L’angelo pasticcione

di Gino&Michele su 12 mesi - Smemoranda 2017





L’Angelo Pasticcione non è bravo a fare i miracoli. Anche perché gli angeli di miracoli non ne possono quasi fare, al massimo possono intercedere presso Terzi. Ricevere miracoli dagli angeli è quindi un po’ un casino, anzi forse è un miracolo: tocca fare il doppio passaggio per ottenere la grazia. Ma questo l’ho imparato dopo. E poiché la mia è una storia di assoluta normalità, devo iniziarla un po’ prima dell’arrivo dell’Angelo Pasticcione, cioè quando sono andato ad abitare a New York.
È un raccontino con due protagonisti, anzi tre, nel senso dell’Angelo. Si inizia in un normalissimo ufficio tra la Settima e la Quarantatré, nel cuore di quel groviglio di precarietà che è Manhattan quando ci caschi dentro. Io ci ero cascato dopo l’università, non venivo da lontano, venivo da Charlotte, che è un altro luogo pieno d’acqua, ma in provincia, il che significa molto meno interessante. Ora, sapete anche voi che la vita di un avvocato che si occupa di beghe amministrative è una noia mortale. Figurarsi quella della segretaria di un avvocato che si occupa di beghe amministrative. Se dovessi scrivere un racconto non ci metterei mai dentro una storia d’amore tra i due, troppo  scontato. Ma siccome questo è uno spaccato di vita vera metropolitana, e in più newyorkese, e in più ancora manhattiana, mi tocca scrivere la verità, e cioè che io e Gloria, dopo pochi mesi che l’avevo assunta perché sapeva andar via di Excel che era una meraviglia, siamo finiti a letto senza neanche pensarci troppo, alle conseguenze. Fatto è che poi abbiamo dovuto fare i conti con la routine del matrimonio e via di seguito. Ma l’Angelo Pasticcione è arrivato prima, quando gli ho chiesto, nell’entusiasmo anche eccessivo dei primi mesi di innamoramento: “Fai che non ci lasciamo mai”.
Che ne sapevo io che l’Angelo Pasticcione poteva fare un solo miracolo diretto? D’altra parte la maggior pare della gente non la sa questa cosa, e cioè che ogni angelo ha la possibilità di fare un miracolo solo, per il resto deve chiedere che lo faccia Qualcuno più in alto di lui.
A questo punto va detto che mio padre è di origini italiane e si chiama Amilcare. È morto da un po’ di anni ed è per questo che al momento di chiedere un favore ho mobilitato Sant’Amilcare. Che ne sapevo io… Dunque, nel momento del maggior coinvolgimento affettivo con Gloria – il che vuol dire molto sesso (mica male la ragazza), tanti film, parecchi ristorantini e infiniti progetti – chiamo questo Amilcare, nel senso che mi metto in contatto con lui, cioè il santo. Lo faccio come di solito si fa nelle notti insonni, cioè sdraiato a pancia in su guardando il soffitto. Lo vedo, addirittura, ‘sto  santo, che poi è l’Angelo Pasticcione. Lo vedo, non bellissimo se devo dirla tutta, anzi proprio bruttino: e forse quello mi avrebbe già dovuto mettere in guardia. Fatto è che gli chiedo quel “Fai che non ci lasciamo mai”, lui annuisce col suo capino semicalvo, mi dà un segno con le dita che sembra una benedizione e se ne vola via, attraverso la presa d’aria del condizionatore. Giuro che è così, da allora non funziona più bene e non posso neanche spiegarglielo al tecnico, com’è andata davvero.
Ora, questo Amilcare, non si chiama Angelo Pasticcione per caso. È uno che non ha mai preso il brevetto per meriti, ma l’ha ottenuto per sfinimento. Non è abilissimo, diciamocelo. Tanto che in classifica, per le richieste di intercessioni-miracoli sta in fondo in fondo, e a volte deve aspettare degli anni. Ma mi rendo conto che continuo a tirarla per le lunghe e non spiego cos’è successo davvero. Dev’essere la vicinanza con l’Angelo Pasticcione che mi confonde e non mi fa essere diretto. Ora ci provo, finalmente.
È andata così. Ottengo, obnubilato da quell’esaltazione sentimentale, il miracolo da Sant’Amilcare. L’unico che poteva concedermi “per legge”. Tra l’altro il lavoro migliora, sposo Gloria, ci compriamo una casetta al Village, di quelle col terrazzino sul tetto, dove si vede la città che vive, ma c’è ancora la dignità di qualche metro di verde. Insomma, una vita umana in una città che preme. Gli anni passano e non arrivano figli, ma quasi quasi è un vantaggio, se così si può dire, perché proviamo a divertirci, e tanto. Poi, si sa, il tempo sfuma ogni colore forte e prova ad annacquare le tempere in acquarelli. Le uscite si fanno più rade, le serie tv più viste stravaccati sul divano, gli amici più noiosi. E col passare degli anni Gloria decide di stare a casa dal nostro ufficio, possiamo permettercelo. Ora ho altre collaboratrici, ne ho sei, ognuna per pratiche diverse. E non parlo solo di lavoro. Per fortuna il lavoro è tanto, anche perché sinceramente di tornare a casa per passarci molte ore, proprio non ne ho troppo desiderio. Sono trascorsi vent’anni. Gloria è molto distratta. Forse anche dal suo parrucchiere. Dal solito idraulico, ché quello c’è sempre. E anche da un paio di vicini di casa, ché del quartiere non si butta via niente.
In una qualsiasi situazione simile, magari dopo un po’ di dubbi e di tentativi di recupero, resterebbe una sola soluzione: un dignitoso quanto reciproco grande abbraccio di fine rapporto, dove tutti riguadagnano le loro posizioni di partenza, e si resta amici, magari, persino con i nuovi partner. Liberi tutti, insomma. Ma nel mio caso c’è quel “Fai che non ci lasciamo mai”, a bloccare tutto. L’Angelo Pasticcione non può da solo fare il contromiracolo, non ne ha i poteri. Deve chiedere. Ma sta in fondo alla classifica, e i tempi dell’eternità sono lunghissimi, c’è il rischio che venga ricevuto all’Ufficio Miracoli nel 2084. Porcaputtana, Amilcare! Bastava dirlo prima, che avevi da giocarti una sola possibilità.
Non mi resta che una soluzione. Questa sera, dopo un’eternità in cui ci facciamo portare la pizza a casa dal pony, inviterò Gloria fuori a cena. La porterò come le prime volte nel ristorantino che ha visto nascere il nostro amore. Poi al cinema, forse a ballare. Proprio come un tempo. E quando torneremo a casa, finalmente rilassati e disponibili, come da anni non succede più, le dirò ciò che ho in mente da un po’. “Senti, Gloria, perché non chiedi una grazia a Sant’Amilcare? È un mio santo di casa, il mio angelo custode. Gli dovresti chiedere di svincolarci dal suo precedente miracolo.” Come ho fatto a non pensarci prima? Lei ha un bonus, con l’Angelo Pasticcione, che io non ho più. Ognuno ha un bonus… quindi, inghippo risolto? No, perché il bonus, come è accaduto a me, bisogna ottenerlo in una notte insonne, guardando il soffitto. E quella lì, da anni, purtroppo, appena tocca il letto, ronfa. Sarà durissima.


Gino&Michele


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