Alla fine del suo libretto intitolato L’arte di ottenere ragione, il noto filosofo e menagramo Arthur Schopenauer sostiene che, qualora in una disputa verbale ci si ritrovi incontestabilmente dalla parte del torto, si debba lasciare da parte con accortezza l’oggetto della discussione e incominciare ad insultare pesantemente l’avversario come persona. L’illustre pessimista tedesco non è, nella storia della letteratura, il solo che abbia trovato opportuno scrivere sull’arte dell’insulto: e curiosamente, la parola arte si trova concordemente in tutti e tre i titoli degli scritti di mia conoscenza. Insieme a L’arte di insultare, dello stesso Schopenauer, esistono infatti anche Arte dell’insulto (di Jorge Luis Borges, mica il Malvaldi) e La nobile arte dell’insulto di Liang Shiqui, che per voi è probabilmente uno sconosciuto ma che a gente erudita come me, che ha appena letto la biografia sulla quarta di copertina, è noto essere stato il più grande traduttore cinese di Shakespeare. Da qui, se ne evince che l’insulto riveste una certa importanza nella storia della letteratura; e quindi, se riteneste che l’insulto non è adatto ad ispirare un pezzo letterario, sappiate che ci sono almeno quattro scrittori, tre importanti e uno no, che la pensano diversamente.
Per questo motivo, quello che segue non può, e non vuole, essere un trattato sistematico ed esaustivo sulle varie e diverse metodologie per mandare qualcuno a fare in culo; piuttosto, la mia intenzione è quella di raccontarvi nel modo più gradevole del quale sono capace in quali situazioni si raggiunge il massimo vertice di questa arte marziale della parola.

Ci sono volte in cui l’insulto infatti diventa una vera e propria opera d’arte: questo però di solito avviene solo in contesti precisi. Per essere chiari, le cause per cui una persona può aver voglia di insultare qualcuno sono molteplici e frequenti, come sa bene chiunque vada in automobile al lavoro. Sulla via che porta all’insulto come oggetto sublime però, nel traffico urbano, di solito non si fa molta strada, al contrario della mamma del guidatore della Yaris che non ci dà la precedenza. A mio giudizio, invece, ci sono tre contesti precisi in cui la voglia di insultare qualcuno si concretizza in momenti che partecipano del sublime: la distrazione, la discussione e la disillusione.
Insultare qualcuno per distrarlo e trarre vantaggio dalla sua mancanza di concentrazione, o dalla conseguente arrabbiatura, è pratica comune nello sport; chiunque abbia visto la finale dei Mondiali di calcio del 2006 sa benissimo cosa intendo. Ma in certi casi, lungi dalla volgarità, gli insulti partoriti dagli sportivi sono delle autentiche chicche: e non a caso gli esempi più belli vengono dal più formale dei popoli, gli inglesi, e dal loro sport più rappresentativo, il cricket. La mia frase preferita, ad esempio, è quella provocata dal capitano dello Zimbabwe, che rivolto ad un battitore inglese che fino a lì non aveva segnato un singolo punto gli spiegò: “Visto che non riesci a beccare una palla, ti spiego com’è fatta: è rossa, tonda, e pesa sei once”. Nel turno successivo l’inglese, dopo aver realizzato una battuta strepitosa mandando la palla fuori campo, si rivolse allo stesso e gli disse: “Visto che sai com’è fatta, ora valla a cercare”. Molto meno elegante, ma ugualmente efficace, un’altra domanda rivolta da un giocatore inglese ad un altro inglese: “Ciao. Come stanno tua moglie e i miei figli?”, come anche la risposta all’improvvida domanda “Come mai sei così grasso?” alla quale l’australiano Hughes rispose “Perché ogni volta che mi trombo tua moglie lei dopo mi dà un piccolo biscotto”, giustificando pienamente sia il proprio sovrappeso che la meritata fama sui suoi fulminei riflessi.

Nella discussione, invece, per insultare qualcuno in modo efficace è necessario inserire l’insulto in un contesto adeguato; occorre far rilassare il destinatario, fare in modo che abbassi le proprie difese e che non si renda assolutamente conto che la nostra intenzione è quella di insultarlo. Come dice Liang Shiqui (per coloro che avessero la memoria particolarmente corta: è il tizio cinese di cui parlo all’inizio del racconto), “si deve utilizzare un lessico infinitamente sottile, il cui senso rimanga implicito. […] Solo al termine di un certo tempo di riflessione, a poco a poco, [il destinatario] giunga a prendere consapevolezza che le parole rivoltegli erano tutt’altro che benevole. Lo si metta a suo agio, cosicché il suo viso dapprima sorridente viri poi dal bianco al rosso, dal rosso al violaceo, infine dal violaceo al grigio plumbeo. Questo è il più alto grado dell’arte del’insulto.”
Non so voi, ma io non sono mai stato in grado di servire a qualcuno un insulto così ben preparato da sortire come effetto la fantozziana progressione cromatica sopra descritta; ma devo riconoscere che, in molti casi, gli insulti più efficaci che abbia mai sentito derivano dalla capacità di prendere il proprio interlocutore completamente alla sprovvista.

Talvolta invece l’insulto nasce come figlio legittimo della disillusione, e più che volontà di ferire il destinatario manifesta una reale insofferenza nei suoi confronti. Come tutti i buoni propositi che nascono dalla necessità di riprendersi dopo una delusione, questo tipo di insulto nasce dall’osservazione di una pecca reale del destinatario, e non ha come scopo principale quello di ferirlo quanto quello di farci rendere conto di quale errore abbiamo fatto a fidarci. Più che un insulto, insomma, è una considerazione che rivolgiamo principalmente e amaramente a noi stessi. Anche in questo caso, l’esempio più calzante che mi viene in mente arriva dal mondo dello sport.
Accadde infatti che, nel lontano 1982, il Pisa conquistò l’ambita promozione in serie A che agognava da circa trentasei anni. Un anno prima, la federazione aveva riaperto le frontiere dopo anni di autarchia, e ogni squadra di serie A poteva tesserare un giocatore non italiano. Questo diede luogo al fenomeno, già ampiamente dibattuto in altre sedi, dello Straniero; ovvero, ogni squadra che giocasse in serie A doveva, per fare le cose per bene, tesserare uno Straniero. Non contava il paese, non contava il colore e, soprattutto, non contava l’abilità nel giocare a calcio.
Si assistette quindi alla calata, nel Belpaese, di una strana e variopinta orda di barbari che, sulla scia di suggerimenti mormorati da cugini compiacenti nelle orecchie inesperte di improvvisati osservatori di squadre neopromosse, abbandonavano la patria e il mal remunerato impiego da trattoristi con l’hobby della pedata al pallone o (più spesso) allo stinco e sbarcavano in Italia. Qui, dopo una veloce presentazione con saluti alla folla e qualche palleggio,  beninteso per quei pochi in grado di cogliere la palla, incominciavano la loro avventura nel ruolo di Straniero. Molti dei personaggi sbarcati in quegli anni erano decisamente scarsi, e più d’uno contribuì molto prima dell’avvento della Gialappa’s Band a farci capire che con il calcio si poteva anche ridere. Ma uno dei più significativi rappresentanti della razza sbarcò proprio a Pisa; e credo che nessun pisano che fosse all’epoca in grado di intendere e di volere possa ignorare il nome di Jorge Francisco Caraballo.
Detto Caraballo sbarcò nell’agosto dell’82 e, in poco tempo, fu chiaro anche al più sprovveduto e speranzoso dei tifosi che la confidenza che quest’uomo aveva col pallone era la stessa che ho io nei confronti di Angelina Jolie.  Le speranze scemarono presto, per lasciare il posto a una sana e sincera delusione; e i coretti da stadio, che grazie alla rima in “allo” riuscivano spesso particolarmente graziosi, virarono dall’inneggiante al denigratorio. La massima espressione di questo sentimento me la vidi concretizzata davanti, in un giorno di ottobre, scritta sul muro davanti alla palestra della mia scuola; la scritta, in vernice verde, diceva solo “Caraballo, gioca bene nell’intervallo”.

Per quale motivo dei grandi scrittori hanno scelto di parlare dell’insulto come arte, non posso saperlo con certezza. Io, da scrittore di intrattenimento, posso solo parlare della sua sorella minore: la presa in giro.
Se io vi dicessi che io amo passare sei-sette ore a settimana tentando di approfittare delle debolezze altrui, spremendomi il cervello per escogitare sempre nuovi modi di prenderlo a calci e pugni, probabilmente pensereste che sono un uomo orribile.
Ma se io aggiungessi il contesto, e vi dicessi che lo faccio in una palestra di Karate, forse il vostro pensiero muterebbe un pochino. Se entrambi siamo d’accordo, e siamo della stessa categoria di peso, quello che viene fuori è un allenamento di Karate; un qualcosa da cui tutti e due usciamo tonificati, rinvigoriti nel fisico e allenati nella nostra capacità di leggere il linguaggio del corpo. È necessario partire da un concetto, però: che quello che stiamo facendo è uno sport, con delle regole ben precise, e che lo scopo del confronto è vincere, non fare del male all’avversario.
Allo stesso modo, se effettuata tra due persone non dissimili come cultura e intelligenza, la presa in giro è una fantastica palestra dialettica. È necessario sincerarsi, prima, di non fare male all’avversario; e questo si fa, solitamente, scegliendo come bersaglio del meleggiamento cose di nessun significato per la persona intelligente. Da torinista, adoro prendere per il culo gli juventini, e gli juventini fanno lo stesso con me. Da pisano, parimenti, adoro prendere per il culo i livornesi, nella serena consapevolezza che non se la possono prendere per questo: gente che pubblica un giornale (il Vernacoliere) che ha sfoggiato titoli geniali come “Tremendi effetti di Chernobyl: è nato un pisano furbo” non può essere così stupida da prendersela se li tratto da quadrupedi. Io, pisano atipico, ho studiato a Livorno; e un pisano che studia a Livorno è come un altoatesino che impara a sciare in Nigeria.
Ho passato in questa città dei momenti bellissimi, e quanto ai livornesi, nel mio intimo sanno che li adoro, li stimo tantissimo e sono convinto che siano tra le popolazioni più intelligenti del globo, e so che apprezzerebbero moltissimo i miei libri, se solo sapessero leggere.
Se qualcuno, nella frase qui sopra, è convinto che io parli seriamente, vuol dire che è stupido. E qui, sì, non sto scherzando: stupido. Ho usato questo termine perché la presa in giro, per essere divertente, deve essere praticata fra persone in grado di interagire; persone abbastanza intelligenti da capire che stiamo scherzando, è abbastanza riflessive da riuscire a dubitare delle proprie reazioni istintive. Per questo amo, quando conosco una persona, provare a prenderla in giro; è una specie di test, un mio modo personalissimo di mettere alla prova la sua intelligenza e la sua capacità di leggere oltre le parole. La capacità di capire che la situazione sulla quale lo sto prendendo per il culo è un pretesto, una mera palestra verbale.
Come si capisce se una persona scherza?
In fondo, se con i nostri atti e i nostri comportamenti non facciamo differenze, o discriminazioni, le nostre parole possono essere lette facilmente come scherzo. O come situazione astratta: in fondo io per vivere scrivo gialli, il che significa che all’inizio di ogni mio romanzo devo far morire di morte violenta almeno una persona. Sulla carta, ad oggi ho ucciso circa quindici persone, alcune in modo decisamente atroce; sono però  moderatamente sicuro che quasi nessuno pensi che io sia portato all’omicidio.
Ben venga, quindi, la presa in giro; anche quella nei miei confronti, ovvio. Se una persona che stimo o che apprezzo mi prende in giro, la leggo come una implicita attribuzione di intelligenza. E, quindi, la prendo per il culo a mia volta. Non si sa mai. Se la persona si incavola, o si irrigidisce, o reagisce male, mi scuso, e prometto di non farlo più; e per essere sicuro di non cadere in tentazione, da quel momento in poi la persona in questione evito di frequentarla. La vita, in fondo, ha una durata limitata.


Marco Malvaldi


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