecchio impermeabile verde, foderato con una pelliccia giallastra; quando camminava, le falde dell’impermeabile svolazzavano come ali di pipistrello.

Era un anziano che pellegrinava senza sosta per le vie del centro storico di Purocielo: dallo spaccio di Bruscò dove si riforniva a grandi gesti di N80 senza filtro, fin su alla piazza della chiesa, passando per il lavatoio pubblico di via Sorgente, per Piazza Sorniani e lungo Via Ceronesi.

A volte tagliava per i vicoli che sbucavano in Via Fondazza, e costeggiava per tutto il suo perimetro le mura di pietra del convento dei frati Cappuccini.

Nei giorni di vento, le falde dell’impermeabile sbattevano nell’aria e i ragazzi lo sentivano da un chilometro di distanza; si avvicinava con un ruomore da pterodattilo.

In questa sua ronda incessante da antico predatore, era accompagnato da un piccolo cane di razza incerta, con la coda arricciata come un punto interrogativo.

Nonostante la miseria della stazza, era il cane con il ringhio più feroce dell’intero comune.

Generazioni di ragazzi si erano tramandati la leggenda che cinque gatti si fossero suicidati solo a vederlo, lanciandosi a peso morto giù dalla riva del fiume.

Una macchia scura di sambuco mal interpretata nel basamento di cemento in fondo alla riva era la prova lampante di questa leggenda.

L’anziano con l’impermeabile verde era muto, e si spiegava con strani versi della gola, gesticolando con le mani in alto sopra la testa; quando comprava le N 80 allo spaccio di Bruscò sembrava un maestro di arti marziali alle prese con uno studente ottuso, al quale non riusciva proprio a spiegare una nuova mossa segreta.

Per questo i ragazzi lo chiamavano il Samurai Silenziato.

E non credevano affatto che fosse muto: era tutta una tecnica per cogliere i nemici di sorpresa.

Quando circumnavigava le mura del convento dei frati, i ragazzi gli tendevano delle imboscate.

Giocavano a calcio, dentro quel cortile, e sapevano quanto il Samurai Silenziato e il suo cane odiassero i palloni.

Quando passavano, annunciati dallo sbatacchiare dell’impermeabile, gli facevano piovere addosso la palla.

Il cane prendeva a saltare sulle zampe tese, ruotando come una trottola, mentre la faccia del Samurai Silenzito si deformava in orribili grida senza alcuna voce dentro.

I ragazzi fremevano di paura e piacere.

Con le mani che gesticolavano sopra la testa sembrava uno di quei soldati giapponesi dei film,rimasto difendere un’isola deserta molti anni dopo che la guerra era finita.

“Samurai! Samurai Silenziato!” gli urlavano dietro, affacciandosi dall’ingresso del cortile.

Quando li individuava, il muto gli aizzava contro il cane, spedendolo con una fluida pedata verso di loro.

Girandosi, l’impermeabile lo seguiva con una ampia ed elegante rotazione, come quella del matador con il velo rosso prima dell’ultima stoccata.

I ragazzi correvano strillando a barricarsi dentro al gabinetto pubblico all’interno del cortile.

Chiudevano la porta e aspettavano.

Era una porta chiazzata di ruggine, che solo ai bordi conservava l’antica vernice azzurra.

All’altezza degli occhi, si apriva una grata di ferro.

Il bagno consisteva in un breve corridoio che terminava davanti a un lavandino sporco sormontato da uno specchio; a destra e a sinistra erano stati ricavate due piccole rientranze poco più grandi delle turche che ospitavano.

I ragazzi di assiepavano sulle turche e, guardando lo specchio, tenevano sotto controllo la porta.

A turno, uno alla volta, qualcuno doveva andare a controllare che il chiavistello non scivolasse via.

Si sentivano le falde dell’impermeabile avvicinarsi, come planando, poi scendeva il silenzio.

Proprio quando i ragazzi cominciavano a riprendere fiato, uscendo dai due bagni, le unghie del cane graffiavano la vecchia porta, rimbombando, e il suo muso che schiumava dalla rabbia balzava su e giù attraverso la grata di ferro.

Solo i più coraggiosi, a quel punto, riuscivano ad avvicinarsi alla maniglia per controllare il chiavistello.

A volte, per spavalderia, qualcuno correva il rischio e finiva con il trovarsi di fronte alla faccia rugosa del Samurai Silenziato, alla sua bocca sdentata aperta in un silenzioso grido e ai suoi malconci occhiali neri, illuminati dal riverbero rosso della ruggine che impestava la grata.

In inverno, il Samurai Silenziato teneva il cappuccio sulla testa, e la visione era così terrificante che i ragazzi scappavano dentro alle turche, finendo con i piedi nella sporcizia secca che le intaccava perennemente.

Il terrore, con il passare dei minuti, lasciava il posto a una sottile paura, e i ragazzi immaginavano di giocare alla guerra e di essere prigionieri dei giapponesi.

Sapevano anche che la domenica mattina, prima di servire la messa – tutte quelle generazioni di ragazzi erano formidabili chierichetti –  avrebbero dovuto confessare all’arciprete di averlo disturbato, anche se restavano molto sul vago e ammettevano solo di aver rotto le scatole agli anziani, a grandi linee.

Io ero uno di quei ragazzi. 

Quando morì, l’arciprete mi scelse per accompagnarlo a recitare il rosario a casa sua, durante la veglia prima del funerale.

Entrai nel suo piccolo appartamento a testa bassa, neanche fosse un tempio.

Mi ero aspettato di trovarci spade giapponesi ricurve e letali stelle ninja, invece c’era solo la solita roba che ci si aspetta di trovare in qualsiasi casa.

Lui era sdraiato sul suo letto, bene composto e vestito della festa.

Il cane ringhioso era accucciato in grembo a una delle sue figlie; aveva perso anche lui i poteri speciali dei bei tempi; era solo un piccolo cagnolino di razza incerta con la coda a forma di punto interrogativo.

Gli avevano messo la dentiera e un paio di occhiali nuovi; non era più lui, era davvero morto.

Stringeva una coroncina del rosario, e mi rincuorò pensare che nelle sua mani, ovunque fosse andato, quella sarebbe diventata un’arma terribile.

Quando uscimmo, vidi appeso all’uscio l’impermeabile verde.

Le falde pendevano come una bandiera ammainata.

Il terribile Samurai Silenziato aveva appeso il costume al chiodo, come capita anche ai super eroi più grandi, e nessun altro lo avrebbe mai indossato.

Non ne nasce più, di gente di quella stazza li.


Cristiano Cavina


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