Quando tornai Caterina non c’era. Ero sicuro che l’avrei trovata lì, al solito. L’avevo salutata con lo sguardo un’ora prima, ci eravamo abituati così da quando avevamo incominciato a frequentarci, esattamente tre anni addietro. Mai una parola di commiato, un gesto di separazione. Ogni sabato andavamo insieme al supermercato. Lei mi aspettava fuori, ma si vedeva che non era contenta. Non le piaceva quando si andava a fare la spesa. Si sentiva inadeguata, forse, con tutti quei sacchetti da trasportare.  Non era fatta per quelle cose, lei. Mi avesse parlato – non ci parlavamo mai – mi avrebbe detto: «vacci in macchina, da solo, alla tua esselunga… perché mi coinvolgi in queste cose?». Ma poi, rassegnata, ogni volta si faceva convincere. Anche quella mattina era successo così, e disponibile come solo certe creature speciali sanno essere, si era messa ad aspettarmi, come sempre. Sarebbe stata l’ultima volta.
Caterina era bella, pressoché perfetta, oserei dire. Esibiva forme leggere, un incedere quasi regale. Pareva che in lei, d’incanto, si esaltassero, semplificandosi, i sogni di un’epoca. Genialità senza tempo, così presente e così antica. Con lei avevo conosciuto emozioni che mai nessuna mi aveva saputo dare. Non riuscivo a stare senza di lei, mi accompagnava ovunque. D’altra parte sembrava fosse quello l’unico scopo della sua vita.  Uscire insieme mi procurava un piacere fisico, ora che non c’è più posso ammetterlo. E in fondo a ben guardare, gran parte della nostra vita si era risolta nell’andarcene in giro io e lei da soli. Mi vergognavo a accarezzarla in pubblico, sono sempre stato un po’ riservato. Una volta la baciai, ma era notte, pioveva e non c’era in giro nessuno. Lei non contraccambiò. Non lo feci mai più. A volte, con la scusa di sistemarle qualcosa fuori posto, qualcosa di lei che non mi convinceva del tutto, la sfioravo, poi la abbracciavo, ma solo per un attimo. Avevo paura che mi vedessero, che la gente capisse che tra noi il rapporto stava andando oltre ogni limite consentito. E poi era ancora così giovane.
Per lo più trascorrevo ore in sua compagnia senza dire nulla. Mi appoggiavo, schiena contro schiena, su un prato a guardare la città che cresce, là dove la periferia risorge a campagna, dove la campagna si immola a città. Dipende dallo stato d’animo. Oppure decidevamo, insieme, di proseguire, bruciandoci le domeniche a risalire il Naviglio Grande fino al Ticino. Vigevano la scoprimmo insieme, una notte d’estate. Entrammo nella sua piazza che già i bar erano chiusi. Aspettammo l’alba in silenzio, a guardare i pochi ragazzi che come noi tentavano di dare un senso alla notte. O forse chiedevano alla notte, a quella notte, di dare un senso alla loro giornata. Tornammo a Milano che era già chiaro. Quando rientrai in casa Laura non mi disse niente. Si limitò a un ciao. Poi: «Caterina?». Risposi: «Caterina.» «Bene, adesso dormi, però.» Si girò su un fianco e si riaddormentò. Fui io che mi avvicinai a lei e l’abbracciai lieve. Facemmo all’amore come quasi sempre accadeva al ritorno da quelle notti. 
Mia moglie Laura – che sapeva tutto e aveva imparato a fingere di tollerare queste mie debolezze – mi aveva solo chiesto qualche giorno prima di non esagerare. «Anche a me piace, a volte anch’io vorrei averla tutta per me come pretendi tu. E invece vedi che mi accontento di uscirci raramente, quando è possibile, quando so di non interferire nelle tue, nelle vostre giornate. E comunque ti chiedo sempre prima se a te non spiace troppo…» Sapevo che non era così. Sapevo benissimo che a volte, quando me ne stavo via qualche giorno per lavoro, lei andava a prenderla di nascosto e la portava via con sé. Non so se a Caterina tutto questo faceva piacere. Certamente preferiva me a Laura. Io che la sapevo proteggere, io che mai le avevo chiesto di fare nulla che avrebbe potuta metterla a disagio. Mai una trasgressione, mai un eccesso.  Laura, invece… Beh, Laura esagerava. Una volta, io ero a Parigi, se l’era portata addirittura di nascosto al lago, per il week end. Lo capii perché quando tornai la trovai affaticata, quasi irriconoscibile, la mia Caterina. Laura, si sa, non sa limitarsi. Chissà che cosa avevano combinato, insieme, di locale in locale, sempre su di giri. E poi Laura aveva un modo di comportarsi con lei… Sospettavo che certi colpi, come lividi, che Caterina cercava di nascondere dopo le sue uscite con Laura, non fossero casuali.
Una volta le scoprii dei graffi dietro, e sui fianchi, a Caterina. Lei come al solito non mi disse niente. A Laura meglio non chiedere, mi avrebbe rilanciato la palla scandalizzata, mi avrebbe detto che quel modo di comportarsi era cosa da uomini, che una donna non avrebbe mai fatto niente di simile. Fatto sta che i graffi, Caterina, se li portò dietro per molto. Glieli sistemai come potei senza dire niente a nessuno. La curai con tutta la dedizione possibile, ma i segni, come cicatrici, restarono. Poi un giorno decisi di rimetterla in forma come e meglio di prima. La portai, la spinsi ad andare in una di quelle specie di cliniche di lusso, la affidai al migliore, a detta di tutti. Chirurgia di assoluto livello, per tornare la più bella, come sempre. Avevo fatto la stessa cosa con sua madre, Sonia, prima che se la portasse via un amico. Stavano ancora insieme, nonostante lei ormai avesse i suoi anni. C’è gente che ha dei gusti un po’ speciali. Li incontravo, ogni tanto. Ero contento a vederli così uniti. No, per lei non provavo più nulla. Forse lei stessa aveva capito che sua figlia era un’altra cosa, non poteva competere, non più. E comunque se proprio avessi dovuto scegliere, allora avrei scelto la nonna, quella sì… Era stata la prima, allora pensavo sarebbe stata la sola. Poi si sa, col tempo si diventa saggi, si cercano compagne più agili… Nonna Linda. Chissà dov’era finita. Il mio primo grande amore. Forse in India, o in Marocco. Civiltà antiche dove non vanno troppo per il sottile… Certo, non l’avrei mai più rivista. Meglio così, d’altronde. Certe emozioni si coltivano nel ricordo. Quella volta al mare insieme, io e Linda, all’insaputa dei miei genitori, per esempio. Fu la mia prima volta, completa. Due giorni da soli, una tenda e un sacco a pelo. Prima erano state soltanto infinite comporelle, roba affrettata, tentativi di età adulta mai conclusi davvero. Con Linda si tornava un po’ affannati e vergognosi e prima di varcare il portone andavamo assieme alla fontanella dei giardini a lavar via il fango per non farci capire.
No, per Caterina non erano più necessari tutti questi accorgimenti. Caterina, docile, accondiscendente quasi come mia moglie Laura quando sapeva che uscivamo assieme noi due, era sempre stata disponibile e solare senza bisogno di nessun sotterfugio. Un’autonomia che mi ero conquistato col tempo.
A tutto questo pensai il giorno in cui, all’uscita dal supermarket, non la vidi. Qualcuno me l’aveva portata via. Forse avrei dovuto legarla con la catena, come fanno quasi tutti.
Ma io non ho mai legato le mie Vespe. Niente antifurto, nessun lucchetto.
Linda, Sonia, Caterina, sempre libere di scegliersi il futuro. O di farsi scegliere.
Ora che Caterina sta con un altro mi toccherà decidere. I miei viaggi, le mie follie con un’altra. Come lei, meglio di lei, forse.
O niente. Mettersi all’uscita di un supermarket. Senza lucchetto, senza catena. E aspettare che ti portino via chissà per quale nuovo viaggio d’amore…


Gino&Michele


Vedi +

Smemoranda 2002


Vedi +