L’albero stregato

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2015





Anna e Marco sono nati a Milano e in fondo, a Milano ci stanno bene, così dicono. Anzi, dicono il contrario, dicono che ci stanno male, ma comunque ci stanno. 

Fanno le cose che a Milano fanno un po’ tutte le coppie. Si svegliano, prendono la macchina, vanno in ufficio, escono dall’ufficio, mangiano un panino, tornano in ufficio, escono dall’ufficio, prendono la macchina, tornano a casa, accendono la televisione, vanno a letto. Così fino al sabato, dove per fortuna le cose cambiano. Si svegliano, prendono la macchina, vanno all’Ikea, mangiano al bar dell’Ikea, pagano, prendono la macchina, tornano a casa, montano il divanetto dell’Ikea, accendono la televisione, scopano sul divanetto dell’Ikea, vanno a letto nel letto dell’Ikea. Così tutti i giorni feriali in ufficio, i festivi all’Ikea. 

Un bel giorno Anna e Marco si accorgono di annoiarsi e incominciano a guardarsi intorno. E vedono altra gente come loro, altre coppie come loro. Si scambiano i cataloghi dell’Ikea con uno di Cargo, e a furia di scambiarsi cataloghi si accorgono che la città ha altre emozioni e cercano di viverle. E conoscono altre persone uscite come loro dal tunnel dell’Ikea. E le frequentano più o meno assiduamente. E così incominciano a farsi la doccia un po’ più spesso, a cambiarsi un po’ più spesso, a comprarsi quei tremendi boxer spiritosi e quegli scomodissimi tanga sega-culo. Insomma, qualcosa è cambiato e la loro tranquillità di coppia sembra improvvisamente in pericolo. Anna un paio di sere alla settimana non guarda più la televisione ed esce. Anche Marco esce un paio di sere alla settimana, ma non le stesse di Anna.  Esce da solo e con le scarpe da tennis fresche di lavatrice. Esce che sa di sandalo e rientra con addosso un leggero profumo di miele muschiato, che non è il suo. Ma quando Anna incomincia a non guardare più neanche Fazio perché deve uscire alle otto, e quando Marco incomincia a lavare le scarpe da tennis tutti i giorni e a tornare a casa che puzza di “Acqua di Gioia” come una troia, i due si guardano, si parlano, discutono. Ma siccome hanno paura a parlare di loro stessi, parlano di Milano. E siccome a cercare di cambiare Milano bisogna faticare almeno quanto cambiare se stessi, decidono di fuggire. Andiamo via, dicono. Andiamo via da questa città. Troppo casino in questa città, troppo rumore, troppo poco verde. Guarda il nostro quartiere, non c’è nemmeno un albero. C’è lo smog, ci sono le onde magnetiche, l’acqua ci ha il calcare e l’ammoniaca… siamo pieni di scie chimiche! Tutte cose vere. Ma attenzione, non dicono cambiamo Milano, dicono andiamo via. Non dicono cambiamo noi. Dicono andiamo via. 

E partono.

Anna e Marco adesso sono in campagna. Che bella la campagna. Che tranquillità la campagna. Si vivono i tempi come si vuole, si mangia genuino, i mobili sono in noce e soprattutto ci sono già, sono quelli della nonna e non te li devi andare a comprare all’Ikea a pezzetti. C’è tempo perfino per parlare di Milano, di come potrebbe essere bella se fosse diversa, tanto a Milano non ci si torna mai. 

Che bella la campagna… quanta umanità! E poi in paese sono tutti così gentili con loro! Con Anna anche troppo. C’è il Giuseppe, per esempio, l’ortolano. Non sarà un genio, ma ha degli occhi! E soprattutto dei bicipiti…  Oddio, cosa sto pensando, si dice Anna, è assurdo, qui non mi manca niente… C’è il mio Marco che scrive lettere al “Corriere” su come vorrebbe cambiare Milano.

Il Giuseppe il “Corriere” lo usa per far su l’insalata. Non sarà un genio ma è molto più concreto, il Giuseppe. Anche troppo. Tanto che, passa un giorno passa l’altro, va a finire che non ci mette molto a sfiorarle la mano dandole il resto, a sussurrarle un complimento, a invitarla a uscire. 

“Ci vediamo sotto l’albero di mele, quel meraviglioso melo che coltivi con tanta passione”, fa il Giuseppe ad Anna. “Domani pomeriggio alle tre e mezza”. La sventurata risponde.

Anna ha accettato e subito si dà della stronza. Però subito dopo ci ripensa e dice: tante volte il destino… Mica si può far niente contro il destino… Ma poi, ancora: povero Marco, non se lo merita… E ancora: beh, se non viene a saperlo, non soffre… E ancora: come faccio? come faccio? mica posso rischiare che mi vedano, la gente mormora, il paese è piccolo… E poi Marco non deve venirlo a sapere… e poi proprio sotto il melo, proprio quel melo che è il nostro simbolo, il simbolo della nostra scelta di coppia. Un melo così perfetto, ubertoso, prolifico, gravido di frutti, lussureggiante (ad Anna l’eccitazione erotica fa l’effetto di produrre aggettivi…). Comunque speriamo che domani piova, pensa Anna, così non succede niente e non ci penso più.

Ma alla sera, quando Marco mette fuori la testa dal casolare e le dice che c’è una stellata che non si vedeva da tempo, ad Anna passa un leggero brivido su per la schiena. “Ah, sì? È magnifico, straordinario, eccitante, mirabolante, formidabile, bellissimo…”

Il destino è segnato.

Pomeriggio del giorno dopo. Sono le tre. E Anna va da Marco tutta pimpante: “Marco, muoviti, appena finisci la lettera al ‘Corriere’ c’è da andare a cogliere le mele”. Marco al suo melo ci tiene tantissimo e così, finita velocemente la lettera, prende la scala e si avvia con Anna al melo. “Salgo prima io”, dice Anna. “Va bene” dice Marco. Anna sale sulla scala e poi via via, lentamente, di ramo in ramo sempre più su. Che bello stare in campagna, è meraviglioso, pensa Anna per un attimo, tra i rami. Ma è giusto un attimo, perché già Anna vede lontano, all’orizzonte, avvicinarsi la sua contraddizione: un puntino che presto prende la forma di occhi azzurri con bicipiti di serie A.  

Guardando in basso incomincia a gridare: “Ma… ma cosa stai facendo? Come ti permetti… Chi è… Chi è quella… Quella sgualdrina… Chi è quella porca tutta nuda che ti sta accanto? Ah, questa, poi! Ma, ma cosa state facendo sotto i miei occhi, animali! Come osate accoppiarvi qui davanti a me!”

E lui: “Ma… ma cara, cosa stai dicendo…. guarda che non c’è nessuno, ti stai sbagliando! Amore, sono solo, sono innocente, non sto facendo niente di male! Ti sto tenendo la scala…”

“Ah, sì, la scala? Ti faccio vedere io la scala!” 

E così dicendo, tutta paonazza, Anna scende dall’albero e si precipita verso Marco, che se ne sta da solo e in piedi imbambolato e inebetito come un’acciuga. Anna fa partire la sceneggiata, mostrandosi stupefatta: “Ma… ma non c’era una donna con te?”. “No, che non c’era, te l’ho detto, cara!” “Oddio, che incubo, che allucinazione! Sarà che ieri ho mangiato pesante… o sarà forse quest’albero… o le vertigini… no, sai, Marco, è proprio questo melo che è particolare, che mi fa un effetto strano… Facciamo così, vai su tu a cogliere le mele”.

“Ma sicuro. Lo faccio subito, ci mancherebbe altro. Tu riposati, intanto.” E in men che non si dica Marco è già sui primi rami e li abbraccia con una tal passione e li accarezza, quasi. Perché quello è il suo melo, è l’albero che è diventato il simbolo della sua fuga dalla città. E sale, sale e si riempie i polmoni e incomincia a coglierne i frutti perfetti e succosi, lentamente, con amore. “Ehi, Anna! Guarda questa mela che roba! Guarda che meraviglia!” Marco abbassa lo sguardo verso i piedi dell’albero. Strizza gli occhi, li riapre, riguarda giù. “Ma… ma cosa stai facendo?” 

E Anna: “Co-cosa, caro?” 

“Tu, tu ti stai facendo possedere da un uomo! Tu stai facendo l’amore con un altro!” 

“Ma stai scherzando? Qui è tutto tranquillo, qui è riposante, è piacevole, è dolce, è coinvolgente, è… è stu-stupendo!”

“Bugiarda! Vigliacca! Traditrice! Falsa! Adesso ti faccio vedere io!” E giù, a precipizio dal melo. Ma la discesa è lenta, l’albero è alto, e così nel frattempo il focoso Giuseppe che, è chiaro, sotto l’albero c’era davvero – è già lontano. Pam! fa Marco atterrando di botto. Ma quando apre gli occhi in lacrime si trova davanti una serafica Anna, ricomposta, seduta tranquillamente sull’erba. Il respiro è ancora lunga, ma lei sa fingere bene. “Dov’è, dove l’hai nascosto?”, fa Marco. 

“Cosa, il torsolo?È qui, mangiavo una mela, caro.” 

“Lui, l’amante dove è finito?” “Amante? che termine orrendo! E poi di quale amante parli, sei impazzito? Io me ne sono stata qui seduta da sola mentre tu coglievi le mele.” 

“Ma, ma allora anch’io… Vuoi dire che anch’io ho vissuto la tua stessa allucinazione?” È  Marco che parla. 

“Voglio dirlo.” È Anna che parla.

“Eh già, che stupido… – fa lui – . Anch’io mi sono fatto prendere come te dall’orgasmo!” 

“Come me. Non proprio lo stesso orgasmo… – fa lei – però quasi.  È l’albero, tesoro, è quest’albero così bello, che è stregato”

“Già, Annina mia, è l‘albero che è stregato! Hai sempre ragione tu. Sai una cosa? Da oggi saliremo sull’albero un po’ tu e un po’ io. Ma non guarderemo mai giù. Perché l’albero è stregato, ma dà degli ottimi frutti. È solo guardar giù che è pericoloso.”

E così, Giuseppi e Giuseppine, ortolani e ortolane, i due continuarono a cogliere mele. E ne colsero così tante che a un certo punto questa normalissima coppia decise di tornare in città. Trovarono, nelle storie succede, una bellissima villetta in un quartiere tranquillo. Con un bel giardinetto.

E in mezzo al giardinetto trapiantarono quell’albero.


Gino&Michele


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