Lipetzk negli anni novanta è una città di ferro.
È nata attorno ai giacimenti che hanno rifornito le forge di Voronezh per la flotta di Pietro il Grande, e secoli dopo continua a fare soldi con le miniere. Dopo la caduta del Muro ha accolto fabbriche straniere di lavatrici e cucine, allargandosi sulle colline della riva destra del fiume, sradicando cimiteri e antiche chiese.
Il ferro ha portato oro e l’oro ha attirato come sempre lupi, sciacalli e parassiti. Commercianti che non pagano tangenti o non vogliono cedere le loro attività vengono uccisi, i giornalisti intimiditi, i poliziotti corrotti.
E adesso, i parassiti si ammazzano anche tra di loro. A trecento anni dalla colonizzazione, è scoppiata la guerra tra il clan di Alexei Annenko e la Fratellanza fondata da Kosolapy, lo Storto. Sono entrambi criminali legati alla vecchia malavita, ma hanno saputo riciclarsi nella nuova era. Lo Storto poi ha grandi ambizioni. Vuole sedersi nel salotto buono della politica e per questo ha finanziato un candidato liberale, sperando che vinca le prossime elezioni presidenziali contro Boris Eltsin. L’uomo forte delle riforme è ormai una spugna imbevuta di vodka, l’inflazione a tre cifre rende difficile trovare anche generi di prima necessità, e poi c’è la crisi cecena.

In Cecenia c’è stato anche Liosha, soprannominato Finka, coltello. Ha 27 anni ed è tornato con qualche soldo e la schiena piena di schegge. I soldi li ha fatti rivendendo i cadaveri dei nemici uccisi alle famiglie, le schegge si fanno sentire di notte. Deve bere per dormire, e anche per stare in piedi. Tornato a casa, ha continuato a fare quello che sapeva, dove c’è una guerra c’è sempre bisogno di un soldato, anche una guerra tra Vor v zakone. Alle dieci di una sera di aprile, Finka passa davanti alla statua di Lenin a Nizhny Parc ed entra in un vecchio edificio con la facciata in legno. Nel piano seminterrato c’è una delle tante saune che hanno preso il posto delle bania gestite dallo Stato.

Finka ignora la donna al bancone, si spoglia su una delle panche della sala ed entra nudo nella grande vasca termale, scavata nella pietra sotto un soffitto a botte che cade a pezzi. Ci sono una decina di clienti, maschi e femmine, in costume perché è il turno misto, che rapidamente se ne vanno. Non sanno chi sia Finka, ma ormai sono addestrati a riconoscere a fiuto la sua razza. È una dote necessaria per sopravvivere in una città che spesso si sveglia con un cadavere in mezzo alla strada o con qualcuno sparito. Gli alleati moscoviti dello Storto caricano i nemici nel bagagliaio e li portano in un garage della capitale per lavorarseli.
Finka passa dalla vasca alla sauna di legno e vi suda per qualche minuto. Poi prende un asciugamano dalla pila e si siede nella zona otdyha, la sala dove i clienti consumano cibo e bevande portate da casa, seduti a un lungo tavolo di legno gonfio di umidità con ancora incisa la scritta CCCP. La sala è deserta.
Finka fa un cenno all’unica inserviente in vista, una ragazza sovrappeso con il sorriso fisso. Lei va immediatamente nella piccola cucina, anche questa deserta. Non c’è più nessuno nella bania a parte lei e Finka. I suoi colleghi se ne sono andati insieme con i clienti, temendo che il tizio tatuato portasse guai. Magari qualcuno lo sta cercando per fargli la pelle, magari lui vuole fare la pelle a qualcuno. Che si arrangi Glupyy, ovvero la Scema. È così che chiamano la ragazza, perché da quando è arrivata un anno prima, direttamente dall’orfanotrofio, non ha detto più di cinquanta parole che non fossero sì o no, e perché ride quando le tirano addosso l’acqua fredda o le nascondono le scarpe. Sembra andarle sempre bene tutto.
E poi, non le è mai successo niente, no? I peggio soggetti sembrano impietosirsi di fronte alla sua goffaggine. O forse Glupyy se li lavora di bocca.
Glupyy prepara un vassoio con pane di segale, burro, cetrioli sott’aceto e limone, che servirà insieme alla vodka. Sa che Finka non è interessato al tè che i clienti prendono gratuitamente dal samovar. A parte questo, difficile capire che cosa stia pensando dietro l’espressione placida del viso. La ragazza prende una bottiglia di vodka e un bicchierino d’argento, li aggiunge al vassoio e porta tutto nella zona otdyha, dove Finka aspetta fumando una sigaretta dal filtro di cartone, gettando la cenere sulle piastrelle. La ragazza gli mette davanti cibo e bevanda, ma quando sta per allontanarsi Finka la prende per un braccio e la costringe a sedersi davanti a lui. “Non mi piace bere da solo.”
Finka beve tre bicchierini mordendo la polpa del limone, la vodka gli rende acquosi gli occhi. “Com’è che non parli mai eh?”
Glupyy rimane in silenzio.
Finka beve, poi imburra una fetta di pane. “Ti è successo qualcosa? Una botta in testa?”
Ancora una volta lei non risponde. Ma pensa. I suoi pensieri sono di una purezza cristallina, e può rivedere tutta la sua vita come se guardasse un film. Il problema sono le parole. Sono oggetti estranei che le si conficcano in gola.
Ci prova comunque, per fargli piacere. “No” dice.
Finka addenta la sua fetta di pane. “Sei nata così, scema e basta” dice a bocca piena.
Glupyy ride.
“Non hai proprio cervello, ma culo sì.” Finka spinge via il vassoio. “Vieni qui che ti insegno qualcosa di nuovo.”
Lei non si muove. Guarda il volto arrossato di Finka, poi l’erezione che è spuntata dall’asciugamano. È già stata con un paio di ragazzi all’orfanotrofio, ma non ha intenzione di ripetere l’esperienza. Per tutto il tempo li ha guardati affannarsi sopra di lei, sbuffare e grugnire, ha ascoltato il battito del loro cuore, tanto accelerato quanto il suo sembrava spegnersi. Crede di aver visto quello che c’è da vedere.  
Scuote la testa.
“No?” dice Finka. “Ti faccio ridere io adesso”. Finka la afferra per le ascelle e la solleva di peso, gettandola con la schiena sul tavolo. Poi infila una mano sotto l’accappatoio e le strappa la biancheria. Glupyy grida, Finka appallottola le mutande e gliele ficca in bocca, poi incunea i fianchi tra le gambe della ragazza e spinge. Lei si ritrae, sbatte le cosce e le mani contro il legno.
Finka non riesce a entrare dentro di lei, e le tira una sberla con il dorso della mano per farla quietare. Glupyy sbatte duramente contro il piano del tavolo, il naso sanguina. Finka spinge ancora, e le gambe della ragazza gli si chiudono sui fianchi stringendo con una forza che non si aspettava in un corpo così piccolo. Cerca di allargarle le gambe con le mani, ma la ragazza sputa la palla di stoffa e lo morde sul collo, affondando i denti nella carne.
Finka prova a respingerla, si sbilancia e cade all’indietro sul pavimento umido. Glupyy cade sopra di lui. A Finka basterebbe un colpo di reni per penetrarla se avesse ancora un’erezione, ma gli è passata quando lei gli ha strappato un pezzo di carne sotto l’orecchio grande come un acino d’uva. Il sangue gli cola tra le dita.
Finka bestemmia e cerca di allontanare da sé la ragazza facendo forza con le braccia e con le gambe, ma lei è una bambola di gomma che continua ad avvolgersi addosso di lui e continua a morderlo e a morderlo. Gli strappa un pezzo di orecchio, poi la punta del naso. Finka le tira due pugni in faccia, duri.
La ragazza perde la presa e rotola sul fianco. Finka si rialza e cerca di schiacciarle la faccia con il tallone. Ma qualcosa di freddo e appuntito gli penetra nella pianta del piede nudo, provocandogli un dolore così forte che crolla a terra come gli avessero tolto la batteria. È il coltello con cui ha imburrato il pane, la ragazza lo ha preso mentre lo mordeva. Glupyy torce il manico allargando la ferita, poi estrae la lama e affonda ancora, questa volta tra le gambe di Finka, che non riesce nemmeno più a strisciare. Lui si afferra i testicoli che fuoriescono dallo scroto lacerato e vomita.
Glupyy si tira in piedi appoggiandosi al muro, ha le gambe deboli e deve aspettare un paio di minuti prima di andare nello stanzino degli attrezzi.

Quando il padrone rientra a chiudere, lei sta finendo di mangiare cetriolini e burro avanzati da Finka, con spazzolone e secchio poggiati accanto. “Quella roba è per i clienti, non per te. E butta via l’acqua sporca, che puzza. Ma ti devo dire tutto io?”
Glupyy ride e raccoglie il secchio, correndo fuori zoppicando un po’. Il padrone si è accorto che la ragazza ha qualche livido in faccia, ma chiunque le abbia dato fastidio non ha esagerato. È proprio vero che dio aiuta gli scemi.
Glupyy intanto è arrivata nel vicolo e alza la grata della fogna, versando il secchio con gli ultimi pezzi di Finka che galleggiano nell’acqua rossa. Glupyy crede in dio, ma crede anche che qualche volta abbia bisogno di una mano.


Sandrone Dazieri


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