Leggi una poesia, tu che dici che normalmente non leggi poesia. La trovi in una rivista che hai comprato per altri motivi ed è opera di una poetessa sudafricana che risiede negli Usa e ha i tuoi stessi anni. Parla di rondini, parla della difficoltà di fotografare le rondini. Anzi, il titolo è Imparare ad amare l’insuccesso perché vi si dice dell’impossibilità di trovare l’angolo giusto per fermare quella caduta di ali, quella fuga nel cielo. Devi leggerla a lungo, quella breve poesia, prima di capirne a fondo i due versi più misteriosi, l’eleganza di certe parole giustapposte quasi a negarsi. Ma con le poesie va così: una folgorazione istantanea perché colpisce corde che aspettavano solo d’esser colpite e poi, se va molto bene, qualcosa di profondo e indimenticabile che si fissa una volta per tutte.Da anni non fai che pensare alle rondini. Le rondini: una rondine fa primavera, altroché. Avevi una rondine sotto il tetto, prima che facessero i lavori della facciata del tuo vecchio palazzo. Avevi questo nido saldamente attaccato al cornicione ed era uno spettacolo assistere a naso in su all’andirivieni dal nido e al ricongiungersi, sopra la ferrovia, della tua rondine allo stormo. Le guardavi sfrecciare e poi rincasare e poi ripartire e di nuovo catturare gli insetti al volo e via, a imboccare qualche testolina implume celata dentro quella capsula incollata su, una decina di metri sopra il tuo balcone ancora caldo del sole pomeridiano. Un balcone di cemento esposto a ovest, da mezzogiorno in avanti cotto piano ma incessantemente dai raggi diretti, senza ostacoli né resistenze, dove piante grasse dalle forme marziane e contorte prosperavano da tempi remoti.Succedeva a San Benedetto, di cui si dice la rondine sotto il tetto. Si dice per via della rima, certo, però naturalmente a primavera il cielo era pieno pieno di questo traffico. Rondini che sfrecciavano e cabravano, si tuffavano e risalivano che sembravano volersi mangiare l’aria: andando a tutta birra, felici e indaffarate, cacciavano i loro versi che sembravano strilli ma non erano inquietanti, semplicemente parevano di saluto e di richiamo in scia. Al tramonto si sentivano meglio. Nel tramonto infinito di primavera, col silenzio non ancora guastato dai forestieri dell’estate, la voce delle rondini è il suono più bello che puoi afferrare dopo i mesi invernali di suoni soffocati dai vetri delle finestre chiuse.Era la voce soprannaturale, un tempo, appena dopo le uova decorate con gli acquerelli, della scuola che stava per terminare, della libertà che si avvicinava a piccoli passi, giorno dopo giorno, delle speranze segrete per l’estate. Delle vetrine tirate a lucido e piene di vestiti leggeri nei toni del giallo e del verde menta, delle ballerine basse, dei coprispalle lilla, degli accessori a scacchetti lievi, degli stabilimenti che rinfrescavano la pittura di casotti e balaustre.Oggi, lontano dal mare e dalla rondine sotto il tetto, è prima di tutto l’annuncio dell’ora legale e della città che si fa meno aspra.Dopo i primi giorni in cui ti ritrovi a tendere l’orecchio per distinguere questo suono nuovo, o meglio rinnovato, lentamente il grido delle rondini tornerà abituale, periferico, ma continuerai comunque a rallegrarti a ogni verso, a ogni passaggio in scia. Poi sbiadirà nella calura estiva e solo agli inizi di settembre le rondini ti sorprenderanno ancora, ricompattandosi, raccogliendosi di nuovo in stormi enormi e ondeggianti a popolare il cielo, a sovrastare comignoli e antenne, specchiarsi nei moderni pannelli solari fissati a qualche tetto, puntinare l’orizzonte.Capiterà ancora, chissà, di vederle a migliaia sopra il piazzale della stazione Centrale di Milano, in una sera di ottobre. Accorse a rendere incredibilmente sonori certi alberi di fronte all’hotel di Hemingway — il Gallia — e, tutt’attorno, gli stranieri che si riparano il capo con i giornali gratuiti della metropolitana per non beccarsi in testa o sulla spalla uno spiacevole ricordino (perché nessuno ci crede davvero che porti fortuna) e voi cittadini, invece, più sprovveduti, con gli occhi pieni di ammirazione e stupore e gratitudine per quel regalo inaspettato prima dell’autunno definitivo e sordo. Capiterà di vederle da lontano e allora si cercherà ansiosamente un parcheggio per poter correre al centro della piazza ad ammirare quegli esserini volanti velocissimi che arrivano a gruppetti, seguendo traiettorie evidentemente collaudate e note agli iniziati. Arriveranno dal Nord, lì, pronte per la partenza verso l’Africa.Oh sì. Lo sai. Ti ricordi di quella volta a Tangeri. Era novembre e le rondini facevano il loro ingresso in porto arrivando dritte dall’Europa. Volavano sopra l’immenso bacino di quella città bianchissima e elegante che già stava ricevendo a pelo d’acqua natanti d’ogni stazza e tonnellaggio. Arrivavano, vi parve, a milioni e lanciavano le loro grida gareggiando con le sirene che le navi non mancavano di suonare a ogni ingresso. E gli arrivi erano incessanti e il porto, al tramonto, grandioso dalle finestre dell’hotel Rembrandt. Non era un albergo di lusso, non uno di quelli famosi, ma un dignitoso tre stelle lungo un bel corso appena oltre boulevard Pasteur. L’avevate scelto, il Rembrandt, perché si trovava poco distante dalla libreria des Colonnes, quella di Paul Bowles, forse, e degli anni ruggenti degli scrittori occidentali in Marocco.E senza preavviso vi eravate trovati a fronteggiare il porto dall’alto, da un finestrone rettangolare che prendeva buona parte della parete alla sinistra dei letti gemelli. Dopo un’opportuna visita alla Medina, avevate sistemato due sedie di fronte alla finestra e per ore avevate contemplato lo spettacolo della porta d’Africa che accoglieva l’allegro popolo migratore di ritorno dalle vostre stesse terre d’origine.È bellissima Tangeri, piena di palme e ville meravigliose celate nei silenziosi giardini del quartiere chic della Montagne, ma nessuno vi aveva parlato del mese di novembre come del mese delle rondini. Fu una scoperta, una sorpresa. Non erano le oche selvagge, né gli aironi, né le cicogne: erano rondini. Semplici, familiarissime rondini. Quasi umili, a dirla tutta. E chiassose. Veloci, apparentemente scomposte eppure sicuramente lucide nella caccia e nel viaggio.Così stupefacenti.Non avevi mai visto un traffico così intenso e vivace di barche e navigli ed era spettacolare ed emozionante. Cargo, lance della Marina color verde militare, fregate grigie, pescherecci dai diversi tonnellaggi, navi da crociera alte come palazzi di venti piani, yacht tipo ferri da stiro: ce n’era per tutti i gusti. Ma sopra, il movimento era ancora più interessante. Dunque, brulicava quel mare dal colore verde stinto e brulicava quel cielo cupreo di rondini che irrompevano a frotte, trasmigrando per la volta tangerina, a segnalarti che su, nel Mediterraneo, la bella stagione era proprio finita e che era tempo di rientrare in Africa passando da quel varco accogliente e spalancato.È laggiù che si staranno dirigendo, hai pensato l’ottobre scorso, quando siete corsi alla stazione Centrale. Di nuovo il tramonto, di nuovo la ferrovia come a primavera (quasi ci fosse un collegamento coi viaggi degli umani) e di nuovo ad ammirare gli arrivi che erano in realtà un riunirsi per la grande partenza. Arrivavano soprattutto dai quartieri alle vostre spalle, in formazioni a cuspide o in file da tre.Non eravate i soli a guardarle, a fermarsi. C’erano le persone che emergevano dalla metropolitana e restavano allo scoperto solo per un breve tratto, prima di infilarsi in stazione, e non riuscivano a vedere bene. Ma chi arrivava invece a piedi dal centro città e attraversava il grande piazzale, lo alzava eccome, il naso da terra.Anzi, a guardare bene, c’era chi faceva delle foto col telefonino. Ma tu non ci hai nemmeno provato; in controluce, lo schermo grande come un francobollo, e l’ampiezza di quel mantello ondeggiante che si posava e svolazzava via dal cielo, gli alberi fitti di foglie che celavano la vista ma lasciavano filtrare i richiami, e che richiami! E quelli coi telefonini più elaborati e le fotocamere più precise, pensavano davvero di fermare tutta questa passione con un semplice tasto?Dunque, leggi questa poesia e pensi che la tua coetanea sudafricana ha assolutamente ragione: quattordici versi per dire dell’impossibilità di fotografare le rondini. Ma certo, annuisci.Niente foto, niente scatti o inquadrature. Voi siete per le parole.


Silvia Ballestra


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