Sono tutte storie

Se c’è una costante che ha seguito tutta la mia vita, sono le storie.
Secondo mia mamma, ho iniziato a raccontarne prestissimo, a due anni e mezzo.
C’era una volta un coniglietto, che aveva le zampette e andava a casa.
Questa la mia opera prima. E poi, a sette anni, quando mi hanno insegnato a scrivere, via con favole illustrate al limite del plagio, tutte ispirate a cartoni animati – rigorosamente giapponesi – che vedevo all’epoca. Ma mi piaceva anche sentirmele raccontare, ovvio, e non facevo gran differenza tra libri, fumetti, film e cartoni animati. Tutto faceva brodo, tutto mi appassionava.

Quando, tra i dodici e i venti anni, l’insicurezza ebbe la meglio e non riuscivo a sentirmi sicura di nessuna delle storie inventate che mi venivano in mente, mi misi a raccontare la mia, di storia: riempivo pagine e pagine di diario, e più andavo avanti, più romanzavo quel che mi succedeva, e lo buttavo giù in termini sempre più letterari.
Sapete tutti come è andata a finire: a vent’anni ho incontrato Nihal, e da quel momento in poi ho trovato la mia strada. Non avrei più scritto le mie storie solo per me, non mi sarei più solo nutrita di quelle altrui, ma avrei iniziato a condividerle col mondo, ne avrei fatto un mestiere.
Ma c’è di più. Raccontare è ormai un tratto caratteriale, o forse lo è sempre stato: sono le lenti con cui guardo il mondo, l’unico modo col quale riesco a rapportarmi con ciò che mi circonda.

Può sembrare brutto, a dirlo, ma nella mia vita mi sento spettatrice. Una spettatrice curiosa, alla ricerca continua di nuove storie da vivere, che si tratti di un viaggio del deserto per visitare uno dei siti astronomici più importanti al mondo, o una semplice ascesa dei 600 metri scarsi del Tuscolo, dietro casa mia.
Chi lo diceva, “vivere per raccontarla”? Marquez, se non erro. Ed è così. La narratrice in me non si distrae mai, e tutto intorno a me mi appare un susseguirsi di storie: mie, altrui, di tutti. Un libro infinito, aperto al contributo di chiunque, un tomo infinito che non mi stancherò mai di leggere, e di scrivere.


Licia Troisi


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Smemoranda


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