Le bellissime vite degli altri

di Elasti su 12 mesi - Smemoranda 2017





Piacere, mi chiamo Giacomo Garbi, vivo in un posto che si chiama Bresso, a Nord di Milano, e ho una vita normale, o almeno così credevo, prima di incontrare Mark.

Sto insieme all’Umberta da talmente tanto tempo che ho dimenticato cosa c’era prima.  Figli, no, non ne abbiamo. Non ancora.

Però abbiamo una casa, di proprietà, al pian terreno di una villetta. Al piano di sopra, ci stanno i miei genitori che sono fissati con l’orto e ci danno tanta, troppa insalata. “Dovete dirci grazie! È tutta roba genuina”, dice mia madre. Siccome, però, tutta quell’insalata ci esce dagli occhi, io la porto in ufficio e la regalo alle mie colleghe che sono come mia madre e vanno pazze per la roba genuina e verde.

Ho un lavoro a tempo indeterminato. Mi occupo di bilanci, in una compagnia di assicurazioni. Non è male. E poi, a me, far quadrare i conti è sempre piaciuto. L’Umberta invece è laureata. Ha studiato Filosofia. A lei piace leggere e pensare. Ma siccome nessuno ti paga per leggere e pensare, fa l’insegnante di sostegno, precaria, in una scuola media. Quest’anno, segue un bambino che si chiama Alfredo. È autistico e sa tutto della Val d’Aosta. Chissà perché, proprio la Val d’Aosta.

Io, prima, non ero su Facebook. E stavo bene. Sono stati i miei colleghi a insistere perché mi iscrivessi. “Ehi! Jack! Sveglia! Dove vivi senza social?”, diceva la Teresa del marketing. “Non puoi non esserci, Giacomo. Proprio non puoi permettertelo”, diceva il Sandro della logistica. “Scusa, ma, a te, come fa a trovarti, la gente?”, chiedeva l’Irene. Non è che sentissi proprio la mancanza di Facebook e della gente che non mi trovava ma, alla fine, mi sono lasciato convincere. Fuori pioveva e avevo litigato con l’Umberta per qualcosa che non mi ricordo più. Non avevo niente da perdere. “Benvenuto, Giacomo Garbi. Ora trova i tuoi amici”, c’era scritto.

Ho iniziato così. E, dopo un po’, ho scoperto una cosa terribile: la mia vita fa schifo.

Già. Prima, pensavo che tutti fossero uguali a me, chi più chi meno: un po’ contenti, un po’ tristi, a volte annoiati, preoccupati, di cattivo umore. Credevo che anche gli altri avessero sogni normali, lavori normali, famiglie e amici normali. Io, prima, stavo bene perché pensavo che il bene fossero le cose che ho io: l’insalata, le ferie, le domeniche passate a dormire o a vedere un film, le gite, una cena con gli amici, le litigate con l’Umberta, il sesso con l’Umberta, pensare a un figlio mio e dell’Umberta, l’Umberta. Invece no.

Ho passato mesi a guardare gli altri, su Facebook. Loro sì, hanno vite bellissime.

Gli altri, su Facebook, ridono sempre. Non mangiano l’insalata, la bistecca, la pasta al pomodoro come faccio io. E nemmeno i toast con la birra, davanti alla tv. Loro mangiano torte americane a colazione, sushi e sashimi a pranzo, finger food per l’aperitivo, insieme a cocktail color puffo, decorati con frutta esotica. Non vanno in gita al parco Nord con la bicicletta, ma in posti marziani dove c’è sempre il sole. E poi, gli altri, sciano sui ghiacciai, riposano su prati fioriti, nuotano in mari cristallini. Sono sempre abbronzati, accompagnati da amiche e amici, abbronzati anche loro. A volte si baciano. A volte invece i baci li mandano. E, poi, sono bellissimi. Gli uomini hanno pettorali scolpiti e addominali come tartarughe. Le donne hanno corpi e sguardi che fanno sognare. Molti festeggiano compleanni con torte gigantesche, alcuni ballano scalzi sotto le stelle. Chissà se, ogni tanto, lavorano.

Da quando ho scoperto la bellezza delle vite degli altri, sono sempre di pessimo umore.

L’Umberta ha fatto finta di niente, per un po’. Poi, ha perso la pazienza.
“Si può sapere cos’hai? Io, con quel muso, non posso più vederti!”
“Non puoi capire. Non sei su Facebook, tu.”

Le ho spiegato tutto, pensando di trovare della solidarietà o almeno, anche in lei, un po’ della mia stessa tristezza.
“Occhio non vede, cuore non duole”, ha detto l’Umberta che ha tanti difetti ma il senso pratico non le manca.
“Eh?”
“Se non sei in grado di sopportare la visione della felicità altrui perché l’invidia ti uccide…”
“Non sono invidioso. È che forse ho sbagliato qualc…”
“Zitto! Poiché l’invidia ti uccide, cancellati da Facebook e dimenticati tutto quello che hai visto. Come se fosse stato un brutto sogno. Via, sciò, esci subito di lì!”

A volte, non sempre, l’Umberta ha delle buone idee. Non ci avevo pensato, a uscire di lì. Spesso sono i pensieri facili gli ultimi a venirti in mente.
Non è troppo complicato cancellarsi da Facebook.

Ho eliminato il mio account in quattro o cinque click, sono salito su da mia madre che voleva farmi assaggiare la nuova varietà di lattuga dell’orto (“àisper”, la chiama lei ma l’Umberta dice che il nome vero è Iceberg, come il ghiaccio che si stacca dai ghiacciai e se ne va per mare galleggiando) e mi sono sentito meglio.

La pace è durata un paio di giorni.
Un lunedì mattina, ero in ufficio ed è arrivato un messaggio di posta elettronica. Era Facebook. Voleva sapere perché mi fossi cancellato. Mi chiedeva cosa non mi era piaciuto. Diceva che lui a me, Giacomo Garbi, teneva moltissimo. E, ora che non facevo più parte della sua famiglia, quello era un posto più triste. Mi è sembrato strano che tutte quelle vite bellissime avessero bisogno proprio di me per essere felici. Eppure, Facebook, in quel messaggio sembrava sinceramente deluso dalla mia decisione di lasciarlo.

Sincerità per sincerità, gli ho risposto subito. E ho spiegato le mie ragioni. Senza nominare l’invidia, però. Perché, secondo me, quella lì era solo un’idea dell’Umberta e, anche nell’ipotesi, falsa, che fossi stato invidioso degli altri che mangiavano il sushi e si facevano selfie abbronzati, non stava bene scriverlo in una risposta a Facebook. Ho premuto il tasto “invia” e sono tornato al calcolo del risultato del ramo Danni del terzo trimestre.

Il pomeriggio, mentre ero passato al risultato del ramo Vita, ho sentito il “pling” della posta.
Questa volta non era Facebook ma il suo fondatore, presidente e amministratore delegato, Mark Zuckerberg in persona.
Scriveva che era triste, pure lui, che me ne fossi andato e mi pregava di dargli un’ultima possibilità.

Caro Giacomo, ti capisco. Anche io spesso mi sento frustrato nel confrontare le meravigliose vite degli altri con la mia che, diciamolo, a volte, qui a Palo Alto (che non deve essere diversissima da Bresso, dove stai tu), è una vera rottura di palle. Tuttavia, per la stima che nutro nei tuoi confronti, vorrei offrirti una possibilità straordinaria, prodotto di una tecnologia innovativa e sperimentale che abbiamo appena messo a punto. Io, Mark, offro a te, amico Giacomo, di partecipare, come primo uomo al mondo, al rivoluzionario progetto In your shoes for a day. Se accetterai, potrai selezionare i profili Facebook di tre persone a tua scelta e vivere nei panni di ciascuno di loro, entrando nella loro pelle e nella loro esistenza, per un giorno intero. Perché, qui da noi, a Menlo Park, trasformiamo i sogni in realtà. E sarei felice e onorato se fossi proprio tu ad abitare per primo il nostro sogno. Attendo impaziente una tua risposta.
Tuo Mark
P.S.: Ti prego, dì di sì. Fallo in nome della nostra amicizia.”

E mentre stavo lì, a fissare lo schermo, come un cretino, è arrivata la Teresa che aveva bisogno dei dati trimestrali dei Danni.
“Cosa fai lì imbambolato, Jack? Mi sembri un pirla!”
“Mi ha scritto Mark Zuckerberg…”
“Certo, pistola. Adesso dammi i dati velocemente perché ho di là Bill Gates che mi aspetta in chat.”
“Guarda qui”, ho detto io.
“Cazzo”, ha risposto lei.

E, dopo, non avevamo più niente da dirci. Ho preso tre giorni di ferie. All’Umberta ho raccontato che dovevo andare a fare un corso su bilanci e gestione del rischio. Non le avevo mai mentito prima. Mi è dispiaciuto ma non avrebbe capito.
A Mark ho detto sì. Anzi: “Sì, grazie, amico mio”.

Michele Franchini ha 28 anni. Ho scelto lui per i suoi bicipiti e perché, nella sua immagine di copertina, è al volante di una Lamborghini Huracàn e io ho una passione per le Lamborghini dall’età di sei anni. Certo, anche la foto del profilo non era male: c’era lui, Michele, a torso nudo, abbracciato a una bionda con due tette incredibili o, come diceva mio nonno Pino che sapeva essere un signore, “un generoso décolleté”. Il 10 maggio, mercoledì, dalle 7 alle 23, sono diventato Michele.

Michele vive in un bilocale alla periferia di Frosinone, insieme a sua nonna che arrotonda la pensione subaffittandogli il divano letto del salotto per 150 euro al mese più i mestieri in casa, la spesa al mercato il sabato mattina e tre sere a settimana a giocare a scopa (tra cui quella del mercoledì, appunto). Lavora come fisioterapista all’ospedale “Fabrizio Spaziani” di Frosinone. I bicipiti se li è fatti tirando su di peso i suoi pazienti, che sono quasi tutti anziani o politraumatizzati. La Lamborghini è di uno di loro che, per ringraziarlo dopo un anno di trattamenti quotidiani, lo ha invitato a salirci. Michele voleva farci un giro, o almeno metterla in moto. Ma il paziente ha detto: “No, non mi fido. Però posso fotografarti mentre fai finta di guidarla”.
La bionda del profilo è una collega. Lesbica.

Il giorno dopo ho chiesto a Facebook di entrare nei panni di Chiara. Già, una donna. Chi non vorrebbe provare com’è? Ha 16 anni, occhi blu, capelli ricci, lunghi e biondi. È stata eletta “Miss Istituto tecnico turistico ‘Marco Polo’” di Firenze. Somiglia molto a una ragazzina di cui ero innamorato quando andavo a scuola. Le morivo dietro, lei lo sapeva e se ne approfittava. Si chiamava Viola. Volevo vedere l’effetto che fa essere dalla parte di quelle come Viola. Dalla parte delle stronze, insomma. Perché, dalle fotografie sulla sua bacheca, si capiva che anche Chiara era fatta di quella pasta lì.

L’11 maggio, quando io sono diventato lei, Chiara aveva le sue cose, be’ – sì, quella roba lì, il ciclo. Un mal di pancia che credevo di morire. Però, inspiegabilmente, è andata a scuola lo stesso. E ha litigato con Ali e Mavi, le sue migliori amiche, ha ricevuto un messaggio anonimo su Ask. “Sei solo una zoccola”, diceva. Lei è andata in bagno a vomitare per il nervoso. Ha preso quattro in francese e, a casa, sua madre, per punizione, le ha vietato di andare al raduno degli youtuber, sabato. Chiara, dopo avere vomitato un’altra volta, ha scritto su WhatsApp “Odio mia madre” ad Ali e Mavi che hanno risposto “Anche noi. Questa vita è un cesso”.

Venerdì ero stremato. Volevo tornare in ufficio dalla Teresa, anche se mi chiama “Jack, pirla e pistola”. Mi mancava l’Umberta e persino l’insalata di mia madre. Ma volevo arrivare in fondo.

Così, ho scelto Alfredo che vive a Pavia, lavora in banca ed è appena diventato papà. Su Facebook ha raccontato che, siccome sua moglie è giornalista free lance e non ha diritto al congedo maternità, ha preso lui il permesso dall’ufficio e sta a casa con il bambino. Sono entrato nei suoi panni perché magari, un giorno, saranno i miei. E poi perché scrive di essere felice e realizzato. Posta selfie al parco la mattina, mentre fa jogging con il passeggino. Fotografa “Patatonzo” – è così che chiama suo figlio – mentre dorme, mentre prende il biberon, mentre guarda i suoi pupazzetti. Ha lasciato intendere che, da solo con un neonato, un uomo diventa irresistibile agli occhi delle altre mamme. Una volta, ha anche pubblicato una foto di tutte donne con i loro neonati ai guardini. “Tutte pazze di me e di Patatonzo”, ha scritto sotto. Ha avuto 532 like.
I panni di Alfredo odorano di cacca e di latte cagliato. Sulla spalla hanno delle macchie umidicce perché, dopo la poppata, Patatonzo un po’ digerisce e un po’ vomita, anche se Alfredo dice “rigurgita il lattino”. Patatonzo non dorme mai, né di giorno né di notte. Alfredo ha talmente sonno che, se chiude gli occhi per più di quattro secondi, sviene. Il venerdì è il giorno della psicomotricità neonatale al consultorio pediatrico. C’erano dieci bambini, nove mamme, un’ostetrica e Alfredo. Patatonzo ha fatto una quantità di merda che non credevo umanamente possibile. È riuscito a sporcarsi ovunque, persino dentro le orecchie. Alfredo aveva dimenticato il cambio e le mamme lo guardavano con l’aria di chi pensa: “È un solo un idiota. Sciagurata chi se l’è scelto e sciagurato Patatonzo”. Una musica con i suoni della natura accompagnava la lezione. Alfredo si è accasciato su un tappetino e ha cominciato a russare, accanto a suo figlio urlante e lercio. Una delle madri ha allertato i servizi sociali.

Piacere, mi chiamo Giacomo Garbi, vivo in un posto che si chiama Bresso, a Nord di Milano, e ho una vita bellissima.
Cosa volevi sapere, Mark? Se sono su Facebook? No, grazie. Sono a posto così.


Elasti


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