La solitudine del batterista

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2006





Fatto sta che la incontro sotto i portici, a due passi dalla galleria. Niente di più piatto e milanese. “Toh chi si rivede! Carlo!…” Mi giro e già mi è a fianco. La guardo e sono ormai solo capelli e un paio di spalle – quelle – fasciate da una giacca di tailleurino bluette. È chiaro che l’ho riconosciuta. Si gira lei, ora. Sento una vampata di fuoco che mi sale alla testa. E in città fa già caldo. “Toh chi si rivede! Carlo!…” È accaduto così e sono passati più o meno due secondi. Ma siccome il tempo ha i suoi tempi che non sono sempre matematica c’è da dire che in quei due secondi circa ci si può mettere di tutto.
Incominciamo da me. Esco e mi guardo. Abbastanza alternativo, camicia fuori dai jeans. Pensieri sui jeans che sono troppo pesanti per un pomeriggio d’estate mal calcolato. Conseguente inguine quasi sudato che detta pensieri scomposti. Zainetto inutile scaricato su una spalla. Dentro allo zainetto c’è una felpa leggera che non serviva e non servirà, due moleskine piene d’appunti fuori tempo massimo, una rubrica del telefono semidistrutta, un bocchino di plastica alla menta sostitutivo delle sigarette. Un pacchetto di merit e un ronson fasullo da due euro pronti all’uso, altro che menta. Chiavi di casa, chiavi della vespa. Punto. Il portafoglio è in tasca, di questi tempi… Fii, ragiono già come i vecchi quando vanno a ritirare la pensione. In ciascuna mano un sacchetto di plastica. Vengo da Feltrinelli-Ricordi. In uno ci sono tre libri di cui due comprati per inerzia. Non li leggerò mai, lo so. Nell’altro due cofanetti dvd. Regali.
Pensieri miei: inguine più inutilità dei due libri-inerzia più cofanetti (gli piaceranno?) più vespa posteggiata lontana più sacchetti inquinanti più zaino che continua a scivolare dalla spalla più scarpe. Eh sì, quelle sono belle. Nuove, comprate ieri. Leggerissime e running, forse un po’ troppo da ragazzino ma chi se ne frega.
Quando arriva il “Toh” probabilmente mi sto guardando le scarpe. È per questo che perdo l’attimo dell’incrocio di sguardi, ma la voce la riconosco benissimo, e quelle spalle, lì davanti.
Lei. Pingichètta bluette, già detto. Pingichètta, come storpiava mia nonna, sta per giacchettino, quando lo considerava striminzito. Negli anni Cinquanta le cose troppo attillate suonavano di povertà. Lo striminzito dettava riciclo maldestro. Gli abiti più grandi si facevano ridurre dalle sartine, per quelli più piccoli non c’era scampo. Bisognava sperare di avere sempre fratelli e sorelle maggiori un po’ soprappeso, se no si girava strapelati. Poi sono arrivati i minipool che hanno ridato dignità al minuscolo. E le minigonne, anche. Beata quella moda, che il Signore degli Occhi benedica Mary Quant.
Lei però ha i pantaloni. Il sedere le esce dalla giacchetta troppo corta. Perfetto, come un tempo. E sono passati più di vent’anni. Ora si è girata verso di me. Neve. Ecco come la chiamavo: Neve. Denti bianchi, perfetti. Seno candido, la scollatura è discretamente generosa (il pingichètta serve anche per quello). Seno solido, e infinito; forse è solo un miracolo dell’ingegneria intima. Reggiseno costruiti con il rigore dei ricercatori della Nasa. “Toh chi si rivede” – siamo a tre secondi -, gli occhi. Non si possono raccontare. Non si possono dipingere. Forse l’unica è averceli dentro. Ce li ho da più di vent’anni. Occhi tristi, occhi di gioia, occhi profondi, occhi leggeri, occhi lenti, occhi fulminei, occhi di cuore e di viscere, di parole e di carezze, di sudore di sospiri di senso e di tranquille passeggiate di notte. Occhi di chi sa alimentarsi di amore, chi li ha provati lo sa. Non ci sono parole, cancellerò queste righe per rispetto.
Dunque, siamo arrivati a lei che si è girata. Sono trascorsi tre secondi sfiorati in 3.756 battute.
Strano gruppetto, me ne accorgo ora. Ci sono con lei quattro signore vestite da giapponesi a Lourdes. Improbabili e inadatte. Mi guardano fintamente distratte, accennano a fermarsi, proseguono di qualche decina di metri e si mettono a guardare le vetrine di una farmacia, quel che passa il convento, impazienti ma formalmente gentili. Ogni tanto si girano per vedere se abbiamo finito di stupirci. Si vede che hanno una certa premura e vantano qualche diritto. Ma ora siamo andati troppo avanti, bisogna tornare al secondo numero tre.
“Toh chi si rivede! Carlo! …” “Ciao Lula, è vent’anni che ti cerco.” “Ma dai è impossibile… ah già, non sono più sulla guida.” “Appunto. Hai cambiato ufficio e non so dove lavori.” “Faccio sempre l’interprete, ma da un’altra parte. Anzi, sono qui con delle congressiste… quelle. E mi sa che…” “Da solo non potevo rintracciarti, potevi chiamarmi soltanto tu.” “Eh già.” “Tu…” “… Sei sempre uguale…” “Non dire stronzate. Sei tu che stai anche meglio.” “Davvero, sei sempre uguale! A parte i capelli.” “Dammi il telefono, ti ho cercato tanto che…”
Quanto sono coglione. La prima cosa che ho saputo tirar fuori: “È vent’anni che ti cerco.” Coglione coglione coglione. Sono trascorsi circa quaranta secondi. Lei ha un corpo da toglierti il respiro, e quei denti, e quegli occhi. E le mani affusolate di una che suona la chitarra. La suonava, la chitarra, me ne ero dimenticato. E una giacca striminzita e una camicia bianca sotto che ha lo stesso sapore, ci giurerei, che mi ricordo ancora da quella prima volta, quando la 500 blu ci sembrò per una sera il mondo di quark. Sapore di pane fresco e di miele al tiglio. A questo punto mi dice chiaramente che non può fare aspettare le finlandesi. Sociologhe. Come se la sociologia a Capo Nord fosse più determinante di un percorso dell’anima. Il telefono… Cerco la biro. In questo cazzo di zainetto c’è di tutto ma non c’è da scrivere. “Devo andare, Carlo, scusami. Ti chiamo io.” “No no, un attimo, che forse l’ho trovata”…
Un minuto e dieci secondi. Le sociologhe guardano di nuovo verso di noi. “Eccola, mi pare che…”
“Avete qualcosa… un euro…” “Guarda mi spiace, ho poco tempo… No, non ho spiccioli, sto cercando una biro…” “Basta un euro… Ehi, un momento! Ti conosco!” “Carlo, mi stanno aspettando…” “Un attimo Lula, l’ho quasi trovata…” “Ecco come ti chiami, Carlo! Ti conosco, certo. Ti conosco…” “Sto lavorando, ci sono le signore…” “Abbiamo fatto l’università insieme…” Occazzo, penso. Lo so bene chi sei. Ti facevi già allora di eroina che a noi solo a farci una canna ci pareva di essere Jimi Hendrix. Angelino, detto il Socialhippy… Porca troia, proprio adesso. “Ciao Carlo, scusa, davvero… Ti chiamo io.”
La ragazza, la donna, si allontana saltellando verso le finlandesi, lasciandomi una scia di pane fresco e un ricordo di miele. Il gruppetto di donnette si avvia deciso e si perde nella folla.
Guardo con astio Angelino, è magro, molto magro. Vestito dignitoso. Giacca e camicia, io che non metto la giacca da sei anni. Decido di far finta di non riconoscerlo. Non voglio metterlo troppo in imbarazzo, tergiverso. Ma non ce n’è bisogno. “Carlo, ho smesso… È che mi sono abituato a vivere così. Solo che i soldi non li uso più per farmi. Ci vivo. Scusa, ma anche quella là la conosco. Non era la tua donna… Bella figa…” Ma porca di quella porca troia, proprio oggi mi doveva succedere… E non ho davvero spiccioli. Guardo la folla. Lula è là in mezzo, lontana. Chissà che lingua staranno parlando, porco il mondo. “Ti offro qualcosa, Carlo…” C’è un solo modo per liberarmene. Muto, come se non l’avessi mai riconosciuto, metto una mano nella tasca dei jeans. Portafoglio, dieci euro. Dai, venti che te li meriti per il tempismo, incommensurabile rompiballe. “Ciao.”
Angelino li prende, li guarda, mi guarda.
Ciao. Due minuti e venti. Non mi giro neppure. Accelero il passo verso Lula. Guadagno forse qualche metro su quello che dovrebbe essere il loro passo. Ma è tardi, è sempre troppo tardi, anche quando il tempo non è matematica. Rallento, cambio direzione. Non si insegue l’imprevisto, lo si vive per quel poco che ci concede.
Ora sto attraversando il sagrato. Presto raggiungerò la vespa, metterò nel bauletto, in ordine, zaino e sacchetti. Infilerò diligentemente il casco e me ne andrò via dal centro, da Angelino, da Lula, da quello che non sono più.
Davanti al Palazzo di Giustizia mi fermerò qualche minuto, un piede sul marciapiede, il motore acceso, pressato da un sottile disagio.
La solitudine del batterista. Sono sempre stato un batterista, un solista del rumore, ma la musica è un’altra cosa. Il batterista nasce maestrale e finisce phon, un vento inutile e fastidioso. Bambino, adolescente, è una presenza che ingombra, da protagonista. Detta i ritmi di una vita che è ancora senza suoni, è rumore. È intorno a lui che si forma il gruppo. Tatatàn tatatàn, tan tantàn… tatatatatatatatatà! Poi gli altri incominciano a conoscere gli accordi, a provare arpeggi, a infilare note su note. Infine a suonare. E tu fermo lì al tuo tatatàn tantàn. Nel gruppo ti mettono un po’ dietro, a non fare casino. E suonano, i veri protagonisti ora sono loro. Forse la musica con gli anni diventa prevedibile – anzi tu la senti prevedibilissima – ma il tuo rullante non è meglio. Resti solo, a rincorrere lampi di emozioni antiche che si sciolgono in pochi secondi in una folla del sabato, a cercare una biro che non c’è mai (cazzo l’avevo in tasca!), a inseguire il sapore di pane fresco che s’è perduto troppo veloci nei tuoi hotel pieni di buffet al croissant “ancora caldo, signore”. Ma che signore, stronzo azzimato, non vedi che ho la camicia fuori?
Tatatàn tantàn. O forse hai ragione tu, anche tu. E a suonare ti mettono in fondo perché hanno bisogno di te, perché hanno paura di te. Aspetta, un giorno dal fondo della sala arriverà quella pelle bianca piena di lentiggini a dirti che siccome non ti trovava al telefono è venuta a prenderti per andare via. Col suo culo strepitoso e i suoi occhi che non si possono raccontare. Applausi, sipario e trionfo dei ringostarr.


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