La frangia fatale di Ferraro Mavericks

di Enrico Brizzi su 12 mesi - Smemoranda 2008





Il Borgo Vecchio, all’una di domenica sera, è un mortorio di finestre buie e sedie impilate sulle verande dei bar chiusi, incatenate una all’altra come i tuoi pensieri, solo che quelli nessuno vuole portarseli via.
Imbocchi contromano via Esperanto, e anche la saracinesca del pub irlandese è abbassata senza rimedio. Guardi come un amante tradito il trifoglio verniciato sull’insegna, e questa città cambia così in fretta che nessuno può dire di conoscerla davvero bene.
Per un attimo mediti di rientrare, fumare una sigaretta sul balcone e provare a dormire, poi gli gnomi che ti lavorano in testa senza sosta decidono di sorprenderti: all’unisono inalberano cartelli, stendardi e striscioni, e sopra c’è scritto il nome di un posto che non chiude quasi mai.

Un ventaglio di dieci o dodici persone scende a piedi lungo vicolo dei Crociferi, occupando per intero la carreggiata. Quando arrivi a tiro, scali in seconda e ti prepari a far cantare il clacson come Farinelli, ma non c’è bisogno di reclamare strada: li vedi partirsi lungo i muri e passi tranquillo in mezzo alla doppia ala di teste. Sono stranieri scuri di pelle, forse bengalesi come certi personaggi della tua infanzia, e fra loro ci sono anche donne e ragazzini.
Rientrano a piedi dopo una cena fra connazionali, ci scommetteresti tutti i tuoi vinili, e prima di restituire spinta alla vespa sollevi la sinistra per ringraziarli. D’istinto controlli nell’occhio lucente del retrovisore se rispondono al tuo cenno, e i ragazzini si stanno sbracciando per salutarti. Ebbro e indigeno dei luoghi come sei, senti il dovere di suonare a raffica il clacson in loro onore. Poi svolti lungo la strada maestra. Apri a manetta, e nel giro di un niente stai posteggiando la vespa di fronte allo Stanley Road.

«Guarda guarda» dice Ferraro Mavericks. Praticamente, gli sei finito in braccio. «Il vecchio Brichmond».
Porta ancora i capelli con la frangia, come nel video di Ugo Tognazzi is dead.
Preferiresti potere inventare una scusa e andartene. Invece non fai altro che dire «Bella lì, Ferraro» e sorridere  alla frangia che, sfuggita al controllo dell’orecchio destro, ondeggiando ipnotica si avvicina.
«Negli ultimi mesi ti ho visto un casino in televisione», dici mentre vuole baciarti tre volte sulle guance.
«Le cose si muovono» dice guardandoti con questi occhi spalancati che quasi mettono paura. «Settimana prossima entriamo in studio per registrare i pezzi del nuovo album».
«Sono contento» menti alla disperata. «Sul serio».
«Vecchio Brichmond» dice lui stringendoti la spalla. «Sono davvero felice di vederti».
«Anch’io, Ferraro» sibili, e non capisci perché ti prenda così male rivederlo qui allo Stanley Road, come se ora dovesse frequentare solo feste vip, o tuttalpiù il gotha del rock alternativo nazionale.
Poi capisci qual è il problema. La frangia è stata un’idea della parrucchiera di scena, una tizia piovuta da Milano insieme al collega truccatore e i figuri della troupe al soldo del manager Silenzi. La prima volta che l’hai visto su Mtv quasi non lo riconoscevi. “I Kevin Keegans hanno licenziato Ferraro”, avevi pensato mentre risuonavano le note della vostra canzone. “Chi cazzo è questo pagliaccio di cantante nuovo?”
Invece era lui, con la faccia dipinta di bianco, le ciglia cariche di mascara  e un’inguardabile frangia al posto della coda di cavallo. La fotografia in bianco e nero, il montaggio da epilessia e la potenza della musica l’avevano trasformato in una faccia nota, e poiché l’Italia l’aveva conosciuto con la frangia, Ferraro ben si guardava dal separarsene. La caricava di gel, invece, cercando di somigliare al se stesso della televisione, come fosse la chiave della sua nuova forza. Le ragazzine se lo indicavano incerte, e di sicuro, nel cuore del suo cuore, quel tuo vecchio amico travolto dalla fama si dispiaceva di non poter andare in giro truccato esattamente come nel video.
«Cos’è quella faccia, Brichmond» ti dice, e si è accorto che gli guardavi la frangia, o almeno credi. Lo sa anche lui, che così fa ridere. «Ma bando alle ciance. Dimmi cosa ti bevi, fratello».
Vorresti dire che non bevi, anzi che ti è venuta voglia di andare a bere dalla parte opposta del bancone per non avere lui vicino, ma al dunque ti manca il coraggio. Ti costa fatica, pronunciare le tre sillabe di “gin tonic”.
Ferraro cerca di attirare l’attenzione della barista dal nome francese. Per un uomo della sua statura in mezzo a un locale semivuoto,  non dovrebbe essere impossibile. Ferraro, invece, sale sullo sgabello e vi siede ricurvo, le mani aggrappate al bordo del bancone, e tutto quello che fa è dondolare la testa, fissando le spalle bianche della cameriera indaffarata a spillare birre. Se allungasse il braccio, potrebbe arrivare a carezzarle una guancia. Va su e giù con la testa, come per seguire una musica che solo lui riesce a sentire. Di tanto in tanto, soffia un flebile “scusa” che va a perdersi nel rumore di fondo del locale, e solo dopo un po’ le domanda a un tono di voce percettibile se è possibile avere due gin tonic.
«Ferraro» dici quando sembra che gli gnomi nella tua testa si siano messi a urlare tutti insieme. «Tu lo sai che c’è un problema, vero?»
«Dicono i ragazzi che parli male di me», tenta il contrattacco.
«C’è un problema, e i ragazzi lo sanno».
«È un penoso problema» sospira lisciandosi il mento aguzzo. «Ma ascolta, Brichmond. La soluzione si avvicina».
«E chi lo dice?»
«Lo dice Silenzi. Ce l’ha giurato. Entro fine mese ci dà un anticipo sui guadagni del singolo».
«Embé?»
«Metà dei diritti d’autore per il testo sono tuoi, lo sai».
«So solo che il testo di quella canzone l’abbiamo scritto io e te in casa mia. Poi tu e Silenzi avete pensato di depositarlo alla Siae a nome tuo e basta, ed ecco il risultato».
«Quale risultato, Brichmond. I Kevin Keegans sono solo all’inizio. Scriveremo insieme altre canzoni,  vecchio mio. E ci sarà una parte di fortuna per tutti».
«Belle parole, Ferraro. Sta di fatto che mezza Italia conosce Ugo Tognazzi is dead, e il sottoscritto non ha ancora visto il becco d’un quattrino».
«Perché, io ne ho visti?» si lamenta Ferraro. «Giro per l’Italia senza un soldo in tasca. Quarantasei date, porca zozza, e intanto Silenzi si è comprato il Suv».
«Stai cercando di dirmi che non vedrò mai niente? Che devo mettermi il cuore in pace?»
«Ma no, Brichmond» tenta di rabbonirti, poi lo vedi che ti porge il tuo gin tonic con un sorriso ebete, e vorresti lanciargli il bicchiere in faccia.
Non qui allo Stanley Road. Fuori, magari.
«Alla salute» dice, e tu borbotti che se ne può andare all’inferno.
«Così no. Brichmond», dice ravviando la schifo di frangia dietro l’orecchio destro. «Non permetterò che la nostra amicizia si guasti per una questione di soldi».
«Non sono solo soldi, lo sai bene» dici, poi bevi. «Avrai rilasciato un centinaio di interviste. Ce n’è stata una in cui ti sei ricordato di nominarmi, ringraziarmi, scusarti con me per avere firmato da solo Ugo Tognazzi is dead
«Non capisci» dice, e sembra preso da un brivido. «Sarebbe controproducente, non credi?»
«Che cazzo dici, Ferraro?»
«Ci sarebbero problemi con la Siae, ma soprattutto con la casa discografica. E non credo che tu voglia bruciare il progetto a cui lavoriamo da tanto per questo dettaglio».
«Dettaglio? Voglio solo quello che mi spetta. Il nome su quel cazzo di disco».
«Ascolta» dice lui. «Se sorge qualche problema, Silenzi manda a Italia Wave i Rossanobrazzi al posto nostro, tanto per lui è uguale. Ci tiene sotto scacco, lo stronzo, e lo sai che senza di lui sarebbe come ricominciare da capo».
«L’ho visto due volte in tutto, Silenzi, e continuava a storpiare il mio nome».
«Quello si è pippato il Monte Bianco. Sbaglia anche il nome di sua moglie. Ma noi ce la risolviamo da soli. Dividiamo tutto da bravi fratelli».
«Come no» dici.
«Ti fidi ancora di me, o pensi che mi sono bevuto il cervello?»
Allora glielo dici. «Ho bisogno di cinquemila euro, Ferraro. Quella canzone vale centinaia di migliaia di euro. Lo sai meglio di me, ma non abito sugli alberi e lo so anch’io. Adesso mi servono cinquemila schifo di euro, e so che tu me li farai avere».
«Stai scherzando, forse. Lo sai quant’ho in banca? Tremiladuecento euro, e. devo ancora pagare…»
«Non me ne frega un cazzo, di cosa devi ancora pagare. Fatteli dare da Silenzi. Dall’avvocato della casa discografica. Da chi ti pare. A te li daranno. E visto che ne ho bisogno io, tu glieli chiederai».
«Mi stai minacciando, Brichmond?»
«La frangia ti sta da schifo» gli dici. «E non abito sugli alberi. Cinquemila euro entro la prossima settimana, Ferraro».
«Mi hai preso per il tuo bancomat, vecchio?» alza la voce. «Non sono il tuo cazzo di bancomat, d’accordo?» strilla per farsi sentire dalla cameriera e il resto degli avventori. Vuole dare scandalo, quell’imbecille.
«Ladro» gli dici. Poi lo colpisci forte, a mano aperta, sull’orecchio.
La frangia prende quota all’istante. Vedi Ferraro che batte la testa sul bancone mentre il gin tonic precipita.
Il rumore di vetro che va in frantumi gela i discorsi per un istante, ma è niente rispetto al tonfo di Ferraro che scivola dallo sgabello e rovina a terra.
«È quello dei Kevin Keegans» dice una voce di ragazza, e poi la cameriera ti urla contro indiavolata: «Cos’hai fatto? Ti ho visto benissimo, delinquente».

Se Ferraro Mavericks non avesse battuto la tempia e fosse rinvenuto ancora padrone della favella, anziché balbettante e con lo sguardo vacuo.
Se dietro il bancone dello Stanley Road quella sera ci fosse stato il buon Achille, e non quella sciacquetta pronta ad accusarmi di premeditazione.
Se il manager Silenzi e la casa discografica non avessero aizzato contro il sottoscritto i loro avvocati  più feroci.
Se non fosse andata com’è andata, e quarantasei date dei Kevin Keegans non fossero saltate per causa mia, come invece ha stabilito il giudice, molte cose oggi sarebbero diverse.
Non c’è dubbio.
Qui comunque, una volta sentita la mia storia, hanno deciso di portarmi rispetto.
È importante da queste parti.
Più che altrove, parola.

Ennio Brichmond,
Casa circondariale di massima sicurezza “Torrescura”,
Isola di Santa Maria degli Affogati

Testo originale di Enrico Brizzi per Smemoranda 12 mesi 2008


Enrico Brizzi


Vedi +

Smemoranda 2008


Vedi +