Per lezioni di shodō rivolgersi a Yushai Mashimi, 3339999999.
Bello il cartoncino, una carta granulosa color avorio. Ideogrammi grandi sulla sinistra e la parte in italiano scritta con un pennellino.
Qualcuno deve averlo perso durante la proiezione. Peccato che non sappia cosa sia il shodō. Non mi pare un’arte marziale.
Giro il cartoncino e dietro, in una calligrafia minutissima e inclinata, una frase: “Segui il tuo numero nei meandri della mente cosmica: 0912”.
Potrei dedurne che chi ha perso il biglietto sia una donna. D’altronde sono sempre loro quelle più interessate ai corsi e alle cazzate mistiche.
Chi c’era seduto davanti a me sulla destra?
Provo a concentrarmi per rivedere la sala. Sono arrivato qualche minuto prima dell’inizio del film. Poca gente. Una coppia in fondo a sinistra che si bacia tenendo le mani uno fra i capelli dell’altra. Un gruppo di amici seduti nelle prime file chiacchierano sottovoce. Sempre a sinistra. E a destra? non riesco a vederli. No, proprio non mi ricordo. Forse non c’era nessuno e il biglietto da chissà quanto tempo era lì.
“Stiamo chiudendo”.
Mi alzo infilando il cartoncino nella tasca del paltò. Menomale che sabato sono passato al Balôn: tre euro per un cappotto di Armani, quasi non ci credevo, e la signora del banchetto pure simpatica, non di quelle arcigne che non ti fan sconti neanche se fai il doppio salto mortale carpiato avvitato.
Fuori un freddo teso, una di quelle serate da suicidio. Aspetto il tram battendo i denti. Seduto sulle vecchie sedie in legno che ti spaccano la schiena se soltanto ti appoggi, guardo il panorama scheletrico della città invernal-apocalittica. L’ex Italgas sbadiglia la sua noia.
A casa, sposto le pile di videocassette e libri dal tavolo e esamino ancora il biglietto. La grana della carta fa pensare alla pelle di un animale, sembra ciò che resta della muta di un serpente… lo avvicino al naso: sa di incenso, un profumo appena percettibile, ma le mie narici da segugio lo avvertono benissimo. Lo appoggio contro la scatola del tabacco. Lo guardo da lontano. Mi piace pensare che sia di una donna.
Ed ecco puntuale il telefono a rapirmi la mente.
“Oh finalmente ti trovo, non li hai sentiti i messaggi?”
Dimenticato della segreteria.
“Buone notizie, il tipo dice che possiamo farlo lì. Chettene pare?”
“Dobbiamo solo trovare gli attori.”
“Che fai?”
“Adesso?”
“Nooo domani alle 5 del mattino.”
Un bel pugno ti meriteresti, su quella faccia da cabinotto che ti ritrovi.
“Dài, togli ste mani dalle mutande e vestiti. Andiamo ai Docks, aperitivo gratis.”
E butta giù senza darmi il tempo di dire no.
Io odio i Docks Dora, sono troppo belli.
Mi siedo sul letto e apro a caso il libro di fotografie: Kantor in abito da passeggio che accende una sigaretta, Kantor sul palco, seduto su una vecchia sedia da piola, Kantor con i gemelli del Cricot2…
Sono già due mesi che penso alla messinscena. Non voglio ricopiarlo fedelmente, sarebbe stupido.
Crepino gli artisti! In qualunque modo vuoi leggerlo è un titolo geniale. Sia che morti è lo Stato a volerli, sia che io stesso auspichi la loro morte. Proprio io poi, quello che tutti gli altri definiscono l’Artista Geniale… Che termine del cazzo.
Perlomeno non lo facciamo in un teatro, L’Espace sembra ancora una fabbrica. Luca mi ha detto che lo hanno usato negli anni dieci per girarci Cabiria.
Ma devo trovare un’attrice che abbia carattere, sia decisa, fulminante. La vorrei accattivante, strafottente.
Driiin.
E’ già qua ’sto fesso.
Il biglietto mi fa cucù dal tavolo.
Ai Docks la solita gente. Luoghi così belli trasformati in locali pubblici… odio il pubblico. Soldi soldi, sempre la stessa storia. Signorine false come la bigiotteria che indossano, truccate da troie che poi non sono. Purtroppo. Fumo, voci sgradevoli, sono così sensibile ai suoni che se qualcuno parla con un tono un po’ troppo acido mi sento andar giù a terra: la mia labirintite si fa immediata.
Mi bevo subito un bel Margarita che dopo due secondi mi manda in orbita. L’ideale per non pensare.
Stasera però qualcosa di diverso lo vedo, tre ragazzi vestiti di scuro, elegantissimi, incollano strani manifesti sui muri. Mi avvicino per capire, sembrano simboli magici… Ripenso agli ideogrammi del biglietto. Il shodō potrebbe essere una sorta di disciplina per iniziati…
Scorgo con la coda dell’occhio uno dei ragazzi neri che come un boa di struzzo si avvolge intorno al collo una corda. Magari chiedo a lui.
“La tipa là ne sa qualcosa di fisso” fa indicando, con un dito carico di anelli, un’ombra vicino alla porta.
Avvolta in un pastrano verde militare, si direbbe proprio una ragazza. E’ quasi completamente al buio. Non capisco di che nazionalità possa essere. Eurasiatica. Mi avvicino ancora, pare bellissima. Ha degli scarponcini strani, con delle incisioni dorate. Fissa la luce di una candela che la illumina: un quadro di Caravaggio.
La mia labirintite non mi permette più di muovermi, la guardo soltanto. Esile, piuttosto alta, capelli nerissimi scendono fino a metà schiena, soffici e setosi.
“Ehm, scusa, tu per caso sai cosa sia il shodō?”
Si alza di scatto e in un istante mi ritrovo le sue mani forti sulla gola.
“Non scherzare con me.”
Gli occhi di giada sono duri, compatti; soprattutto il destro, sicuramente di vetro. Al posto della pupilla ha inciso un ideogramma identico a quello del cartoncino. Mentre ci fissiamo una delle mie visioni mi assale: la stessa ragazza, piegata su uno specchio d’acqua violetto raccoglie dei rami da cui colano grosse gocce biancastre.
“Kito, andiamo.”
La ragazza mi lascia e impassibile segue l’uomo. E’ un tipo alto, sui cinquanta, robusto. Lascio fare. I due si allontanano.
Devo seguirla.
Raggiungo Marco che si sta ingozzando di vino e fette di salame.
“Dammi le chiavi, arrivo subito”.
Mi guarda perplesso ma non fa obiezioni.
Fa un freddo da apocalisse, i due sono al fondo della via. Menomale che abbiamo parcheggiato proprio davanti. Metto in moto e aspetto. Salgono su una Jeep vecchissima, vedo i fari e a dovuta distanza li seguo. Attraversiamo tutta la città. Io dietro discreto. Si direbbe che non ho fatto altro in vita mia che pedinare gente.
E se le chiedessi di recitare per me?
Non capisco bene dove stiamo correndo a tutta birra. Ormai siamo fuori città. Una strada ed eccoci al Mulino, altri artisti, possibile che non se ne scampi?
Mi fermo distante per non dare nell’occhio. Troppo distante. Faccio a piedi un tratto piuttosto lunghetto. Ho il tempo di pensare a:
come fare a convincere mia zia a fabbricarmi i manichini in pezza. La messinscena sarà un’accozzaglia di Crepino gli artisti e la Classe morta. A Kantor sarebbe piaciuto.
come fare a convincere la ragazza a recitare per me. Posso parlarle delle mie visioni, magari l’affascinano. Sono certo che lei sa di cosa si tratta. E’ sempre stato così. Le persone coinvolte conoscono i luoghi che io vedo.
Arrivo al Mulino e scorgo nella parte vecchia una lucina che vagola. Poi rumori sordi come di qualcuno che sposta mobili. M’incollo al muro e aspetto.  
Il tizio che l’ha accompagnata riparte sgommando. Salgo. I gradini di legno scricchiolano. Silenzio ovunque. Poi uno strano ruggito, lieve all’inizio, più salgo più si fa intenso. Un cane, e neanche piccolino. Mi fermo. Una porta al piano di sopra si apre: “Non muoverti o ti sbrana”.
“Senti, devo solo sapere se qui vicino c’è una pozza d’acqua dove tu vai di solito”.
Silenzio.
“Dimmelo e me ne vado. Non aver paura.”
“Vieni su.”
Mi avventuro e il cane scopro che è un registratore. Ci guardiamo. Ridacchiamo. Ingegnoso. In un secondo siamo molto vicini, posso sentire il suo respiro alterato dalla tensione. Ho una voglia irresistibile di baciarla.
“Cosa c’entra l’acqua?” chiede sparandomi in faccia un’occhiata vitrea. Quant’è eccitante sta pupilla disegnata…
Proveniente dalla stanza a fianco una figura enorme incombe su di noi, sembra un angelo con due grandi ali purpuree. Cerco di tenermi alla ragazza ma una vertigine intensissima mi butta per terra. Non sarà mica che quel deficiente mi ha messo qualche francobollo nel Margarita?
Scivolo come un ruscelletto ai suoi piedi vellutati e nudi. Già che ci sono li bacio e poi sprofondo in un degno oblio.

Apro un occhio e sono cieco. Un buio liquido, fragrante. Sento qualcosa vicino alle gambe. Allungo una mano, capelli, sono capelli… I sensi si ridestano rapidamente. Adrenalina a mille. Cosa sta succedendo? Ah sì, devo aver dimenticato di prendere la medicina per la labirintite. Di chi sono ’sti capelli? Mi alzo piano, cerco l’interruttore della luce ma non lo trovo e vengo rapito da una voce molto fonda che recita una litania strana… vado verso la voce: da una fessura minuscola la vedo: è lei, l’inquietante Kito. Insieme a lei però c’è un demone che se ne sta in aria a dieci centimetri buoni da terra a parlare in una lingua sconosciuta.
Vuoi vedere che ci usano per qualche bel sacrificio rituale? Ora di togliere il disturbo. Cerco a tastoni un’uscita, la maniglia non fa resistenza, fantastico. In compenso una mano mi afferra il paltò e sta per partirmi uno di quegli urli.
“Posso venire con te?”
Una vocina femminile dall’ombra. Deve essere la proprietaria dei capelli.
“Si capisce, ma zitta, eh?”
Apro piano piano l’uscio ed esco nel corridoio illuminato. Cerco la stanza dove l’euroasiatica e il demone parlavano.
Mai provato a camminare in silenzio con una ragazzetta che si aggrappa alla manica del cappotto con tutta la sua forza?
Alla fine ci siamo.
Kito sembra abbeverarsi dello spirito stesso,  le sue mani passano attraverso il corpo evanescente e riportano verso la bocca grosse gocce biancastre.
Mi giro verso la ragazzina.
“Corri!”
E quella corre più veloce di me, sta pulce. Usciamo nella notte. Corriamo e mentre corriamo rivedo me da piccolo per mano a mio padre in piazza Castello. La macchina va subito, per un istante sto quasi per tornare indietro: che vigliacco, avrei dovuto immolarmi per lei… In fondo, c’è tempo. Devo prima mettere in scena l’opera.
Guardo la mia passeggera: un muso da furfante pieno di lentiggini, capelli castani corti e sparati: un ragnetto, tutto denti e ghigna pure.
“Fifa, eh?”
“Sta a vedere che te la godevi un mondo, tu!”
Paciocca con l’autoradio di Marco e becca subito una radio acidissima.
“Dove ti porto?”
“Da te, no?”
“Come da me? Mica faccio il baby sitter io!”
“Mica sono baby io!”
Andiamo bene, andiamo proprio bene.
“Guarda che ti mollo davanti ai caramba se non parli, eh?”
Ride, ma così tranquilla.
“Certo che sei proprio una bella strafottente faccia tosta.”
“Non mi dici niente di nuovo, è da quando ho tre anni che me lo sento ripetere.”
Perfetto.
“Se mia sorella si accorge che sono scappata sai che botte!”
“E’ tua sorella? Ma se sembri un ragnetto, tu, e poi mica sei orientale!”
“Sarai bello tu! Abbiamo madri diverse, scimunito”.
Quasi quasi la riporto indietro.
“Ma cosa faceva tua sorella con quel demone?”
“Demone? Ma che dici? Quello è Raja, il fantasma di casa. Non mi dirai che ancora non credi ai fantasmi? Ma dove vivi, non lo sai che siamo a Torino?”
Decisamente il Margarita era troppo forte per me.
All’altezza della vecchia fabbrica Ceat mi blocco. Devo riflettere un momento, respirare.
Io e il ragno ci guardiamo, ho i crampi per la fame.
“Da te c’è da mangiare?” fa lei leggendomi nel pensiero.
Ho deciso. Fantasmi o non fantasmi, sta ragazzina dovrà recitare per me. Così la volevo la mia attrice principale.
Rimetto in moto e in un istante mi sembra che non ci siano più né strade, né palazzi. Non so più dove sono, cosa stavo facendo… E’ come se fossi entrato in un labirinto… e laggiù, al termine della via, un’immensa pozza d’acqua violetta…


Anna Berra


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Smemoranda 2005


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