Al mare, in un bar del porto davanti al molo, ho visto un uomo con il costume, i sandali e una maglietta bianca. E fin qui, niente.
Ma sulla maglietta in un angolo a sinistra c’è stampato un bel topo nero, di profilo.
Poi l’uomo si siede al tavolino accanto a sua moglie e alle sue bambine. Sedendosi, mi dà le spalle e io leggo sulla schiena della sua maglietta: TOPONE.
Non è meraviglioso?
Ricapitoliamo: un uomo con una maglietta bianca al mare con famiglia. Bar di fronte alle barche mollemente ondeggianti. Topo nero disegnato davanti. TOPONE scritto dietro.

Dicono che l’osservazione sia tutto. Ultimamente lo insegnano nei corsi di scrittura ai giovani: andate e osservate. Ci sono maestri che invitano gli allievi ad affacciarsi alle finestre dell’aula e a restare lì così, affacciati, per almeno due ore. Altri che conducono personalmente gli allievi attraverso le bancarelle dei mercati popolari perché vedano dal vivo il pulsare della vita.
Il passaggio successivo è – credo – che poi si scriva quel che si è osservato.
Strane forme di sopravvivenza delle poetiche realiste. Forse abbiamo fatto troppo Verga a scuola.
Non so. Dico solo che probabilmente non dovrebbe essere così immediato. Scrivere è appunto il segno di una digestione avvenuta e dimenticata: tu hai osservato in un tempo emotissimo, hai dimenticato tutto e hai abbondantemente digerito. Punto. Stomaco sgombro, quindi scrivi.
Se no, vomiti.

L’altro giorno stavo guidando alle quattro del pomeriggio in una zona della periferia. Gran caldo, gran traffico. A un certo punto mi blocco in coda e guardo su.
Di nuovo, eccomi lì: osservo.
Tutti casermoni alveari color grigio-crema slavato. Poi la vedo: altezza più o meno terzo quarto piano, esce una signora sul balcone con la sigaretta in mano. La tiene in alto, pronta a portarla alla bocca. Invece no, la abbandona sul davanzale. Poi si spoglia.
Si sbottona la vestaglietta a fiori, bottone dopo bottone, e se la sfila. Rimane in mutande e reggiseno.
Alle quattro del pomeriggio di un giorno assolato afoso di fine giugno, sul balcone di un condominio di una via piena di traffico della città: in mutande e reggiseno. Riprende la sigaretta e si muove un po’ così, su e giù per il balcone, con la pancia bianca leggermente sporgente.
Poi si sdraia. Credo che avesse prima disposto a terra, sulle piastrelle infuocate del balcone, un telo. Credo che sia un normale asciugamano da bagno, o il tappetino non so. È lì che si stende: prende il sole. Il sole in città. Sdraiata sul suo balcone. E adesso nessuno più la vede dalla strada, neanche a levare in alto lo sguardo, non si vede più nulla dal basso, s’è tutto appiattito sul pavimento, la sua pancia bianca, la sigaretta, le mutande e reggiseno, anche la sigaretta.
Che cosa spinge una donna a mettersi seminuda sul balcone a prendere il sole? Si potrebbe dire: il caldo, o la voglia di vacanze. Certo, tanto, una volta stesa giù, è uguale. È tutto uguale. Tu puoi essere sulle mattonelle di un condominio o su una spiaggia caraibica, ma quando chiudi gli occhi e il sole ti brucia, è la stessa cosa. Il problema è solo il prima e il dopo, l’attimo prima di stenderti e l’attimo in cui ti alzi: allora lì sì che ci vuole coraggio.
Forse questa donna è depressa. Suo marito la picchia e suo figlio si droga. O suo marito si droga e suo figlio la picchia. Oppure: suo marito la trascura e ha messo su pancia, e allora lei si vede ogni tanto con il verduraio sotto casa. E quindi si mette in mutande e reggiseno per prendere il sole sul balcone, così è un minimo abbronzata e fa più bella figura col verduraio.
Noi alle cose ci mettiamo sempre il famoso nodo causa-effetto. Un bel fiocchetto e via, stiamo più tranquilli. Non potremmo osservare e basta? Cosa ce ne importa del perché uno si mette in mutande, sono fatti suoi. E invece subito a chiederci: e come mai? cosa c’è sotto?
Magari non c’è niente. E se anche ci fosse, non potremmo lasciarlo sotto, quel che c’è sotto.
Prendiamo per esempio un ragno. Un normalissimo ragno. Ci sarà capitato cento volte di osservare un ragno in un angolo della nostra casa, no? Ebbene, quello che vediamo è un animale aereo, sospeso nel vuoto, esili veloci zampe che s’inerpicano su cosa? Sul nulla. Su una linea retta immaginaria. Soltanto immaginaria… Ma a noi non basta immaginare, noi vogliamo vedere. Non ci piace questa creatura così sospesa nel nulla, intanto perché ci dà l’idea del nulla e questo è insopportabile; secondo, perché allora dovremmo anche credere all’asino che vola e a noi non va di passare per stupidi creduloni col naso per aria. Allora andiamo a vedere se il filo esiste. Potevamo astenerci. E invece noi ci andiamo, e lo scoviamo quel filo, e ce ne torniano sereni ai nostri affari bofonchiandoci mentalmente: bene, quell’odioso ragno non è affatto sospeso nel nulla, si sta normalmente arrampicando al suo filo, il mondo funziona perfettamente e quindi tanti saluti a tutti.
Peccato.
Peccato perché forse migliaia di asini volano davvero sopra di noi, ci sfiorano i capelli, ci passano accanto, e noi niente, non li vedremo mai perché non troviamo il filo che li regge.

Ma non è solo questo. È che uno non pensa di essere visto.
Secondo me, la donna in mutande, quando s’è spogliata, non pensava affatto di essere vista. Uno, quando è sul proprio balcone, al terzo o quarto piano di un condominio, non pensa che la gente tiri su il naso e guardi. Soprattutto gente che guida giù in strada come me, il braccio fuori dal finestrino per il caldo, il clacson pronto a strombettare a quello davanti che, non si sa perché, ha rallentato, si è fermato, non si è più mosso di un metro.
Infatti, quando posteggiamo normalmente l’auto, prima di scendere può succedere che ci mettiamo le dita nel naso o ci togliamo un sopracciglio di troppo con la pinzetta. Pensiamo che nessuno ci veda. E invece la commessa dell’oreficeria, davanti alla quale abbiamo posteggiato, ferma e inoperosa dietro i vetri ci sta guardando. Lo sappiamo? No.
Perché?
Perché siamo monadi. Chiusi ognuno nella sua scatola, che sia il balcone o l’auto, fa lo stesso: scatole. Non è vero che siamo una collettività, siamo entità singole disperse. Non c’è nulla di collettivo in quel che facciamo. Anche la spesa al supermercato, anche se è un supermercato superaffollato: ognuno è chiuso a pensare se, al proprio figlio dodicenne che fa judo e forse la prossima gara finalmente la vincerà, è meglio comprare le merendine al cioccolato o uno yogurt alla fragola. Stiamo lì a meditare che forse è più energetico il cioccolato ma è più sano lo yogurt. Tutto così.
D’altronde, lo pensa la sardina pressata nella scatola di latta di essere vista da qualcuno? No. E noi uguale, facciamo come lei.
Anche il signor Topone non sa che io l’ho visto e se ne va ignaro e felice con la sua maglietta stampata in giro per questo ameno paese di mare.
Il fatto è che però io li ho visti, lui e la signora in mutande.
Loro sono ignari e felici, ma io?
Io adesso cosa me ne faccio di loro? Dove li metto? Me li tengo qui, non posso certo rimetterli al loro posto. Ora fanno parte di me, della mia vita? Non credo si possa dire così. Fanno parte solo dei miei occhi. E restano negli occhi o si espandono anche altrove? E se col tempo li dimentico, li metterò in un racconto? È per questo che li ho osservati?
E se loro hanno osservato me?

Intanto il bar del porto si è affollato. È pieno di gente che parla e sorbisce cappuccini guardando le barche.
Soprattutto si parlano tra di loro, perché si conoscono tutti e hanno tutti una barca. Forse si conoscono perché hanno la barca, e questo è una cosa che lega molto le persone tra di loro, credo. Come anche avere cavalli, giocare a golf, andare dalla stessa sarta.
Osservo.
Hanno tutti i pantaloni rossi, questi uomini con barca. Corti o lunghi fa lo stesso, ma rigorosamente rossi. Deve esserci uno strano legame: uomo con barca vuole pantalone rosso, qualcosa del genere che non colgo fino in fondo, ma pazienza: lo intuisco. Forse indossare il pantalone rosso è il segnale che tu possiedi una barca. Segnali in codice, linguaggi separati e via così. Ma tutti quelli che portano i pantaloni rossi hanno per forza una barca, o tutti quelli che hanno una barca portano per forza i pantaloni rossi?
Osservo.
Il fatto è che osserviamo anche cose che non ci piacciono. A me ad esempio non piacciono questi uomini con i pantaloni rossi. Glieli toglierei. Gliene metterei non so, un bel paio blu, o marroni. Ma soprattutto a ognuno un colore diverso, a qualcuno anche dei bei pantaloni rigati, per esempio.
A volte osserviamo cose moralmente o esteticamente riprovevoli. E allora ci succede che ci indigniamo. Male! Ci dicono che non siamo tolleranti.
Ma l’osservazione può essere disgiunta dal giudizio? O addirittura, deve essere disgiunta dal giudizio? Non diventiamo dei mostri se osserviamo e basta, senza giudicare? Non è mostruoso questo qualunquismo morale?

Il signor Topone se n’è andato.
Si è alzato insieme a sua moglie e alle sue due figlie, una per mano e l’altra nel passeggino perché è ancora piccola. Chissà come si chiamano.
Chissà se “topone” è un nomignolo intimo che gli ha teneramente affibbiato sua moglie. Se è così, perché lui accetta di renderlo così pubblico portandoselo stampato sulla schiena? Forse però gliel’ha fatta stampare lei quella scritta, e poi gli ha regalato la maglietta a Natale, e allora lui come fa a non metterla? Oppure è la marca di magliette all’ultima moda.  Oppure è una spiritosata in inglese, tipo top one.
Ha pagato, ha messo un braccio attorno al collo della moglie e si è piano piano incamminato verso il paese, per iniziare anche lui questa giornata di vacanza. Cosa farà? Andrà in spiaggia a spalmarsi di creme insieme alla famiglia, o si barricherà in casa a sonnecchiare?
Vedo la scritta TOPONE a poco a poco rimpicciolirsi, fra un attimo non la vedrò più.
Non sopporto che se ne sia andato.
Mi sento così sola, qui al mio tavolino davanti al molo.
Cosa faccio adesso senza di te, “topone”?


Paola Mastrocola


Vedi +

Smemoranda 2004


Vedi +