Ti ho preso una cosa.

Mio marito mi posizionò sotto il naso un pacco lungo e sottile che poteva contenere indistintamente un kalashnikov o un paio di sci. La mia faccia sbalordita doveva essere molto eloquente e in effetti non sapevo se essere più stupita del dono o del fatto che lui si fosse ricordato che era il nostro anniversario di matrimonio. 

– Un regalo…

È sempre nei momenti dove dovrei dire le cose più intelligenti che mi escono di bocca quelle più stupide e lui trovava molto divertente prendermi in giro per quella mia debolezza.

– Ovviamente no, dopo dovrai pagarlo. Ma per ora ce l’hai in comodato.

Risi nervosamente e presi in mano il pacco, scoprendolo molto leggero a dispetto delle dimensioni. 

– Dimmi che non è una scopa elettrica, giuro che se mi hai regalato un elettrodomestico te lo infilo dritto per… – mi interruppe con un gesto netto.

– No. Niente elettrodomestici. È un salvavita.

Sempre più curiosa cominciai a manipolare il pacco lentamente. Facevo sempre così sin da bambina, anche a Natale, il che mandava in bestia tutti i parenti desiderosi di udire i miei urletti deliziati davanti al frutto del loro impegno nella scelta. Se avessero intuito quante volte sono stati capaci di deludermi con i loro regali micragnosi, dozzinali o fuori luogo credo che avrebbero apprezzato maggiormente il piacere che mi prendevo nel rimandarne lo svelamento. Succedeva lo stesso anche con mio marito, l’altro, prima che morisse. Considerato però che quel pacco era l’unico regalo che il mio secondo marito mi avesse mai fatto per una ricorrenza, speravo davvero che almeno stavolta non fosse così. 

– È bello voluminoso… – mormorai scartando con cura la scatola di cartone i cui contorni sentivo chiaramente sotto le dita.

– Per forza: deve affrontare nemici potenti.

Non so perché, ma a quelle parola nella testa mi passò rapidissima l’immagine della faccia rubizza del nostro vicino di casa, il classico stronzo arrogante che cammina impunito per strada solo perché l’omicidio è ancora un reato punibile. Faceva il camionista e ogni sera parcheggiava di prepotenza il rimorchio del TIR a filo del nostro vialetto, costringendomi a manovre da contorsionista per uscire con l’auto la mattina presto. Accarezzai l’ipotesi che dentro alla scatola ci fosse davvero un fucile di precisione, ma naturalmente non poteva essere. Ero sempre più incuriosita. Dalla carta lacerata apparve all’improvviso l’immagine stampata di un gigantesco ragno peloso, satinato e molto realistico. Istintivamente allontanai le mani dalla confezione, subito accompagnata dalla risata di scherno di mio marito.

– Stai tranquilla, non ci sono ragni.

Poco convinta, continuai a lacerare l’involucro con più circospezione. Continuavano a comparire ragni di varie dimensioni stampati sulla confezione. Quando strappai anche l’ultimo pezzo di carta colorata, sul frontespizio era comparsa anche una grande scritta verde e viola: SPIDER-CATCHER. Cattura-ragni. Fissai mio marito senza indulgenza.

– Che diamine mi hai comprato?

– Un’arma di legittima difesa, tesoro. Ti servirà quando i ragni giganti ti assalgono e io non sono presente.

Non avevo idea di cosa fosse uno spider-catcher, ma il pacco mi respingeva. Se l’oggetto che conteneva era stato pensato per gli aracnofobi sarebbe stato meglio che la ditta cambiasse esperto d’immagine: nessun nemico dei ragni avrebbe mai comprato un prodotto con tutte quelle tarantole  a grandezza reale impresse sulla confezione. Ma mio marito dei ragni non aveva mai avuto paura, proprio come quell’altro. 

– Non fissare la scatola così: aprila! Vedi come è fatto, è divertente…

Divertente non era l’aggettivo che avrei usato per descrivere la situazione. Sotto il suo sguardo sollecito aprii la scatola con diffidenza sempre maggiore e in un trionfo di cellophane mi apparve quello che sembrava essere un incrocio tra una pistola giocattolo a canna lunga e uno scopino per pulire il cesso. Lui se ne impossessò con prontezza, privandomi del gusto di compiere l’ennesimo lentissimo spogliarello dell’ultimo strato di imballaggio. Liberò la pistola senza preamboli e ne allungò la canna fino alla sua massima estensione, mostrandomi che era telescopica.

– Vedi? Raggiunge la lunghezza di un metro e ottanta, così puoi prendere i ragni senza mai arrivarci vicina. Una figata!

Premette il grilletto verde menta della pistola e lo scovolino di plastica in cima alla canna si spalancò improvviso come un fiore carnivoro, diventando prensile. Rimasi delusa. Avevo sperato che partisse come un proiettile infilzando il ragno al muro sul colpo, invece era una specie di innocua manina che lo afferrava senza nemmeno schiacciarlo. Realizzai d’improvviso che per il nostro quinto anniversario di matrimonio l’uomo che avevo sposato mi aveva appena regalato un afferra-ragni di plastica a forma di pistola. Io e Nora avevamo preso per il culo Silvia per mesi quando Giorgio le aveva regalato la macchina da cucire, ma a confronto dello spider-catcher una macchina da cucire era un solitario di Cartier.

– Non li uccide neanche. – commentai asciutta.

– Non è detto che chi ha paura dei ragni voglia ucciderli. Questo coso li prende vivi, poi decidi tu.

– Io li voglio morti. Che me ne faccio di un ragno prigioniero? Apro un campo di concentramento per ragni?

Il tono di voce mi si era sollevato. Non era così che avrei dovuto reagire, me ne rendevo conto, ma a quanto pare nemmeno gli anni di educazione all’ipocrisia davanti ai regali intelligenti da bambina secchiona erano bastati a prepararmi a ricevere un afferra-ragni per l’anniversario di matrimonio, specialmente da uno che aveva la dichiarazione dei redditi a sei zeri. Il fesso, che forse si era aspettato maggiore riconoscenza per la fantasia, davanti alla mia reazione dava segni di frustrazione.

– Devo ricordarti che la settimana scorsa mi hai fatto uscire prima dall’ufficio perché venissi a uccidere il ragno in bagno? Devo descriverti la scena di te in lacrime che urlavi rannicchiata sul piatto doccia mentre quello camminava sereno sull’accappatoio per terra?

Scandiva le sillabe puntandomi il dito contro e per un istante ebbi l’impressione che fosse dotato di un indice telescopico che mi si proiettava addosso. Diventai anche io più ostile.

– E se avessi avuto questo coso in casa cosa avrei fatto, secondo te? Sarei uscita dalla doccia, avrei scavalcato l’accappatoio, avrei preso il tuo stupido scopino e sarei tornata in bagno ad affrontare il ragno?

– Forse non l’avresti fatto, è vero. Ma avresti potuto!

– Ah. Avrei potuto. Beh, questo cambia tutto, in effetti.

– L’avresti afferrato e lo avresti portato in giardino a distanza di sicurezza, poi…

– NON ESISTE una distanza di sicurezza con i ragni!

Quando mi resi conto di aver gridato era tardi. Mio marito mi guardava ammutolito. Aggiunsi qualcosa per disinnescare la tensione.

– Tesoro, so che volevi aiutarmi, ma un aracnofobo non ha paura del ragno che ha davanti: ha paura di quello che ha nella testa.

– È illogico…

– Certo che è illogico! È per questo che si chiamano fobie.

Il coso acchiappa-ragni giaceva sul tavolo in mezzo alle spoglie della sua scatola, inutile come la creatura che l’aveva progettato, probabilmente un altro marito benintenzionato a far felice la moglie fobica. Lui e mio marito per un attimo mi sembrarono fatti della stessa materia color pastello, allegra e insensata. Mi intenerirono entrambi.

– Potresti provarci – disse lui piano – non dico con tutti, ma almeno quelli negli angoli in alto…

– Ci proverò, se sono nella posizione giusta. Ma dopo cosa ne faccio?

Negli occhi gli si riaccese una luce di speranza.

– Preparo in giardino una tavoletta con del collante vischioso, così li appoggi e muoiono da soli. Che ne dici?

Un ragno non si lascia mai morire lentamente. Grida per ore il suo lamento in ragnesco e poi arriva la sua mamma. Non ero pronta ad affrontare la mamma incazzata di ogni ragno che avrei acchiappato con quel coso, ma non ero pronta neanche a dire a mio marito che avevo paura della mamma del ragno.

– No, rischi che ci resti incollato qualche passero. Prepara piuttosto un secchio con acqua e acido muriatico. Voglio che muoiano in fretta.

Mi guardò per un istante, scambiando la mia affermazione per uno scrupolo di coscienza. Sorrise più rilassato.

– Hai ragione, che stupido… così non hanno neanche il tempo di soffrire.

Gli sorrisi a mia volta. Eravamo sposati da cinque anni e quell’uomo di me non aveva ancora capito niente, proprio come quell’altro. Mi ravviai i capelli con un gesto morbido e mormorai dolcemente:

– Perchè causare inutile sofferenza a una bestia inconsapevole… – Mi avvicinai a lui aggirando lo spider-catcher con un gesto sinuoso del fianco.

– Sei bellissima e così dolce… – sussurrò accogliendomi tra le braccia.

Lo diceva sempre anche quell’altro.

– Cento di questi giorni – sussurrai affondandogli il viso nella spalla.


Michela Murgia


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