Come mi dice sempre mia madre, quando mi fisso con una cosa, non c’è verso di schiodarmi. Quando mi prende una fissazione, ci penso su giorno e notte tutto il tempo, ci faccio i film, mi ripeto tutta la scena come immagino che sarà nel futuro, me la rimugino, non penso a altro e finché non succede, finché non succede tutto come me lo immagino nella mia testa non trovo pace. Sono fatta così. Ti ritroverai nei guai dice la mia ex amica Franci. Tu, farai una brutta fine, mi dice la prof di matematica. Io quello che dico è: andate tutti al diavolo, io sono io e sono fatta così e se ci ho una fissazione non posso fermarmi, e se non vi va bene, se non vi piace come sono, allora dico che sono contenta di non piacervi. E sapete perché? Perché nemmeno voi a me mi piacete!

Questo me l’ha insegnato la Vale, la mia vicina di casa che è una tipa pazzesca, poi ve lo racconto.

I luna park mi sembrano una cosa per ritardati, però mi divertono, quest’anno ci sono venuta con mia madre e Gian, il suo tipo. Lui voleva fare il figo, voleva far vedere che ci sa fare e quanto è simpatico, così ci ha portato sulle montagne russe e ha cominciato a tirarsela. A un certo punto mentre iniziamo a precipitare lui fa vedere che non si tiene con le mani e io ho pensato speriamo che vola di sotto e che lo vediamo spiaccicato sulle pietruzze laggiù. 

Poi dopo voleva portarmi sulle altre giostre da sola con lui ma io ho evitato, non mi andava di ritrovarmi con lui da sola. Quando a un certo punto siamo arrivati alla ruota panoramica però mi sono esaltata, merda, voglio andare lassù, voglio andarci a tutti i costi, ma da sola, gli dico. La ruota è partita e io ho fatto un respiro profondo, mi metto lì a godermi la sensazione di staccarmi da terra. Lassù in cima ho scoperto che era incredibile, mi faceva sballare il fatto di salire più in alto dei palazzi, più in alto degli alberi, più in alto del mondo. La prossima fermata è dentro il cielo blu, mi sono detta. La ruota si è fermata e io stavo in un punto lontanissimo, con tutti i rumori della città attutiti, niente voci, niente casino, mi sono detta che se esistono gli angeli, si devono sentire così, come me in questo momento. Lontani dalle preoccupazioni, lontani dalle litigate in casa, lontani da quel cazzone di Gian.  

Ho pensato alla Vale, quella che vi dicevo, che è l’unica che mi capisce, anche se è un bel po’ più vecchia di me, ci ha tipo ventotto anni e io ce ne ho quasi quindici, ha un sacco di amiche, solo femmine, e lavora in una cooperativa di quelle che accolgono le donne che gli è andato tutto storto, quelle picchiate dai maschi e cose del genere. A me la Valentina mi piace un casino, e con lei è l’unica che mi va di fare delle confidenze, di dirle qualcosa che ho nel cuore e nella panza. Così un giorno le ho detto di Gian, anche se avevo paura che se si sa in giro poi mi sputtano, io dentro di me sentivo che non era giusto, sentivo come una specie di roba scura e minacciosa da quando era successo quel fatto, una cosa che mi toglieva la voglia di alzarmi al mattino e andare a scuola, mi toglieva la voglia di fare tutto. Così l’ho detto alla Vale, di quella volta che il Gian… quella volta che ero sola in casa con lui e lui mi chiama dal gabinetto, io vado e mi sembrava strano che il Gian mi chiama per andare dentro al cesso, ma c’era la porta aperta, ho pensato che forse aveva qualcosa da dirmi, e così io arrivo lì e il viscido cosa fa mi fa vedere tutta l’attrezzatura, e mica per sbaglio, mi aveva chiamato e io ora stavo lì davanti a lui col coso in mano che sorrideva e se lo guardava e mi guardava come dire oh che cosa simpatica che ci ho da farti vedere, e poi cominciava anche a armeggiare col suo sorriso schifoso proprio una roba da vomito, e allora io schizzo via e vado a chiudermi nella mia cameretta. Bastardo, bastardo! dico rivolta al mio copriletto, che schifoso, che merda umana! E però non so cosa fare a quel punto perché a lei, a mia madre mica mi viene da dirci queste cose, non mi viene mai da confidarmi con lei, macché, e poi è completamente partita in quarta… oh il Gian di qua oh il Gian di là… cosa le dico, guarda che il tuo idolo non vede l’ora di mettere in mostra la sua attrezzatura? Cosa le dico a quella matta?

Allora niente, il giorno dopo non sono andata a scuola, mi è venuto da vomitare, non avevo più fame, io che mi mangerei sempre un camion di roba. E così incrocio per strada la Vale che mi dà un’occhiata e secondo me capisce subito che c’è qualcosa che non gira, Oh Betta, ti va di fare un salto da me? Cosa? Quando? Quando vuoi, puoi anche venire adesso, ci mangiamo una pizza, che ne dici? ci prendiamo una pizza e ce la raccontiamo un po’, dillo a tua madre. Mia madre non c’è a pranzo, lavora. Allora vieni, dai ti invito io.

Io sono contenta quando la Vale mi invita a pranzo da lei o a prendere il tè coi biscotti perché finisce sempre che ci raccontiamo le robe su di noi e lei non mi mette mai giù delle frasi fatte e non mi spiega mai come dovrei comportarmi nella vita, come dovrei vestirmi come dovrei pettinarmi come dovrei stare a dieta e fare la ginnastica e non stare troppo tempo a smanettare al computer, insomma non ci ha la solita pappetta pronta da scodellarti, ma le piace guardarmi dritta negli occhi, ascoltare le robe che le dico e sorridermi un po’, non un sorriso sparato fasullo, ma un bel sorriso vero, che ti fa sentire un essere umano, che ti fa pensare, ok, almeno un’amica ce l’ho! questa tipa, lei c’è, e dunque significa che io non sono messa poi così male come vogliono farmi credere quasi tutti, significa che non sono un essere assurdo, una ragazzina fuori di testa che parte sempre in quarta con le fissazioni e sta sempre a smanettare al computer e non va tanto bene a scuola e che si fa le pettinature che non vanno nemmeno più di moda. Insomma, quel giorno ce l’ho raccontato alla Vale ce l’ho detto che lo stronzone mi aveva fatto quel bello scherzetto di tirarsi fuori il suo lumacone e di mettersi a ridere proprio da viscido e la Vale ha detto che noi non glielo avremmo più fatto fare, che la casa dove vive una tipa di quindici anni come sono io doveva essere un posto sicuro e accogliente non un posto che mi fa vivere queste violenze.

Violenze! Cacchio, quando ha detto questa parola ci sono rimasta secca, ci sono rimasta proprio secca, dovevo avere la bocca spalancata e gli occhi sgranati come una deficiente, perché ecco, quella parola ha come fatto uscire di colpo la roba che sentivo dentro, ha come fatto uscire alla luce del sole quel sentimento scuro e minaccioso che sentivo dentro la pancia da quando era successo quel fatto. E così ora continuavo a rimuginarci sopra, e volevo vendicarmi anche, volevo fare succedere qualcosa perché secondo me non era giusto. 

Ecco, io la violenza me la immaginavo che era solo quella dei film quando due maschi fanno a pugni, si spaccano la faccia, quando le auto si inseguono, eccetera, ma no, che scema, mica solo quelle robe lì sono LA VIOLENZA. Quello che il Gian mi ha fatto quel giorno lì nel cesso era anche la violenza. Perché il Gian per me era il tipo che viene a cena da noi ogni tanto la sera, che si siede sul divano quando guardiamo il telefilm delle ragazze americane che scolano gli aperitivi e parlano sempre di maschi e di porcate varie… il Gian è quello che ci ha invitate una volta a un ristorante sul mare dove abbiamo mangiato il pesce buonissimo coi frutti di mare, i ricci, i gamberi e il sorbetto al limone, una cosa da gran signori mi era sembrata, che mi ero anche chiesta dove pigliava tutti quei soldi per pagare il conto visto che non sapevamo che lavoro faceva. Mia madre mi aveva pure fatto bere un poco del vino che bevevano loro due tutti allegri e ridanciani. Che cazzo, il Gian, non dico che era la fine del mondo, ma almeno vedevo lei che si era tutta ringalluzzita da quando aveva questa storia con uno che per me ora è diventato solo quello col mollusco in mano e non sarà mai nient’altro.

La ruota si è fermata con uno strattone e la cabina ha oscillato di brutto per la botta improvvisa, i bambini nelle altre cabine si spanciano dal ridere ma si vede che se la fanno addosso. Guardo le persone di sotto, tutti piccoli come nanetti. Poi ho guardato verso la strada, ho visto che sono arrivate due auto dei carabinieri, è uscito un caramba e si è messo a parlare dentro un cellulare, poi sono usciti altri due tipi, uno con la divisa e l’altro normale. Li seguo con lo sguardo, li vedo passare davanti alle altre giostre, si fanno largo nella fila che c’è davanti all’entrata delle montagne russe e arrivano sotto la ruota, si avvicinano al Gian che sta dicendo qualcosa a mia madre. Quello che penso è proprio una cosa da telefilm, penso: Gli hanno teso una trappola, e lo hanno incastrato. Vedo i due caramba che si avvicinano a lui e poi cominciano a dire qualcosa, lo prendono per un braccio e fanno come per portarlo via, il Gian si divincola, si mette a sbracciarsi, ma è in trappola, come mi ripeto. 

Mi viene in mente le volte che alla Vale le raccontavo delle cose tipo che mio padre era un pompiere che è morto per salvare dei bambini in un incendio, o che a scuola mi ero fatta parecchi amici che mi cercavano sempre… una volta le avevo detto che ero contenta perché avevo sentito il Gian che diceva che forse doveva partire per un paese lontano all’estero perché qui aveva dei problemi… D’accordo, potevano sembrare delle bugie ma io li vedevo invece come dei sogni che mentre li raccontavo, per qualche minuto erano veri.


Rossana Campo


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