Abito vicino alla Madonna del Faro. Quella che piange quando affondano i pescherecci. Da non confondersi con la Madonna del Molo. Quella che piange quando si scontrano i traghetti.
Ma per la verità preferisco altre vergini minori, meno specializzate, che piangono per le tragedie generiche. A specializzarsi troppo, si rischia grosso: come la Madonna del Bosco, che piangeva durante le pestilenze ed è stata rovinata dalla penicillina.
Oggi esistono sul mercato della praticissime Madonnine a getto continuo che piangono a prescindere, senza chiedere niente in cambio. È un pianto preventivo, un pianto a credito, speso sulla fiducia. Ci sarà sempre un incidente stradale, un cancro, un delitto, una ferita dell’anima in grado di ripagare le lacrime che la Madonna ci anticipa generosamente, disinteressatamente.
Non è difficile procurarsi una vergine piangente. Costano poco. Solo le Madonne abbienti, se ci fate caso, non piangono mai. Avete mai visto piangere una Madonna del Raffaello o del Beato Angelico? No, naturalmente. Se vedete delle gocce rosse sulle gote di una statuetta di strada, pensate subito al miracolo. Se le vedete su una vergine esposta al Louvre, pensate allo sfregio di un maniaco. È normale, è sempre stato così.
Il Regno dei Cieli, come dicono, è solo degli umili, la Madonna non appare mai a Sharon Stone, solo alle pastorelle. E il Regno dei Cieli, penso io, è davvero la minima delle ricompense per chi è costretto a passare la vita inginocchiandosi davanti alle orribili madonnine-barometro, quelle che cambiano colore con l’umido e con il secco, e ai piatti di Papa Giovanni, e ai peluche di Padre Pio. Tocca sempre alle pie donne di tutti i meridioni del mondo vedere i propri dozzinali arredi sacri, appena ripassati col Vetrella, colare sangue per la gioia sfrenata del circondario. Tutto è predisposto nel più previdente dei modi, cari miei: i miracoli imbrattano solo le icone lavabili, senza disturbare l’arte importante, senza complicare il lavoro dei restauratori. E ai piedi di quelle statuine stillanti, fateci caso, ci sono sempre i fiori di plastica, lavabili anche loro…
E in ogni modo, era un periodo che me la passavo male, e decisi di attrezzarmi anch’io. L’investimento fu minimo, una madonnina di gesso da ventimila lire, ce ne sono in ogni mercatino.
Mi ero informato, prima di mettermi nel ramo. La Madonna della Pompa di Benzina, qui all’angolo, ha un indotto di cinquemila euro al mese, e tra offerte, bibite, panini, con la bella stagione si arriva anche a ottomila. Ai primi di maggio passa anche il vescovo a benedire. Una persona corretta, insiste sempre per pagare il suo pieno di benzina.
Non pretendevo altrettanto: la Madonna della Pompa di Benzina è in una posizione invidiabile, al centro di un incrocio molto trafficato. E il mio bar, invece, è in una stradina laterale. Però il mio glicine regala una bella ombra, e i miei panini fanno sempre la loro figura. Mi sarei accontentato di due-tre mila euro al mese, quanti ne bastavano per pagare un po’ di debiti, magari cambiare l’auto. Senza la pretesa di fare concorrenza alla Madonne più affermate. Oddio, certo che se poi mi fosse arrivata qualcosina in più, non l’avrei mica buttata via.

La piazzai in mezzo a due fioriere, era perfetta. Dovevo solo aspettare che cominciasse a piangere.
Ma non piangeva. Un po’ l’ho pregata, un po’ l’ho minacciata: qui attorno piangono tutte, le dicevo, perché tu no? Che cosa ho io, meno degli altri, perché tu debba dimostrarmi tanta indifferenza? Credi di renderti interessante? Mica sarai una Madonna del nord, poco estroversa, poco disposta alle trattative con i fedeli, per niente contrattuale, praticamente protestante? O made in Hong Kong, fatta su concessione e senza amore, magari confusa sui nastri trasportatori tra un Pinocchio e una Sirenetta, una Madonna sradicata, globalizzata, che niente sa delle nostre abitudini e delle nostre tradizioni?
Niente, non piangeva.
Passavano le settimane, i mesi, gli anni, e non piangeva. Andai a pregare la Madonna della Pompa di Benzina perché facesse piangere la mia Madonna del Glicine. Mi costò un’offerta sostanziosa, misi anche quella nel conto del mio investimento.

Accadde una notte d’estate, mentre dormivo. Sentii ridere forte. Una risata femminile acuta, cristallina. Veniva da fuori. Veniva da sotto il glicine.
Era lei. Avevo comperato l’unica Madonna ridente al mondo. L’unica al mondo, vi dico. Mi sono informato, non si segnalano altri casi. Qualcuna sorride appena, in certe riproduzioni di arte minore, paganeggianti, che magari risentono del culto ancestrale della dea Cibele, una che se la spassava, e se partoriva mica partoriva con dolore. Ma sorride, appunto, increspa appena gli angoli della bocca, come se fosse una giovane donna e non la madre straziata che siamo abituati a venerare. Ridere davvero, però, nessuna ha mai riso. Nessuna è stata così sfrontata, così spensierata, così infedele al ruolo che secoli di prosternazioni, sacrifici, supplizi le hanno cucito addosso.
Solo la mia Madonnina rideva ogni notte.
Bombardavano Sarajevo, e lei rideva.
Crollava la Borsa, e rideva.
C’erano i massacri in Ruanda, e rideva.
Invadevano l’Iraq, e rideva.
Mia moglie mi tradiva, e rideva.
Il mio bar stava fallendo, e rideva.
Rideva, per giunta, mutando la sua risata, notte dopo notte, nei timbri e nelle note di un’ilarità sempre più disinvolta e libera. Quasi erotica, vi dico. Tipo Brigitte Bardot a vent’anni, o Marilyn quella volta che John Kennedy inciampò levandosi i pantaloni.

I vicini di casa mi tolsero il saluto. L’imbarazzo del dolore può ben essere condiviso. Ma lo scandalo dell’allegria, quello non è perdonabile. L’allegria femminile, poi, che è così facilmente apparentabile all’amore profano…
Provai a congelarla nel freezer dei gelati. Rideva lo stesso, e ridevano anche i gelati, una risata siderale, pulitissima, una risata norvegese. Provai a farle del male. Le spezzai le braccia di gesso, gliele spezzai con rabbia, con rancore, ma la sua risata restò intatta, senza cesure o mutilazioni, una risata serena e azzurra, come quella della Venere di Milo.
Allora la decapitai, e misi la sua testa mozza su un vassoio d’argento sperando sanguinasse come quella del Battista. Finalmente udii piangere, e per un attimo mi illusi. Ma subito sentii il calore delle lacrime sul mio viso. Ero io a piangere, non lei.
Lei rideva. Una Salomé.
Buttai nel mare i poveri resti del mio investimento. Infine smise di ridere, per sempre.
Al suo posto, tra le fioriere, non ho voluto mettere nulla. È rimasto solo il sottovaso vuoto nel quale l’avevo sistemata. Solo l’altra mattina, pulendo il sottovaso, ho trovato una piccola macchia rossa. Pareva proprio sangue, ma l’ho lavato via senza pensarci troppo.
Non credo più ai miracoli, io.


Michele Serra


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Smemoranda 2004


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