Il sogno americano

di Pietro Banas su 16 mesi - Smemoranda 1992





I due ragazzi si fronteggiano, uno sul marciapiedi, l’altro giù. Tutt’e due sono armati di pistola. Si guardano. 
Uno esita, l’altro spara. Oggi David Gilmore, l’incerto, è su una sedia a rotelle, paralizzato per il resto della vita.
Rientra nel crescente numero di appartenenti a bande giovanili di Los Angeles colpiti da una pallottola alla spina dorsale. Ha ventidue anni, è nero, spacciava cocaina per conto della sua gang, i West Side Hoover Crips.
Henry Barr, quarantasette anni, bianco, era convinto di poter tenere separate le proprie due vite: a Harrisburg in Pennsylvania quella di cocainomane in un giro dov’era quasi tutto oro quel che luccicava, a Washington, quella di alto funzionario dell’amministrazione Bush impegnato nella guerra all’uso illegale di droga. Non ci è riuscito. Oggi è in galera.
David e Henry. Età, colore della pelle, origini sociali e ambienti frequentati completamente diversi. Qualcosa in comune, però: entrambi si sono smarriti nel sogno americano. Stando al Devoto-Oli: “ideale sociale vagheggiato negli Stati Uniti, tendente all’egualitarismo in un clima di diffuso benessere”.
Terra terra: fama, ricchezza, sesso, potere. L’occasione che capita a tutti, basta saperla cogliere. Hollywood e Wall Street alla decima.
Un’affascinante invenzione. Basata su altrettanto seducenti menzogne propinate da presidenti, televisione, cinema, letteratura, perfino dai fumetti: i miti dell’individualismo, dell’indipendenza, della possibilità di scelta conditi quotidianamente con la SuperLeggenda che negli Stati Uniti non esistono classi sociali e che quindi la linea di partenza è uguale per tutti. Ma è anche un’invenzione diabolicamente astuta.
Salvo brandelli e scorie che vengono esportati, il sogno è un’esclusiva americana. Non esiste un sogno giapponese, o svizzero, o russo, o tedesco. O italiano.
Da noi, per esempio, prevale la fede: crediamo vere le cose rivelate da chi di volta in volta ci fa comodo.
Al contrario della fede, il sogno americano – proprio perchè‚ sogno – consente infinite variabili. Il che ha dei vantaggi: se ha un minimo di fortuna, uno nasce, cresce, invecchia e muore senza aver fatto in tempo a rimanere veramente deluso dell’inconsistenza dei vagheggiamenti della propria fantasia.
Il sogno americano è talmente solido da consentire riflessioni su fatti che sognare non fanno. Negli ultimi dieci anni i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri. Con (8000 omicidi in un anno nelle venti maggiori città è stato stabilito un nuovo primato dei morti ammazzati.
I ragazzini uccidono per un po’ di crack, per un giubbotto dei Giants, per una manciata di cent, per amore, per odio o senza ragione. A cinque anni, tra l’80 e il 90 per cento dei bambini di Harlem e del Bronx ha già assistito a una morte violenta. Le probabilità per un neonato nero di arrivare al primo compleanno sono la metà di quelle di un bambino bianco.
Non è più la televisione che mima quel che accade nelle strade, ma le strade che mimano i serial polizieschi tivù: Dio, quanto si spara. L’ostilità nei confronti di arabi ed ebrei è cresciuta dopo la guerra nel Golfo. La soluzione Nintendo verrà applicata a tutte le dispute politico-militari future. Ma perchè‚ torturarsi? 
Il sogno americano pesca in un passato visto attraverso filtri rosa, si autocorregge, si traveste, si cancella quando il sogno diventa incubo insopportabile. E si ripropone fresco di giornata: il buco in testa del Vietnam è stato tappato con sabbia del Kuwait, Charlie Brown vive e prospera da quarantun anni in un Paese che ha più del doppio di miliardari in dollari di quelli che ci sono in Giappone e in Germania, le nuove cugine di Barbie fanno slurp quando mangiano la minestra e ruttano quando l’hanno finita.
Il sogno predispone che al cinema ci si preoccupi per la salute di Rocky Balboa e si riviva in 135 minuti Jim Morrison dei Doors, mentre sul televisore scorrono immagini di sitcom in cui ragazzi neri vengono accettati nelle facoltà di medicina o legge di grandi università scelte da loro, oppure eleganti donne d’affari del Sud dopo aver parlato qualche minuto con delle operaie in sciopero si uniscono a loro dichiarando: “Siamo tutte lavoratrici”.
Il sogno bada a che le case editrici USA pubblichino 50.000 nuovi titoli all’anno e che grandi registi dirigano spot pubblicitari ispirandosi a grandi pensatori e scrittori: Stanley Kubrik/Platone per le scarpe sportive Nike, Brian De Palma/Raymond Chandler per le mutandine L’eggs Panty Hose, Steven Spielberg/Thomas Pynchon per la compagnia aerea United Airlines, Spike Lee/Jean Anthelm Brillat-Savarin per Domino’s Pizza, Tim Burton/Edgar Allan Poe per la margarina Promise Margarine, Woody Allen/Mark Twain per la compagnia di navigazione Carnival Cruise Lines, David Lynch/Francis Scott Fitzgerald per il profumo Obsession.
Il sogno fa in modo che nelle canzoni country le donne continuino a preoccuparsi dei loro uomini, e che gli uomini se la menino su passate infedeltà delle loro donne, vadano al bar, bevano e rievochino un’infanzia rurale piena di gente semplice e onesta e simpaticamente ottusa, e di terre libere, selvagge e non inquinate da fabbriche di bombe intelligenti.
Svegliatemi, per favore.


Pietro Banas


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