La prima cosa che vedo aprendo gli occhi è il volto di un tizio sulla trentina, l’espressione grave e la faccia lunga, leggermente equina. Indossa un camice da medico. “Ti ricordi come ti chiami?” dice.
“Eh?”
“Il tuo nome. Prova a dirmelo” ripete. Sento l’ansia nella sua voce.
 “Leonardo.” Articolo a fatica le parole, le labbra sono come congelate.
“Bene. Io mi chiamo Davide, piacere. Adesso alzati. Scusa se la faccio breve, ma andiamo di fretta.”
Mi aiuta a raddrizzarmi e scopro tre cose: che non sono in un letto come pensavo, ma disteso su una sorta di panca di legno, che sono completamente nudo e che vedo il mio fiato. Penserei che si tratta del sogno più strano che abbia mai fatto, se non avessi la certezza di essere sveglio. Ho troppo freddo e troppo mal di schiena per non essere nel mondo reale. Ma che cosa è successo? Finalmente la mia mente riavvolge il nastro e mi rivedo mentre esco dalla redazione e  cammino verso casa tutto allegro. E rivedo i due tizi vestiti di nero che mi si parano davanti. Uno dei due ha in mano quella che sembra una pistola con silenziatore e la punta deciso verso la mia faccia. Sento il fiato che mi si mozza. “Mi hanno sparato?” dico a fatica.
Il freddo è davvero terribile. Tremo.
“Esatto” dice il tizio, avvolgendomi sulle spalle un camice identico al suo.
Mi tasto freneticamente: niente ferite e niente dolore. Eppure ho il ricordo di una fitta tremenda alla testa, rapida, come un cerino che si accende e si spegne nel buio. Ecco, buio. L’ho sentito salire e avvolgermi. E adesso sto benissimo. “Non capisco.”
Mi allaccia il camice. “Spero che nessuno noti che vai in giro scalzo, ma dobbiamo arrivare solo sino al furgone. Andiamo, dai, muovi il culo.”
“Ho detto che non capisco.”
“Poi ti spiego” dice tirandomi.
Resisto. Tutto va troppo in fretta per me. “Ascolta, amico. Come hai detto che ti chiami?”
“Davide.”
“Va bene, Davide. Non ho intenzione di andare da nessuna parte con te. Sei un dottore?”
“No.”
“Ecco, voglio un dottore.” Cerco il campanello per chiamare l’infermiera, ma finalmente mi rendo conto che quella stanzetta illuminata dai neon dove mi trovo somiglia molto poco a una corsia d’ospedale. Sembra più un… grande frigorifero. Con i ripiani ingombri di strani oggetti coperti da teli bianchi dalla dimensione e la forma di corpi umani. “Questo non è un ospedale, vero?”.
“No” risponde Davide. “Non proprio.”
Sollevo uno dei teli. Appare il volto di un vecchio, con gli occhi spalancati e il colorito bluastro. Lascio ricadere il telo. “E allora dove siamo?” chiedo, già intuendo la risposta.
Davide sospira. “All’obitorio. Eri morto, Leo. Sei rimasto secco per tre giorni.”

2

Piccolo passo indietro. La settimana era cominciata strana, ma non sapevo che sarebbe finita peggio. Sono redattore in una piccola casa editrice. Lavoro noioso, sottopagato ma tranquillo. Il lunedì è un giorno di fiacca, come se le rotelle di tutti ingranassero a fatica: poche telefonate, poche rotture di palle anche da parte di chi normalmente passa la vita a farti pesare la tua inadeguatezza, come Roberta, la caporedattrice che nessuno ha mai visto sorridere. Davanti a me, nel mio cubicolo dell’open space rumoroso e male illuminato, avevo le bozze da rivedere di un manuale di informatica, dentro di me la pesantezza del panino al salame che avevo preso a pranzo e qualche sogno di vacanza anticipata. Era passato a trovarci un vecchio collega in pensione che chiamavamo tutti Cencio, per via dell’aspetto stazzonato, e io, che avevo poca voglia di rimettermi a correggere, mi ero alzato per andare a salutarlo. Solo alla macchinetta del caffé mi ero accorto che il suo aspetto era peggiore anche del solito. Colorito giallastro, pelle cascante sotto il mento. Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi mesi. “Ma stai male?” gli avevo chiesto, senza sapere bene perché. Non eravamo intimi, normalmente mi sarei fatto gli affari miei.
“Sì” Aveva risposto lui. “Ho il cancro.” Poi mi aveva spiegato che l’aveva preso al fegato. Inoperabile. Sei mesi di vita, forse di meno. Io avevo balbettato qualche frase di circostanza, vagamente scioccato. Non solo perché mi dispiaceva per lui, ma perché capivo che Cencio aveva una data di scadenza, come i replicanti di Blade Runner. Come tutti noi, a dire il vero, solo che lui la conosceva. Per salutarlo l’avevo abbracciato d’impulso e altrettanto rapidamente mi ero staccato da lui. Avevo sentito come… una scossa. Qualcosa che mi aveva vibrato nella pancia come l’accordo di un basso dalle casse di una discoteca. Un tremito profondo, quasi doloroso. “L’hai sentita anche tu?” mi aveva chiesto Cencio, guardandomi con gli occhi spalancati.
“Deve essere elettricità statica. Sai, questa cazzo di moquette” avevo risposto senza crederci. L’avvenimento mi aveva scombussolato. Mi era rimasta una strana sensazione addosso che non ero riuscito a cancellare. E il giorno dopo quando mi ero svegliato, tutto mi sembrava differente. La luce mi sembrava più brillante, gli odori più forti, i suoni più acuti. Avrò mica la febbre? Avevo pensato. Ma stavo benissimo. Ero solo su di giri, come se la scarica che avevo sentito il giorno prima mi avesse rimesso in moto una sorta di motore interno da troppo tempo grippato. Ero andato al lavoro canterellando, scoprendo che il mio buonumore era contagioso. Chi mi incrociava lungo la strada sorrideva, oppure cominciava a fischiettare qualche passo dopo avermi superato. E gli animali… facevo uno strano effetto anche su di loro. I cani tiravano il guinzaglio per venire a leccarmi la mano o accucciarsi ai miei piedi, i gatti randagi saltavano dai muri per strusciarsi tra le mie gambe. I piccioni si posavano sui davanzali al mio passaggio. Mi sembrava di essere in sintonia con tutto, anche se il buonumore era rapidamente scemato quando mi ero rinchiuso nella casa editrice e tutto era andato normale sino a sera, quando era arrivata la telefonata di Cencio. Piangeva e ci avevo messo un po’ per capire che non stava maledicendo il suo destino, ma mi stava ringraziando. “Grazie per cosa?” avevo chiesto.
“Grazie per avermi guarito.”

3

Tornato a casa dalla redazione Cencio si era accorto subito di stare meglio. Aveva mangiato con appetito, e la mattina si era svegliato sentendosi troppo bene per un moribondo.  Alla visita di controllo aveva scoperto che le metastasi stavano sparendo. “Il dottore ha sparato cazzate sulla remissione spontanea” mi aveva detto Cencio. “Ma io so la verità: sei stato tu.” Secondo Cencio, era stata quella scarica che si era prodotta quando ci eravamo abbracciati. “È da quel momento che ho cominciato a stare meglio: non so come hai fatto, ma so che è tutto merito tuo”. Aveva continuato a ringraziarmi sino a quando non ero riuscito a riattaccare. Che scemenza, avevo pensato. Ma non più scema del resto delle cose che mi stava succedendo in quei due giorni. E quando Roberta si era tagliata un polpastrello con la carta, spinto da un incontrollabile impulso mi ero chinato su di lei e le avevo afferrato il dito tra le mani. Ecco, la scarica si era prodotta ancora, ma stavolta era stata quasi impercettibile. E anche se Roberta aveva sottratto subito il dito alla mia presa e mi aveva ricacciato alla mia scrivania quasi urlando, avevo visto che la piccola ferita si era richiusa.
È incredibile, pensavo tornando a casa, la testa leggera. Guarisco la gente. Una parte di me pensava che tutto avesse una spiegazione razionale, un’altra pensava al bene che avrei potuto fare se davvero fosse stato così. La terza, mi vergogno a dirlo, ragionava su quanto avrei potuto diventare ricco con quella cosa. Certo, i poveracci li avrei guariti gratis, ma i ricchi… Avrebbero fatto la fila alla mia porta, sarei andato in giro in limousine. Era stato in quel momento, mentre avevo gli occhi persi dietro l’oro, che i due tizi vestiti di nero erano scesi da una sorta di carro funebre e mi avevano sparato in testa.

4
Davide mi porta al suo furgone, parcheggiato sul marciapiede fuori dall’obitorio: un vecchio furgone Ducato, con la vernice blu scrostata e i parafanghi arrugginiti. “Senti, non ci credo” gli dico.
Lui apre la portiera e mi butta dentro. “Davvero non ci credi?” dice richiudendo e salendo al volante. “Eppure chi ci è passato mi ha detto che la morte ha un sapore particolare. Che non ti puoi sbagliare quando ti succede.”
Aveva un sapore particolare?, mi chiedo mentre Davide mette in moto. C’era qualcosa di diverso da, poniamo, uno svenimento? Difficile dirlo: non sono mai svenuto. Eppure quel senso di affondare, di cadere, di spegnermi che ho provato era strano. Davide comincia a correre per le vie del centro.
“Continuo a non crederci” dico. E comunque, chi sono quei due? Perché volevano uccidermi?”
Ti hanno ucciso. Non volevano. Ci sono riusciti. Se pensi che sia strano, non pensi che sia strano anche guarire la gente?”
“Come fai a saperlo?”
“Abbiamo i nostri sistemi.”
“Noi chi?”
Sospira di nuovo. Devo sembrargli incredibilmente tardo. “Ascolta, è una storia lunga e preferirei raccontartela quando saremo al sicuro. Quando scopriranno che sei tornato, ci vorranno riprovare.” Accelera.
“Puoi guidare e parlare.”
“Cazzo…” dice. “Ok. Tu guarisci la gente, giusto? E resusciti.”
“Sulla prima forse sì, la seconda mi pare ancora un po’ grossa” dico.
“Ok, ci arriverai. Anch’io so fare delle cose, tipo le tue. Non così eclatanti. E quelli che ti hanno sparato non vogliono che lo facciamo.”
“Stai parlando di poteri? Io e te abbiamo dei poteri?”
“Non esattamente” dice bruciando un rosso.
“Abbiamo i poteri. Come Spiderman.”
“Davvero, è un’altra faccenda.”
“Come lo chiameresti guarire la gente e resuscitare?”
“Eredità. Stirpe.” Una macchina sbuca da una via laterale tagliandoci la strada. Una macchina tipo carro funebre. Davide sterza evitandoli per un pelo. “Sono loro! Tieniti!”
“Cazzo…”
Qualcosa picchietta contro la carrozzeria, come grandine. Quando della grandine mi fischia vicino all’orecchio capisco: proiettili. Davide continua a sterzare e derapare, urtando auto in sosta e viaggiando contromano. Forse è quello il suo potere, la guida demente. Mi aggrappo disperato alla portiera. Davide prende un passaggio pedonale che sbuca contro il parapetto dei Navigli, nel pezzo appena fuori il centro cittadino. Mi aspetto che freni, invece accelera. Il contraccolpo mi schiaccia contro lo schienale, e quando la testa mi si schiarisce capisco che il furgone è infilato con il muso nel canale e le acque limacciose cominciano a filtrare. “Davide!” Urlo. “Non so nuotare!”
“Non ti preoccupare. Ti porto io.” Davide spalanca la portiera dal suo lato con un calcio, poi con un movimento velocissimo corre dal mio lato, mi apre la portiera e mi prende in braccio. Poi comincia a correre. Corre trasportandomi tra le braccia come un bambino.
Corre sull’acqua.

5

Siamo risaliti sulla terraferma un chilometro più giù. Non solo Davide corre sull’acqua, ma lo fa piuttosto velocemente. Gli uomini in nero sono rimasti bloccati più indietro. Loro sembrano non avere poteri, solo pistole.
Poi Davide ha rubato una macchina, e abbiamo guidato tutta la notte sino in Toscana. Io dormicchiavo, ma ogni volta che il sonno si faceva profondo, sognavo di morire di nuovo e mi risvegliavo. Adesso ci credevo, eccome.
All’alba ci infiliamo in una tenuta agricola. “Dove siamo?” chiedo.
“Da qualcuno che ti potrà dare le spiegazioni di cui hai bisogno” dice.
Il padrone di casa è un uomo sulla sessantina, con la barba da anacoreta, ma vestito elegante e demodè, come un signorotto del secolo scorso: completo marrone, panciotto, orologio da taschino. Ci fa accomodare: la casa è enorme e arredata con mobili che sembrano usciti dal sogno di un maraja. Davide ci lascia subito. “Ho un sonno terribile” dice. “Vado a buttarmi sul letto se non ti dispiace.”
“Fai” risponde l’uomo, senza staccarmi gli occhi di dosso. “Tu ti chiami Leonardo, vero?” mi dice poi, mentre Davide sparisce ai piani superiori.
“Sì.”
“Tu puoi chiamarmi il Vecchio, è un nome buono come un altro.”
 “Ok.” Mi guardo attorno. “Bello qui.”
“Sì. Sono ricco, sai?” dice facendomi accomodare nel salotto grande come una piazza d’armi, con le pareti coperte di pannelli di quercia. “E sai come ho fatto i soldi?”
“No.”
“Con il vino. Pochi clienti e selezionati” dice.
“Deve essere buono.”
“Il migliore. Dai, accomodati.”  Mi fa cenno di sedere al tavolo centrale, e quando lo faccio lui si sistema davanti a me. “Immagino tu abbia molte domande da farmi.”
“Così tante che non so da dove cominciare. Anzi, lo so. Perché vogliono uccidermi?”
“Vogliono uccidere tutti noi” risponde il Vecchio. “Pensano che siamo delle abominazioni, che non dobbiamo esistere. Hai studiato genetica?”
“Qualcosa alle superiori.”
“Allora saprai che alcune caratteristiche possono riaffiorare anche a distanza di generazioni. Dipende da una concomitanza di fattori complessa”.
“Geni dominanti e geni recessivi, giusto?”
“Esatto. Può essere una malattia, o una caratteristica innocua, come il colore degli occhi. Due genitori con gli occhi marroni figli di genitori con gli occhi marroni possono avere un figlio con gli occhi azzurri, perché quel gene era presente in entrambi.”
“Quindi mio nonno aveva poteri come i miei? O il mio bisnonno?”
“E’ molto improbabile. Il gene che fa di te quello che sei affiora molto più di rado. Ma se vai indietro nel tempo, è facile che qualche tuo parente fosse come te. O come Davide.”
“Quindi anche io e lui siamo parenti.”
“Anche io e te, ma molto alla lontana.”
“Alla lontana quanto?”
Si alza e prende una brocca di cristallo e un bicchiere da un tavolino e li posa davanti a me. “Non siamo mai riusciti a tracciare una linea genealogica precisa. Quello di cui siamo certi è che abbiamo un progenitore comune. Un uomo buono, che usava i suoi poteri per cercare di fare del bene. Ma quello che sapeva fare ha spaventato le autorità del suo tempo. Che lo hanno condannato a morte. Per fortuna, come hai capito sulla tua pelle, la morte non sempre è definitiva” sorride. “Poi si è nascosto e ha avuto una lunga serie di figli e nipoti, apparentemente normali. Ma, come ti dicevo prima, ogni tanto caratteristiche come le sue si manifestano in qualche suo discendente, di solito intorno ai trent’anni. Oggi, nel mondo, siamo poco più di cento. Saremmo molti di più se non fossimo stati perseguitati.”
“Cento come me?”
Scuote la testa. “Non proprio. Ognuno ha preso caratteristiche differenti dal nostro comune progenitore. Io, per esempio, ho una capacità molto modesta. Solo che sono riuscito a farla fruttare molto bene. Molto, molto bene. E i miei clienti mantengono il segreto.”
Prende la brocca d’acqua e ne versa un bicchiere, poi copre il bicchiere con una mano.
“Chi era il nostro progenitore?” chiedo. “Si sa il suo nome?”
Il Vecchio ride. “È famosissimo. Davvero non ci sei arrivato?” Scopre il bicchiere. L’acqua è diventata di un color rosso vivo. Il Vecchio spinge il bicchiere verso di me. Lo annuso. Vino.
“Oh Gesù” dico, mentre un lampo di comprensione mi acceca.
Il Vecchio annuisce. “Vedi? Non era difficile.”

6

Da quella notte, la notte del mio risveglio dalla morte, sono entrato in clandestinità. Lavoro in un gruppo di recupero per quelli come me. Cerco di salvarli, di arrivare prima che gli uomini in nero li trovino e li uccidano. Qualche volta ci riesco, molto spesso no. Gli uomini in nero sono molto veloci, e abili, e organizzati.
Noi li chiamiamo gli Erodi.


Sandrone Dazieri


Vedi +

Smemoranda 2011


Vedi +