Ricordo di preciso quando capii di soffrire di invidia.
Avevo sei anni e la prima elementare era iniziata da poco, noi della Prima A facevamo ricreazioni di un’ora perché la nostra insegnante era una specie di rivoluzionaria o steineriana o cose così. Nell’intervallo giocavamo a calcio, soprattutto a calcio, e le squadre venivano fatte scegliendo due capitani che si spartivano i giocatori, femmine comprese. A quel tempo non ero niente male a giocare, facevo spesso il capitano assieme a Daniele Bucchi, il più forte di sempre. Bucchi era un ragazzone già adulto, parlava poco, era il primo della classe anche sui banchi. Giocavamo entrambi duro e ricordo che quella mattina, dopo esserci spartiti le squadre ed essercele suonate per un po’, io mi infortunai alla caviglia.
Il gioco era fermo sul due a uno per loro quando dovetti uscire. Abbandonavo una squadra già gracile, non avevamo più speranze. Ricordo di essermi messo a frignare nell’angolo della Scuola Lambruschini di Rimini come Cristiano Ronaldo allo Stade Saint Denis, nella finale degli Europei del 2016. Continuai a fissare il campo, poi mi afflosciai contro la ringhiera, fu in quel momento che Daniele Bucchi chiese il cambio di ruolo: e andò in porta. Il più grande attaccante si stava mortificando da solo.
Si accovacciò tra i pali, si sputò sulle mani e cominciò a seguire l’azione con cura, incitando la squadra e gestendola da dietro. Parò qualcosa e si sprecarono molte palle, rimanemmo a lungo sul due a uno per loro, poi uno dei suoi azzoppò uno dei miei in area e fu concesso il rigore. Sul dischetto andò un mio compagno che aveva un buon destro, ricordo che Bucchi si raccolse come una pantera e al momento del tiro saltò sulla sinistra.
Fu adesso, mentre il ragazzone impattava contro la palla e parava, che io sentii il mio alluce destro sollevarsi con furia. Non dipendeva da me o dall’infortunio alla caviglia, fu come se il dito godesse di vita propria: incornava cocciutamente la scarpa, rimanendo sospeso come se un filo lo tirasse dall’alto. Bucchi aveva parato il rigore e stava facendo ripartire la squadra e io non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso mentre il mio piede annunciava una nuova forma sentimentale che non mi era ancora chiara. Veniva dal profondo e aveva a che fare con la paura e la fede e la collera e un’insopportabile stima: mi fece reagire alla rinfusa, tolsi con foga la scarpa, il calzino, mi afferrai questo dito che faticava ad acquietarsi. Per calmarlo dovetti allontanarmi dal campo e smettere di guardare.

Dimenticai l’accaduto, nel tempo il mio alluce continuò a ribellarsi un poco e io non lo associai a niente di particolare. Poi feci la mia vita, Daniele Bucchi diventò un calciatore professionista e io mi arrabattai tra più forme, finché all’inizio dell’università presi in mano questo libro che parlava di un vecchio pescatore salao, sfortunato come la morte, che non pescava un pesce da oltre ottanta giorni. Lessi cinque pagine e fu allora che l’alluce, di colpo, si risvegliò. Si risvegliò come aveva fatto quel giorno mentre il capitano avversario chiedeva il cambio di ruolo e parificava una partita che poteva stravincere, mostrandomi un’ispirazione.
Ricordo che mentre stavo leggendo del vecchio pescatore e del suo mare io avevo visto il mio vecchio amico delle elementari e la sua parata. Il mio vecchio amico delle elementari e Ernest Hemingway, l’invidiosa ispirazione.
Anni più tardi mi imbattei in una dichiarazione di Dorothy Parker riguardo a Scott Fitzgerald. Miss Parker disse che quel povero, vecchio bastardo di Scott era stato uno dei pochi ad averla ispirata fisicamente, e non stava ovviamente parlando di eros. Le suscitava uno strano tremore alla mano sinistra ogni volta che leggeva qualcosa di suo, dopo due frasi cominciavano i sussulti, e lei si sentiva in preda alla contemplazione e anche allo smacco, più di tutto in balia di qualcosa che “riapriva la strada”. Disse esattamente: riapriva la strada.
Eccola qui, dunque: l’epifania. Ogni volta che sentivo qualcosa protestare nella mia scarpa destra avrei saputo di una nuova direzione che apriva esistenze mai avverate. Da attaccante a portiere, da lettore a scrittore, da uno scrivere a un altro scrivere, da un altro scrivere al mio scrivere.
Così, mentre negli anni il calciatore Bucchi si stabiliva da professionista in difesa per essere un Baresi, il mio piede destro tornava a somatizzare a suon di Faulkner, di Malamud, di Maupassant, di Sebald, di Roth, e via via arrivando a quel giorno del 2002 in cui presi in mano un libro con una copertina bellissima che di titolo faceva Ogni cosa è illuminata. Non avevo mai sentito parlare di questo Jonathan Safran Foer, lo comprai perché aveva poco più della mia età e io avrei magari intuito, da aspirante scrittore, come un giovane americano aveva potuto pubblicare e addirittura essere tradotto in Europa. Non arrivai nemmeno all’incipit. La falange si inerpicò sul titolo del primo capitolo “Prologo al cominciamento di un molto rigido viaggio” e lì rimase, per cronicizzarsi all’incipit che ancora ricordo quasi a memoria:

Il mio nome per la legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo.

Continuai a leggere e man mano che procedevo capii che non c’era un modo solo di raccontare le proprie radici, dolorose radici, c’erano più modi di farlo. Che non c’erano solo più modi di raccontarle, ma c’era un modo illuminato. E questo ragazzo americano con cui avevo idealmente deciso di smistarmi i giocatori per una partita al campetto me lo stava mostrando: in dieci frasi era passato da essere attaccante a portiere, e poi difensore e infine allenatore delle mie ambizioni letterarie.
Lessi in due giorni Ogni cosa illuminata e ricordo che alla fine lo lasciai cadere a terra, ero al tappeto, sfinito. Foer si era inventato un nuovo sguardo per guardare l’Olocausto vestendo se stesso di  un personaggio incantato. Riconcependo la prosa. Come avrei potuto misurarmi con questo scintillio? Come sarei potuto tornare a camminare in moto ortodosso?

Un autore americano al suo libro d’esordio mi stava riaprendo la strada, e come a me la stava riaprendo a chi si arroccava dietro una letteratura ingessata. Stava avvenendo una sommossa e Jonathan Saran Foer ne era il fautore della mia generazione, ma non rimaneva nella mia generazione: si insinuava anche nelle precedenti che lo guardavano con l’occhio della gioia e del terrore ripetendosi Ci sta facendo sentire invecchiati, sta facendo sentire invecchiata la nostra narrativa. E li immaginavo tutti, i nostri signori delle lettere, impauriti e barcollanti dopo aver letto le pagine di Molte forte incredibilmente vicino, la storia di un 11 settembre visto da un orfano di padre, che si getta nel mistero della mancanza. O di Se niente importa, che qualcuno di loro chiamò saggio sull’essere vegetariani nel nuovo secolo, forse era meglio definirlo un viaggi inclassificabile – e geniale-  nel risveglio della coscienza. Entrambi racconti venuti da un’immaginazione fervida, vitalissima, devota alla crudeltà e devota alla pietas.
La crudeltà e la pietas, è il contrasto ed è il midollo di Foer: darti una direzione e passare a un’altra direzione, mai premeditata dal lettore. Reintegrando l’intimità.
Perché alla fine l’errore è confinare il mondo-Foer all’intellettuale, omettendo il cuore. Gli esseri umani di Jonathan Safran Foer sono uomini e donne e animali e parole ricreate che diventano uomini e donne e animali e parole ricreate, attraverso un dolore. È un codice umano, e passa sempre da un interrogativo. Chi erano davvero i miei genitori? E mio padre, chi era prima di bin Laden? E se fossi anche io un pollo da batteria servito in tavola? Il mio matrimonio, cos’è diventato il mio matrimonio dopo questi figli? Eccomi, è l’esclamazione che risponde a quest’ultima domanda e alle altre,  scomodando l’inconfessabile famigliare.
In quest’ultimo romanzo costato dieci anni di gestazione e due anni e mezza di scrittura, Foer para il rigore e si getta all’attacco. Lo fa sgretolando le ultime apparenze di coppia. Lo fa attraverso il sesso: e questo, caro Foer, è stato l’attacco finale al mio alluce.
Credo che Eccomi sia stato un libro che abbia cambiato la traiettoria di molti scrittori. È curioso come un romanzo che lasci il segno sia subito preda d’istinto di imitazione.
Caro Jonathan, nostro signore dell’invidia suscitata e dell’ispirazione, ti chiederanno e ti chiederemo del prossimo libro, e forse di Trump, del Grande Romanzo americano, dell’essere ebreo in questa cultura americana, ti chiederanno e ti chiederemo del dolore di una coppia e di molto altro. Ma adesso, proprio adesso, ti chiediamo solo questo: vai in porta, para quel rigore, poi fai quello che sai, gioca dove diavolo ti pare.


Marco Missiroli


Vedi +

Smemoranda 2018


Vedi +