Il regista è steso sul letto in una stanza d’hotel nel centro di Milano. Quattro piani più in basso lo scrittore si sta facendo annunciare dal portiere. Lo scrittore sale in ascensore e percorre un corridoio buio che si illumina automaticamente al suo passaggio. Il regista, che nell’attesa ha acceso la televisione, si alza dal letto. E’ nudo. Si infila in fretta un paio di boxer e una maglia. Solo ora si rende conto che non ha più voglia di quell’incontro. Ne aveva voglia tre ore prima, quando ha chiamato lo scrittore al telefono. Ma adesso si sente svuotato. Gli succede sempre quando sta troppo addosso a un’idea, come se l’idea, all’improvviso, si sfiatasse. Appena il regista sente bussare alla porta, spegne il televisore e pensa che potrebbe rimanere immobile e aspettare fino a che lo scrittore non si sia andato. Ma poi decide di aprire.
Il regista e lo scrittore si abbracciano. Il regista si siede sul bordo del letto, lo scrittore su una poltroncina di fianco al frigo-bar. E’ chiaro che entrambi vorrebbero essere altrove, però si sforzano di credere che l’incontro sarà piacevole. Sorvolano diversi argomenti senza soffermarsi troppo su nessuno di essi. Comincia sempre così tra di loro: partendo da lontano. Ma a un certo punto lo scrittore teme che tutto si risolva in un’amabile chiacchierata e allora decide di prendere in mano la situazione.
“Parlami di quest’idea” dice, accavallando le gambe.
Il regista sente tornargli su qualcosa. Se non l’ispirazione di qualche ora prima, almeno la voglia di affrontare l’argomento.
“Pensa a un’opera lirica. Voglio un film retorico, eccessivo, e nello stesso tempo delicato, struggente. Hai in mente Malher? Un violino sottile che fai fatica a percepire e poi sbam: quaranta strumenti che partono all’unisono e ti fracassano le orecchie…”.
Lo scrittore cerca di tradurre in immagini quello che il regista gli ha appena comunicato. Sente che per poter dire qualcosa, però, ha bisogno di un appiglio più robusto a cui attaccarsi. La storia, per esempio; I personaggi.
“E la storia? I personaggi?”, fa lo scrittore.
“Non c’è fretta. La storia verrà da sé” dice il regista. “Ora serve che noi due entriamo in sintonia con l’umore del film”, e intreccia in maniera esplicativa le dita delle mani, come se una mano fosse se stesso e l’altra lo scrittore e lo spazio compreso in mezzo il film.
“Pensiamo a una città. Milano, per esempio. Milano potrebbe funzionare. Ségnalo prima che me ne dimentichi. E segna anche questo: 1) passeggiare per Milano 2) osservare 3) scambiarsi punti di vista”.
Lo scrittore pensa se è così che nasce un film. In maniera così impalpabile. Lo confronta a come nasce quello che scrive lui e si convince che sì, che alla fine tutto parte da una sensazione. Trattenere l’impressione e provare ad allargarne i bordi. Si fa così. Oppure si spruzza la sensazione intorno e si vede cosa accade, dove va a posarsi.
Lo scrittore prova a immaginare un personaggio che si muove tra le strade di Milano e all’improvviso gli viene in mente la Vanoni. Gli succede spesso quando pensa alla parola ‘Milano’. Le canzoni della Vanoni. Potrebbe essere un uomo che cammina per Milano e va a un appuntamento. Innamorati a Milano. La storia di due persone qualunque. Far scorrere le loro vicende in maniera parallela fino all’incontro, più o meno a metà film. Partire dalla canzone. Sviluppare il testo della canzone. Non l’ha fatto mai nessuno.
“Non te l’ho detto: il protagonista è un tossico”, fa il regista a un certo punto. “Un tossico o un ex-tossico, non so ancora di preciso”.
Lo scrittore prova a infilare un tossico dentro la canzone della Vanoni. Anzi, due tossici. Che si amano e si incontrano a una fermata della metropolitana. Una fermata periferica, da tossici. Il film comincia da qui. E’ stato lui, la prima volta, a convincere la fidanzata a farsi, ma adesso ha deciso di smettere e vuole persuadere anche lei. Ma perché una lei? Perché non una coppia gay? 
“Mi piacerebbe farlo cantare”, riprende il regista, che ha deciso di snocciolare le sue idee così, a strappi, prendendo a prestito certi sguardi di pura intensità. “Come se i suoi pensieri fossero canzoni”, aggiunge.
Acido, allora; pensa lo scrittore. Una versione acida di ‘Innamorati a Milano’. Il tema della canzone quasi irriconoscibile durante la maggior parte del film: calvario della fattanza e disintossicazione compresa. Solo alla fine, sui titoli di coda, compare la voce della Vanoni.
“Sapessi com’è strano… sentirsi innamorati… a Milano. Senza fiori, senza verde… senza cielo, senza niente, traaa la gente… taaanta gente”. 
Domenica pomeriggio. Quella canzone suona mostruosamente da domenica pomeriggio. Due tossici in una domenica pomeriggio invernale, con la gente allo stadio. Quella Milano lì, molto milanese. Da Palavigorelli. Estrema periferia, si diceva. Oppure una zona più centrale, ma comunque con quel non so che di anonimo che c’è in periferia. Piazzale Loreto. Perfetto. Il Mac Donald di Piazzale Loreto. Lì dentro lui cerca di convincere l’altro a disintossicarsi. Ma sbaglia se pensa di farcela sotto quelle luci al neon. E’ proprio per colpa delle luci, impietosamente asettiche e angoscianti, che l’altro non si lascia dissuadere. Non riesce proprio a vederlo quel futuro che il fidanzato gli prospetta. Non lo aiuta nemmeno l’hamburger morso per metà che tiene in mano avvolto nella carta oleata e che verrà ripreso più volte in dettaglio, come una natura morta.
Funziona, si persuade lo scrittore, che però non s’è ricordato che tutto questo i due attori lo devono fare cantando. Ma sì, cantando, si illumina. Con i clienti di Mac Donald che all’improvviso si alzano in piedi e intonano un coro, una specie di gospel pieno di speranza. 
“Direi proprio: ex-tossico”, lo interrompe il regista e annuisce compiaciuto. Quello che ha appena detto, almeno per il momento, sembra convincerlo al cento per cento.
“Non voglio un film che puzza di morte e un tossico in piena azione rimanderebbe subito a questo. E’ il ritorno alla vita il centro della storia. Con tutto la struggimento che una situazione del genere comporta. Cosa t’ho detto prima? Qual’è la parola d’ordine? Delicatezza, non dimentichiamocelo mai”.
Lo scrittore riparte da capo. Due persone all’apparenza normali si incontrano a Milano. I navigli a primavera. Il colore dell’acqua leggermente ritoccato in montaggio. Più verde di quello reale. Più da sogno. Nessuno può immaginare che i due sono ex-tossici. Solo quando la cinepresa li inquadra da vicino si riesce a scorgere un residuo di sofferenza che li sporca appena sotto gli occhi. Ma  sono proprio quei segni a caricare d’intensità i volti. Camminano lungo il canale. Controvento. Li seguiamo chiusi dentro i cappotti spinati, il bavero alzato. Anche se non parlano si capisce che si sentono vicini. Indivisibili. Tutta la strada fatta insieme. L’eroina ha fatto marcire ogni cosa meno la loro amicizia. Si sentono come se si fossero portati a spalla l’uno con l’altro. 
“Al centro del film c’è la solitudine del protagonista”, lo interrompe il regista. “Questo deve essere chiaro: LUI… E’… SO-LO. Niente relazioni sentimentali. Quelle sa già che deve aspettare ancora prima di averne. Per questo il canto deve essere quasi un monologo interiore”. 
La stessa scena però lui da solo, ricomincia lo scrittore, perché solo lui ne è uscito. L’amico è ancora a Piazzale Loreto a farsi. 
“Oppure, invece di una completa solitudine potremmo immaginarlo invischiato in una relazione sentimentale che il suo passato da tossico rende problematica”, fa il regista aggiustandosi i cuscini dietro la schiena. Improvvisamente ha la netta sensazione che fra un po’ tutto gli diventerà di nuovo insopportabile. Sente che non ce la fa più a stuzzicare quell’idea che avverte sempre più vuota, prematuramente avvizzita, in quella stanza che ora scopre opprimente, con l’apparecchio dell’aria condizionata incastrato nella parete di fronte al letto e le pesanti tende rosso porpora che nascondono la vista di altre stanze identiche alla sua. Basta sollecitazioni. Il regista vuole spegnersi, affogare nel nulla di un programma televisivo qualunque e sente che deve farlo adesso, prima che abbia raggiunto il limite, quando ancora è capace di un minimo di sopportazione. Di colpo si alza. Per un attimo lo scrittore vede sgusciargli un testicolo fuori dai boxer, stranamente glabro, quasi infantile. Il regista non se ne accorge ma, mentre lo scrittore è catturato da quel testicolo pendente, il regista si ferma a guardare l’amico. Vuole soppesare il grado di intimità che corre tra loro, valutare se è abbastanza profondo perché lui possa risolvere la cosa in maniera franca. La risposta è no. Non può dirgli: “Ti prego vattene”. Tanto più, riflette, dopo che è stato proprio lui a insistere per quell’incontro. Ma in quello sguardo di un secondo che gli ha lanciato, il regista è riuscito a scorgere, nella postura un po’ ingobbita dello scrittore, una punta di servilismo che lo infastidisce e gli dà la forza per liberarsi di lui.        
“Piano piano ci stiamo avvicinando”, fa il regista. “Se non altro sappiamo che a girare saremo a Milano. E scegliendo Milano io credo che abbiamo già uno stato d’animo, un colore preciso. Non so. Non voglio invadere il tuo territorio. Sei tu che devi scrivere. Ma secondo me ce n’è abbastanza per cominciare a buttare giù un  soggetto”.
Il regista prende lo scrittore per un braccio e lo guida verso la porta.
“Ricorda i punti cardine su cui abbiamo lavorato oggi pomeriggio”, dice. “Retorica, delicatezza, maestosità. Cos’altro ancora? Cos’è che sto dimenticando?”.
“La lirica”, risponde lo scrittore senza opporre resistenza.
“Giusto, la lirica…”, ripete il regista. Ormai, di lui, si vede solo la testa che sbuca tra la porta e lo stipite. “Ecco di cosa abbiamo bisogno: di un traboccante sentimentalismo. Fidati, sarà una bomba”.
Il regista richiude la porta e si getta di nuovo sul letto, il telecomando in mano. Si sente meglio? Sì, pensa che adesso si sente meglio. Se non altro un po’ più rilassato. Il colloquio con lo scrittore è già lontano. Ma prima che svanisca del tutto il regista prende una penna e annota sul suo Moleskine: visto f. Sensazione persistente di impasse. idee uguale a meduse. A contatto coll’aria evaporano. che non abbia più niente da dire?


Emidio Clementi


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