omaggio a Edgar Allan Poe

Il telecomando era sul bracciolo della poltrona; la mano, segnata da vene scure, stava sopra il telecomando. L’indice premeva un tasto, poi un altro. Le finestre chiuse e le tapparelle abbassate perché era notte. Era inverno.
    L’espressione del vecchio non mutava al mutare delle immagini sullo schermo, anche se ogni volta che schiacciava un tasto cambiava tutto: facce, ambienti, suoni, luce, colori.
    A un certo punto si fermò vedendo una ragazza molto carina seduta su un divano, accanto ad altri ospiti di un talk show. La ragazza indossava un vestitino che disegnava le linee del corpo e scopriva le gambe sottili fino a metà coscia.
    C’erano almeno dieci canali che a quell’ora trasmettevano scene hard o pubblicità di video porno, ma la ragazza aveva qualcosa di speciale, qualcosa che gli fermò il respiro, perché gli ricordò subito un’altra persona, o piuttosto gli sembrò l’incarnazione giovanile di quella persona. Ciò che quella persona era stata molti anni fa. Quando il conduttore fece una domanda stupida e la ragazza cominciò a parlare lui cambiò canale, perché la voce era stridula, molto diversa da quella di lei.
    Abbassò gli occhi per un attimo, fermo ai confini di una regione della memoria in cui gli era ancora difficile entrare. Troppo dolore, e troppo poco tempo trascorso. Poco più di tre mesi, pensò.
    Provò a seguire un vecchio film, per un minuto, ma alla fine non riuscì a resistere. Tornò al canale di prima.
    La ragazza rideva e stava raccontando una sua storia. Con piccoli tocchi, abbassò il volume per togliere il fastidio di quella voce tremenda. La voce non somigliava a quella della donna morta, ma tutto il resto sì, in un modo incredibile. Perfino la mimica, la maniera di parlare.
    Rimase a guardarla. Ogni tanto la regia inquadrava gli altri ospiti o persone fra il pubblico: quasi tutti sorridevano, le donne con aria scettica, gli uomini più bendisposti. A volte lo schermo era completamente riempito dalle gambe nude della ragazza, che parlava e parlava, e dondolava un piede. Premette un tasto e in alto a destra comparve l’ora: le due e trentotto del mattino.
    In quel momento sentì bussare alla porta.
    Aggrottò le sopracciglia e voltò la testa. La cervicale mandò una fitta che gli irrigidì il collo.
    Rimase immobile in ascolto. Da dove era seduto lui la porta d’ingresso stava a tre o quattro metri, nell’angolo in fondo. Chi c’era là fuori? Vista l’ora non poteva certo essere una visita, ma lui era sicuro di aver sentito bene. Sicurissimo.
    Uno scoppio di risa e applausi dal televisore, mescolati a qualche fischio. Lanciò uno sguardo di sbieco: la ragazza aveva finito il suo racconto e rideva soddisfatta, identica… sì, identica in tutto a una fotografia di Giulia scattata a una festa, più di trent’anni fa. Per molto tempo aveva tenuto quella foto nel portafogli, per mostrarla in giro e vantarsi di quanto era bella sua moglie. Era bellissima, Giulia. Appoggiò un braccio sullo schienale della poltrona e torse tutto il corpo per guardare la porta, immobile e silenziosa. Eppure qualcuno aveva bussato. 
    Si alzò in piedi. Un capogiro lo costrinse ad aggrapparsi alla poltrona, ma passò subito.
    Andò alla porta. C’era lo spioncino, ma lui non lo usava mai; gli pareva sempre che a essere spiato fosse lui, e non chi stava fuori.
    “Sì?…” provò a dire.
    Nessuna risposta.
    Girò la chiave e aprì.
    Fu sorpreso da tutto quel buio: non ricordava che il lampadario del piano era fuori uso. La luce che usciva dall’appartamento tagliava il pavimento del pianerottolo, e la sua ombra nera nera stava disegnata dentro quel rettangolo giallo.
    Comunque, qua fuori non c’era nessuno. Forse chi aveva bussato era salito o sceso lungo le scale? Fece un passo oltre la soglia, si guardò intorno e ripeté:
    “Chi c’è?…”
    Niente.
    Esitò un attimo. Poi si voltò, chiuse e tornò alla poltrona.
    Appoggiò le mani sui braccioli e si calò giù a sedere poco alla volta, appoggiando il peso sui polsi, perché da giovane aveva avuto braccia molto muscolose e sembrava che la forza, che era defluita da tutto il corpo, non volesse abbandonarle.
    Alzò lo sguardo e ritrovò la ragazza. Continuava a sorridere. A essere bella. Un altro degli ospiti le fece un complimento. Lei rise forte, si passò una mano fra i capelli e cercò di essere all’altezza, rispondendo con una battuta.
    Come sentì di nuovo la voce lui trasalì, perché non gli sembrava più così stridula. Rimase in ascolto, accigliato, finché lei non tornò a parlare. Questa non era la voce sgraziata che aveva sentito prima, e la somiglianza con quella che per tanti anni era risuonata in casa – prima di indebolirsi e diventare roca con l’età e poi con la malattia – questa somiglianza adesso era impressionante.
    Tremando un po’, si sporse in avanti sulla poltrona e si avvicinò più che poteva al televisore.
    Era come se la ragazza si fosse trasformata sotto il suo sguardo, come se la nostalgia per Giulia l’avesse modellata. Immobile, stringendo le mascelle ogni volta che l’inquadratura si spostava su altre facce e corpi di cui non gli importava niente, rimase a guardare. Come ricordandosi solo ora del telecomando, lo cercò per alzare il volume, tenendo gli occhi fissi sullo schermo, tanto sapeva che il tasto giusto era in basso a destra. La mano percorse la tastiera come quella di un cieco che legge con l’alfabeto Braille, ma un tremito più forte la scosse e l’aggeggio cadde a terra. La ragazza continuava a parlare, con quella voce. Senza staccare lo sguardo dal televisore si piegò su un fianco e cercò il telecomando sul pavimento.
    Allora, di nuovo, sentì bussare alla porta.
    Questa volta sussultò sulla poltrona. Era così incantato, così rapito a bere con gli occhi il viso della ragazza e con le orecchie le sue parole, da non avere difese.
    Riluttante, scollò gli occhi dallo schermo e ruotò la testa, come prima, e come prima si alzò in piedi e interrogò la porta con lo sguardo. Guardò ancora il volto che gli sorrideva dal televisore, poi andò all’ingresso, accompagnato da quella voce.
    Girò la chiave e aprì.
    Nessuno.
    Mentre dall’interno nuovi applausi e musica lo chiamavano, lui fece qualche passo sul pianerottolo. Arrivò fino alla tromba delle scale e guardò giù, guardò anche su, ma non vide niente. Là fuori c’era solo silenzio.
    Respirò a fondo, chiudendo gli occhi. Aprì la bocca e disse piano:
    “Giulia.”
    La voce risuonò per le scale, con un’eco leggera. Non si aspettava risposte, e nessuno rispose. Indietreggiò lentamente, trovò con la mano la porta e la richiuse.
    Quando si voltò, la ragazza non c’era più.
    Fece due, tre passi in fretta, arrivando ad appoggiare le mani allo schienale della poltrona, ma dentro lo schermo tutto era cambiato, nuove immagini si rincorrevano, e una donna spaventosamente diversa da quella di prima camminava per le vie di una città, nella sigla di un telefilm americano.
    Raccolse da terra il telecomando, si sedette. Il cuore gli batteva forte e faticava a respirare. Fece tre o quattro volte il giro di tutti i canali che aveva in memoria, tutti, uno dopo l’altro…
    “No, è assurdo” mormorò. Il canale giusto era quello, non era cambiato, era solo cominciato un programma diverso, senza neanche lo stacco della pubblicità.
    Si lasciò andare contro lo schienale della poltrona. Rimase un minuto o due a guardare l’altra donna, che ora saliva su un’automobile e correva nel traffico, cantando tutta allegra. Poi spense.
    Lo schermo si fece nero, tutta la sua luce si raccolse in un puntolino brillante, che in pochi secondi non ci fu più.
    Senza poter pensare, cercò di dominare il respiro e i battiti del cuore. Mosse una mano nella penombra. Ripeté il gesto, una o due volte.
    Allora, come se solo in quel momento la verità fosse arrivata, improvvisa, per riscuotere i suoi crediti, come se tutto il dolore di quei tre mesi e, prima, tutta la lunga preparazione al distacco non fossero esistiti – soltanto allora capì che non l’avrebbe rivista. Mai più.


Raul Montanari


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Smemoranda 2003


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